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Pignataro Maggiore: la fiaccolata che illumina le storie dei martiri della Terra dei fuochi

4 mesi fa
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Come si racconta il dolore, mi chiedevo. Quali parole mettere in fila, e poi per dire che cosa?
Di parole, al corteo in memoria dei martiri della Terra dei Fuochi, ne sono state dette molto poche.
Le parole diventano superflue quando il silenzio, con la sua potenza, avvolge i vicoli, le strade, i corpi.

Come in una fotografia, ciò che è evidente basta a dire tutto: una luce fioca — quel tanto che serve per illuminare il profilo di un volto, un nome, un cognome, un’età, una parola con tante sillabe, mai sentita prima, che porta dentro il destino di chi non c’è più.

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Questo basta a dire: “Eccoci, siamo qui. Noi esistiamo.” Non numeri buoni per le statistiche, ma corpi di uomini e donne, nella cui carne brucia il destino di una comunità.

Per queste persone, il ciclo naturale della vita è stato spezzato.
Interrotto a metà da scelte criminali, che hanno cambiato il volto del nostro territorio, devastandolo.

Se ci si fosse assunti la responsabilità di fare scelte diverse, molte di quelle persone forse sarebbero ancora sedute alla loro tavola.

L’agghiacciante banalità di questa affermazione basta a trasformare il dolore da fatto privato, familiare, a dimensione pubblica, collettiva, profondamente politica — se per politica intendiamo la tutela, la cura, l’attenzione per la comunità.

La metafora si è fatta viva: le fiaccole fanno luce sulla strada, ci mostrano i contorni delle cose: chi poteva fare e non ha fatto, chi poteva dire e non ha detto, chi ha consentito laddove avrebbe dovuto impedire.

Quelle luci sono una promessa.
Gettano un ponte tra chi è ancora qui e chi non c’è più.
Non abbiamo paura di guardare.

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