
La sentenza della Corte d’Appello di Napoli sul caso di Acconcia non è solo un verdetto sul lavoro. È un atto che chiama in causa la gestione di un ente pubblico, il Consorzio ASI di Caserta, e pone interrogativi su scelte e metodi che hanno avuto conseguenze pesanti. Sette anni dopo, la giustizia ha ristabilito i fatti: il licenziamento del direttore generale Anthony Acconcia era privo di fondamento. Fu una decisione priva di giustificazione concreta, come già aveva stabilito la Cassazione. Oggi l’ASI viene condannato a reintegrare Acconcia, a risarcirlo per gli anni perduti e a farsi carico di tutte le spese legali. Una vicenda che costerà molto, in termini economici e di credibilità. E che lascia un sospetto amaro: quella scelta del 2018, assunta sotto la presidenza di Raffaela Pignetti, rispondeva davvero a criteri di correttezza istituzionale? La sentenza evidenzia ciò che molti già intuivano: non fu un provvedimento limpido. Fu piuttosto l’esito di dinamiche interne che poco avevano a che fare con la trasparenza e il merito. Non ci si può limitare oggi a parlare di un “vizio formale”, come ha fatto il Consorzio in una nota. I giudici hanno riconosciuto che Acconcia è stato estromesso senza valide ragioni, e che ha diritto a un risarcimento pieno. Questo va oltre gli aspetti tecnici: è un giudizio netto sul comportamento dell’ente. L’ex direttore, oggi amministratore unico di Air Campania, ha scelto la via della pazienza e del diritto. Ha vinto su tutta la linea. Ma il punto non è la rivincita personale. Il punto è la lezione pubblica: in un ente pubblico, non si può agire per logiche opache, né trattare le persone come ostacoli da rimuovere.Ora resta da capire se ci sarà una vera assunzione di responsabilità per quanto accaduto. Perché certi errori, specie se frutto di scelte frettolose o funzionali a equilibri interni, non possono ricadere sempre e solo sulla collettività.


