
Entrare in un nuovo anno, per me, non è mai un gesto neutro. È un tempo di verità. Un tempo in cui sento il bisogno di guardare il presente senza sconti e di domandarmi, con onestà, che cosa stiamo davvero costruendo. Non che cosa auspichiamo, ma quale futuro stiamo rendendo possibile attraverso le scelte quotidiane, personali e collettive.
In questo esercizio di responsabilità, le parole di Papa Francesco continuano a rappresentare un riferimento essenziale. Quando nel 2017, parlando al TED, ricordava che il futuro dell’umanità non è solo nelle mani dei politici, dei grandi leader o delle grandi aziende, ma soprattutto nelle mani delle persone che riconoscono l’altro come un “tu” e se stesse come parte di un “noi”, indicava una verità che oggi appare ancora più evidente. Il futuro non nasce da un potere astratto. Nasce dalle relazioni, dalla capacità di riconoscersi reciprocamente, dal sentirsi parte di una comunità di destino.

Questo è il primo augurio che sento di fare per il 2026. Che sia un anno in cui torniamo a pensarci come “noi”, in un tempo in cui le paure, le guerre e le polarizzazioni spingono verso la chiusura e l’individualismo. Riconoscere l’altro come parte della propria storia non è un atto sentimentale. È una scelta profondamente politica e umana. Senza questo sguardo, il futuro si impoverisce e si spezza.
Papa Francesco ci ha anche insegnato che la speranza non coincide con l’illusione. Non è ottimismo ingenuo, ma la virtù di chi non si rassegna al buio del presente e non resta prigioniero del passato. La speranza, diceva, è la porta aperta sull’avvenire. È la capacità di vedere il domani mentre si lavora oggi, con realismo e coraggio.
A questa visione si affiancano, in modo potente, le parole di Matteo Maria Zuppi, che negli ultimi anni ha più volte richiamato il valore del futuro come bene comune. Alla Settimana Sociale dei Cattolici di Trieste, nel 2024, ha affermato che il bene comune non è quello che vale di meno, ma quello più prezioso, proprio perché è l’unico di cui tutti hanno bisogno e che dona valore anche a ciò che è personale. È una frase che ribalta molte logiche dominanti. Il bene comune non limita la libertà individuale, la rende possibile. Senza un futuro condiviso, anche i progetti personali perdono consistenza.
Nello stesso contesto, Zuppi ha ricordato che la nostra casa comune richiede un cuore umano e spiritualmente universale. Non basta amministrare il presente. Occorre uno sguardo capace di includere, di tenere insieme le differenze, di non ridurre il futuro a un privilegio per pochi. Un futuro chiuso non è un futuro sicuro. È un futuro fragile.
C’è poi un’altra immagine che colpisce profondamente. In un intervento recente, Zuppi ha osservato che tutti non aspettano altro che incontrare qualcuno che faccia vivere il futuro oggi e aiuti a cercarlo. È un’affermazione semplice, ma esigente. Il futuro non è solo qualcosa che si annuncia. È qualcosa che si testimonia. Si rende credibile attraverso comportamenti, scelte, relazioni. Quando il futuro non viene vissuto nel presente, le persone si rifugiano nell’individualismo e smettono di credere che un domani migliore sia possibile.
Questo rischio è reale. Lo stesso Zuppi ha descritto con lucidità l’inquietudine dei nostri contemporanei, che scrutano il futuro con paura e, senza speranza, finiscono per chiudersi in se stessi.. Per questo il 2026 non può essere semplicemente un anno da attraversare. Deve diventare un tempo in cui ricostruire fiducia, soprattutto con i giovani, aiutandoli a guardare avanti non con ingenuità, ma con speranza fondata.
Non esiste futuro, però, senza pace. Su questo le parole di Zuppi sono nette. Prepariamo la pace, altrimenti la guerra ci distruggerà. Non è una metafora. È una constatazione. La pace non è un intervallo tra i conflitti, ma un lavoro quotidiano che richiede dialogo, giustizia, rispetto dell’altro, disarmo del cuore prima ancora che delle armi.
Tutto questo si intreccia profondamente con l’invito di Papa Francesco nella Laudato Si’, quando chiede di rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta, ricordando che la crisi ambientale e le sue radici umane riguardano tutti. Non alcuni. Tutti. E quando afferma che i giovani ci chiedono conto della contraddizione di voler costruire un futuro migliore senza affrontare la crisi ambientale e le sofferenze degli esclusi.
Il mio augurio per il 2026 nasce da qui. Dalla consapevolezza che il futuro non è garantito, non è automatico, non è neutro. Dipende dal presente che scegliamo. Dipende dalla capacità di rafforzare la democrazia, di custodire la casa comune, di riconoscere la dignità di ogni persona, di non lasciare indietro nessuno.
Perché il futuro non si eredita come un bene acquisito. Esiste solo se viene costruito insieme, giorno dopo giorno, come bene comune. Ed è solo così, nella fraternità, nella pace e nella responsabilità condivisa, che possiamo davvero augurarci un buon 2026.
Oliviero Casale
Uno dei Componenti
Valle del Garigliano


