
3780 passi: tanto dista dal centro abitato il cantiere della Snam, luogo simbolo, fotografia della frattura insanabile tra una certa politica e la comunità. Un progetto approvato con discrezione durante gli anni del Covid e mai discusso con la cittadinanza.
Il cammino, dunque, riparte dal luogo emblema della sconfitta. Alle ore 15.00 è già tanta la gente che si raduna nella zona industriale. L’atmosfera è quella che abbiamo imparato a conoscere nei giorni appena trascorsi nelle piazze per la Palestina. C’è voglia di comunità, di incontrarsi, di riconoscersi. C’è grande solidarietà, quella dei piccoli gesti: le auto dirette al concentramento si fermano a offrire un passaggio ai manifestanti che, a piedi dal centro del paese, stanno raggiungendo il luogo dell’appuntamento. Si distribuiscono bottiglie d’acqua. Gesti di cura per la collettività che custodiscono un significato potente: non solo una nuova vocazione per questo territorio, ma un modo altro di essere umani, un modo diverso di esserci e di attraversare questi luoghi.

Il corteo si raduna. In prima fila i familiari delle vittime del disastro ambientale. In questi mesi è successo qualcosa di storico e incredibilmente forte: la malattia ha acquisito una nuovo senso, una dimensione pubblica, politica, civile. Non più storie familiari, ma storia della comunità, strappate alla ferocia della solitudine e restituite alla memoria storica e collettiva.
Molti di quei martiri sono ancora lì, in prima fila, dove sono sempre stati. Sempre dalla stessa parte, a difendere il territorio. Adesso le loro storie sono portate in mano dagli uomini e dalle donne che ci sono ancora, come a dire che, quando c’è una comunità viva, tutto resta vivo.
Anche il senso della memoria è cambiato in questo percorso: la memoria civile non è solo ricordare, ma continuare a fare.
E allora si fa. La marcia del corteo inizia. Il vescovo Ciardulli interviene. L’immagine è potente: sullo sfondo svettano i due grandi cilindri bianchi, serbatoi della Snam, le foto dei martiri della Terra dei Fuochi li guardano in faccia. Dalla voce del vescovo arriva una benedizione che, nella sua tensione civile, rivela tutta la sua potenza: “State facendo bene”, dice.
Cinque chilometri percorsi con gioia e determinazione. Il corteo arriva al casello autostradale, davanti al quale è schierata la polizia. Iniziano le trattative. Dopo due ore di paziente attesa, il prefetto annuncia un incontro con gli esponenti della comunità, nel quale sarà comunicata la data di un incontro interministeriale.
Chi erano, dunque, gli uomini e le donne che hanno attraversato questo corteo? Cittadini, militanti storici, bambini, persone ammalate. Nessun politico, a parte la vicesindaca di Tore e Piccilli. Nessuno. Dopo mesi di sfilate, di passerelle e bugie, nessuno ha avuto la dignità di camminare accanto alle comunità. Se per qualcuno si può ipotizzare un moto di decenza, dal momento che avrebbero dovuto manifestare davanti ai cancelli della Snam che loro stessi hanno contribuito ad approvare, per altri invece resta un fatto: quello di aver scelto da che parte stare. Resta la decisione- politica- di non essere scesi in piazza, ad eccezione dei consiglieri Giuseppe De Lucia e Concetta Pettrone.
I cittadini c’erano, la Chiesa c’era, i medici per l’ambiente c’erano, i giornalisti c’erano. La politica era assente. E l’onta di questa autentica vergogna non può che entrare nel senso comune. Davvero ci si chiede se, in queste terre devastate dal malaffare, in cui si sacrifica la vita sull’altare del profitto, la politica intenda rappresentare la società civile e i cittadini, o voglia solo addomesticare masse di elettori.
Accolto dagli applausi dei manifestanti, Raimondo Cuccaro, la cui amministrazione ha fatto storia nella lotta ambientale in Terra di Lavoro e la cui delibera, attraverso la quale si impediva l’insediamento di nuovi impianti insalubri, resta un unicum. La spontaneità degli applausi restituisce una granitica verità: nel senso comune, nella memoria storica della comunità, la coerenza resta. Ma resta anche l’ignavia di quanti si sono girati dall’altra parte.
La piazza di ieri è chiara, limpida. Per una nuova vocazione dei territori ci vuole una diversa idea di essere umani e una rinnovata idea di essere insieme, che nella solidarietà, nella cura e nella vicinanza trova il suo senso più compiuto.
































