Oggi: 03 Mag, 2026

Il caso De Michele e quella zona grigia che sporca il giornalismo

10 mesi fa
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L’arresto di Mario De Michele con l’accusa di estorsione è un fatto che va oltre la cronaca giudiziaria. Colpisce al cuore il mestiere del giornalista e, soprattutto, chi lo fa con serietà, nel silenzio, tra mille difficoltà. Ci sono giornalisti che scelgono questa strada per passione. Raccontano i fatti, danno voce ai territori, assumono rischi senza alcun tornaconto. Non hanno protezioni né privilegi, ma vanno avanti.E poi ci sono altri. Come De Michele, accusato di aver chiesto soldi a un ex politico in cambio del silenzio. Ma anche altri, meno spregiudicati, che usano le loro testate per ottenere pubblicità da amministrazioni o imprese con la minaccia implicita: “Se non paghi, ti attacco”. Non c’è bisogno di estorcere denaro in contanti per inquinare questo lavoro. Basta usare la stampa come leva per il proprio interesse e non per informare. Il risultato è lo stesso: una ferita alla credibilità. Ogni volta che accade, chi fa giornalismo vero e,quindi, onesto paga il prezzo. I lettori diventano diffidenti. Le istituzioni chiudono le porte. Si fa di tutta l’erba un fascio.Il giornalismo non è una copertura per trattative private. Non è un bancone da cui vendere visibilità. È un servizio pubblico. E chi lo confonde con un mestiere da mercanti, ne tradisce il senso. De Michele è solo la punta dell’iceberg. Ma dietro ci sono pratiche opache che tutti conoscono e pochi denunciano. Il silenzio complice è il terreno su cui questi meccanismi prosperano. Difendere il giornalismo vuol dire anche questo: dire chiaramente chi è fuori dal mestiere, anche se ha un tesserino. Perché un titolo non basta. Conta come lo usi. E se lo usi per farti pagare, non sei un giornalista. Sei altro.

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