
di Oliviero Casale, uno del gruppo Costruttori di Pace.
Oggi, 17 dicembre, sarebbe stato il compleanno di Jorge Mario Bergoglio e ricordarlo in questa data significa confrontarsi con una domanda che non è affatto scontata. La memoria non è un gesto automatico né un riflesso condizionato, ma una scelta consapevole, e il fatto che questa ricorrenza sia passata quasi inosservata dice qualcosa del tempo che stiamo attraversando. In un contesto dominato dalla rapidità e dalla sostituibilità continua delle parole, anche quelle che avevano inciso in profondità rischiano di essere assorbite dal rumore di fondo, soprattutto quando continuano a porre interrogativi scomodi.
Il titolo volutamente provocatorio non nasce da irriverenza, ma da una forma di fedeltà. Papa Francesco non ha mai cercato il consenso facile né l’applauso immediato, preferendo piuttosto suscitare un’inquietudine capace di smuovere abitudini consolidate e comode certezze. Rivolgere oggi un augurio pubblico, quasi fuori tempo, diventa allora un modo per reagire a un silenzio che non è neutro, perché spesso accompagna la tendenza a trasformare un magistero esigente in una serie di citazioni rassicuranti, utili finché non chiedono di cambiare sguardo o comportamento.

Nel corso degli anni ho seguito con attenzione costante il pontificato di Francesco, leggendo i suoi testi e ascoltando le sue parole nel tentativo di coglierne la coerenza profonda. Una coerenza che non si è mai espressa in formule semplici o in slogan, ma nella capacità di tenere insieme dimensioni che spesso preferiamo separare. La riflessione teologica e la vita concreta delle persone, il linguaggio dei documenti ufficiali e quello delle periferie, la spiritualità e la responsabilità sociale. Non si trattava di costruire un’immagine ideale o consolatoria, ma di assumere la complessità del reale senza semplificarla, indicando una direzione che resta riconoscibile lungo tutto il suo magistero.
Quella direzione può essere letta attraverso tre parole che ritornano con continuità, talvolta in modo esplicito, talvolta come orizzonte sotteso. Bene comune, attenzione agli ultimi, cura dell’ambiente. Non come temi separati, ma come elementi strutturalmente connessi. Il bene comune, per Francesco, non è mai stato un concetto astratto o una categoria neutra, bensì un criterio concreto per valutare le scelte collettive. È ciò che si costruisce solo includendo, mai escludendo, e che obbliga a misurare l’impatto delle decisioni politiche, economiche e culturali sulle persone reali, soprattutto su quelle che non hanno strumenti per difendersi.
In questo quadro si comprende il senso profondo di “Laudato si’”, spesso ridotta a un’enciclica sull’ambiente. In realtà, il testo propone una lettura integrale delle crisi contemporanee, mostrando come la devastazione del pianeta e l’emarginazione sociale siano due manifestazioni della stessa logica. La casa comune non è un’immagine suggestiva, ma un richiamo alla responsabilità condivisa, che coinvolge modelli di sviluppo, stili di vita e forme di governance. Parlare di ecologia integrale significa riconoscere che non esiste tutela dell’ambiente senza giustizia sociale e che ogni esclusione produce, prima o poi, una ferita sistemica.
La stessa impostazione attraversa “Fratelli tutti”, che non può essere letta come un semplice appello morale alla bontà individuale. Si tratta piuttosto di un testo che interroga la tenuta delle società contemporanee, segnate da polarizzazioni crescenti e da identità costruite per contrapposizione. La fraternità, per Francesco, non è un sentimento privato, ma una categoria pubblica senza la quale il bene comune si svuota e diventa retorica. Senza fraternità, le istituzioni si irrigidiscono; senza attenzione agli ultimi, la fraternità si riduce a parola consolatoria.


