Oggi: 03 Mag, 2026
EX POZZI
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I primi morti di progresso: le storie dimenticate degli operai della ex Pozzi

8 mesi fa

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È l’estate del 1978, le radio passano ancora Gianna di Rino Gaetano, uscita nell’inverno appena trascorso. Un pullman fa la spola tra il centro del paese e la Pozzi Ginori, gli operai del turno del mattino scendono dai bus. Poco distante, dalle prime luci del giorno, un gruppo di braccianti si muove nei terreni intorno alla fabbrica. Si lavora alla raccolta delle pesche. All’improvviso cominciano ad avvertire strani sintomi: malessere generale, vomito, capogiri, senso di soffocamento. Alcuni militari prestano loro soccorso, viene sporta denuncia. A raccoglierla il comandante della stazione dei carabinieri di Sparanise Giuseppe Clemente, che comincia ad indagare.

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Si scava con una pala meccanica e il terreno restituisce i primi fanghi tossici. La pretura di Pignataro Maggiore ne viene informata, alla Pozzi-Ginori viene comminata una sanzione pecuniaria di 250.000 lire per aver violato l’articolo 675 del codice penale: collocamento di cose pericolose.

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Ecco, se volessimo andare alla radice delle cose, cercare un punto da cui ha origine il destino del nostro territorio dobbiamo tornare a quei giorni torridi dell’estate del 1978, in cui il progresso, come un Giano bifronte, mostra per le prime volte la sua faccia mostruosa.

Sul piazzale delle fabbrica, ancora oggi, sono visibili gli scheletri di cemento armato delle pensiline di quei bus. Su quello spazio, che un tempo ospitava un mercato di prodotti agricoli svetta una doppia freccia, una verso sinistra indica Napoli, l’alta verso destra, indica Roma. Una doppia periferia dove aleggia ancora un lugubre fantasma: il mito dello sviluppo economico.
Nei primi anni ’60, inizia la mutazione: il boom economico cambia il volto dell’Agro Caleno, la vocazione agricola del territorio mano a mano cede il passo allo sviluppo industriale.

Agli architetti Luigi Figini e Gino Pollini viene affidato il compito di materializzare l’idea del progresso: il progetto è maestoso. Gli stabilimenti della Pozzi – Ginori sono ancora oggi uno dei più fulgidi esempi di architettura Moderna.
È ancora lì lo scheletro di quella fabbrica, cattedrale di cemento armato e amianto, con le siepi che oggi come allora fioriscono sul ciglio degli enormi viali.
Un pezzo di archeologia industriale che affascina e ammalia.

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Cosa deve aver significato la Pozzi-Ginori per centinaia di operai di Sparanise, Pignataro, Calvi? Forse una promessa, una possibilità. Non curvare più la schiena nei campi, comprare la macchina, fare studiare i figli. Costruire una casa. A Pignataro, a ridosso del centro storico, ci sono agglomerati di case di pietre di tufo, risalenti alla metà degli anni ’60 e ai primi anni ’70, molte delle quali appartenute a ex operai dalla Pozzi-Ginori.

Ma il progresso ha un prezzo: come un Giano Bifronte le cui due facce non sono rivolte al passato e al futuro ma a un dare e avere. All’inizio mostra il volto seducente dello sviluppo, poi quello orrendo del prezzo da pagare.
Molti operai si ammalano di quello che viene definito ‘ il brutto male’, come se non dare un nome alle cose possa in qualche modo proteggerci dal loro orrore. Per anni queste malattie, a volte molto aggressive e dal decorso rapidissimo, restano un fatto privato.
Il nesso causale con l’ambiente di lavoro non è mai stato ufficialmente dimostrato — non perché escluso, ma perché nessuno ha mai condotto studi epidemiologici mirati.
Eppure le morti ci sono state.

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Quelle morti sono un dato di fatto, come tante altre nella Terra dei fuochi.

In occasione della marcia in ricordo dei mariti della Terra dei fuochi, che si terrà il 17 settembre a Pignataro Maggiore, non possiamo non ricordare le morti dimenticate degli operai della ex Pozzi: è questo il momento di riconsegnare alla memoria storica della comunità le storie dei primi morti, sacrificati sull’altare del progresso.

Grazie al coraggio e la determinazione di alcuni giornalisti come Salvatore Minieri, che ha portato alla luce la storia di quella che è stata definita la discarica più grande d’Europa, le comunità dell’Agro Caleno hanno conosciuto il volto del disastro a cui una idea perversa di sviluppo le ha condannate. Ed è proprio per questo che ad oggi non sono ricevibili i discorsi di quanti vorrebbero ancora una volta barattare
un presunto benessere sociale con la devastazione ambientale. È ora di dire basta! Basta a quelli che vogliono negoziare il nostro diritto alla vita dignitosa, al lavoro, con il diritto alla salute, basta a quanti vedono il futuro occupazionale dei giovani dell’Agro Caleno solo come impiegati della monnezza. È ora di dire basta agli insediamenti insalubri e tossici sul nostro territorio, è ora di immaginare nuove possibilità di progresso e sviluppo.
Lo dobbiamo a quanti hanno pagato un prezzo altissimo, a quanti hanno pagato il benessere economico con la vita.

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