di Oliviero Casale, componente del Gruppo Valle del Garigliano
C’è un luogo, alla foce del Garigliano, in cui una frase incisa su un oggetto minuto sembra parlare ancora oggi alla valle intera. Non è un’iscrizione monumentale, non è una dedica ufficiale, non è nemmeno un testo comodo per chi ama le certezze. È, al contrario, una traccia fragile e potentissima, incisa dopo la cottura su una piccola coppa d’impasto scuro rinvenuta nell’area del santuario della dea Marica. Due brevi iscrizioni che, come ricorda Marco Mancini, entrano nel ristretto dossier dei testi latini anteriori al III secolo a.C. e, proprio per questo, hanno un peso che eccede di molto la loro dimensione materiale.

Rita Cioffi.
Per rafforzare questa apertura, un elemento decisivo viene dallo studio di Rita Cioffi, “Fanum oblitterum. Il santuario e la stipe votiva della dea Marica tra vecchi dati e nuove ricerche”. Qui il santuario non è evocato genericamente, ma ancorato con precisione alla riva destra del Garigliano, nel territorio di Minturno, a circa 500 metri dal Tirreno, in un tratto in cui il fiume presenta quote basse e poggia su terreni alluvionali prossimi a un’area da sempre paludosa. È un dettaglio che cambia la prospettiva, perché rende evidente che il “luogo sacro” nasce dentro un paesaggio di acqua interna, ristagno, margine, e che l’elemento palustre non è un contorno, ma una componente identitaria del culto. Cioffi spinge fino all’ipotesi etimologica secondo cui Marica potrebbe rimandare a una dea che si bagna in acque stagnanti, in coerenza perfetta con il sito, e descrive il santuario come circondato da un lucus ritenuto sacro dagli antichi, con funzione di separazione e soglia tra spazio laico e spazio sacro delle acque. Questa caratterizzazione liminare, che la studiosa definisce come extraterritorialità arcaica, è esattamente il terreno antropologico in cui un divieto di appropriazione diventa plausibile e necessario.
Il divieto inciso sulla coppa, letto dentro questo paesaggio, smette di essere un dettaglio “curioso” e diventa una regola di coesistenza. Se la dea è signora di un ambiente indomito e marginale, e se il santuario è un confine interno dell’area aurunca, uno spazio di passaggio e conciliazione, allora la scrittura che tutela l’oggetto e ne dichiara lo statuto è una tecnologia sociale minima, una micro-norma, una forma antica di custodia. Cioffi, inoltre, offre un altro elemento che rinforza l’idea della lunga durata e della continuità d’uso. La stipe votiva comprende materiali che coprono un arco cronologico amplissimo, grossomodo dal IX secolo a.C. fino all’età romano-imperiale, e la stratificazione architettonica del tempio mostra fasi distinte, con fondazioni su terreno alluvionale e rifacimenti successivi. La valle, in altre parole, torna a presentarsi come luogo attraversabile e frequentato per secoli, dove il problema del prendere e del lasciare non è episodico ma strutturale.
In questo quadro, la lettura “portuale e degli scambi” del contesto portuale, già richiamata attraverso la ricostruzione di Giovanna Rita Bellini, acquista una base più robusta. Se il santuario è collocato presso un fiume anticamente navigabile e a poca distanza dalla colonia latina di Minturnae dedotta nel 296 a.C., e se la stessa area è descritta come “zona di cuscinetto” tra Campania settentrionale e Lazio meridionale, allora la foce del Garigliano appare come una soglia politico-territoriale oltre che religiosa. Cioffi ricorda anche che Minturno svolse la funzione di principale città di transito tra Latium novum e Campania, e che, in orbita romana, il santuario conobbe una fioritura collegabile alla specializzazione di attività portuali e artigianali presso il Liri. In un luogo così, un oggetto votivo inciso non vive in un silenzio rituale, vive dentro un corridoio di persone, merci e gesti, dove l’appropriazione è un rischio reale.
A questo punto entra un secondo rinforzo, complementare al primo, che riguarda non la foce in sé ma la grande infrastruttura che trasforma i passaggi in sistema. Fabrizio Vistoli, nel “Saggio bibliografico sull’antica via Appia”, ricorda che la via Appia fu detta regina viarum per lo splendore dei monumenti e per la cura delle autorità nel mantenerla, dato che da essa dipendeva l’organizzazione del traffico con l’Oriente. La formulazione è importante perché restituisce il tema che interessa davvero la valle. Non un semplice tracciato, ma una struttura di governo della mobilità. Vistoli insiste anche sulla funzione simbolica e territoriale dell’Appia come raccordo tra regioni meridionali e proiezione verso il Mediterraneo, e descrive l’azione contemporanea di tutela e valorizzazione promossa dalla Società Magna Grecia, con un’impostazione che guarda al paesaggio e all’ambiente lungo l’intero itinerario. In questa prospettiva la valle del Garigliano non è un tratto qualsiasi della strada, è uno dei luoghi in cui l’idea di transito governato diventa evidente, perché tra Formiae e Minturnae la via oltrepassa montagne e costa con opere ardite, tagli, viadotti e costruzioni, cioè con una tecnica di adattamento a una geografia complessa.
Il nesso con la frase della coppa si rafforza così su due fronti. Da un lato, la soglia naturale e cultuale del paesaggio palustre di Marica, con il suo lucus e la sua extraterritorialità, rende credibile il gesto di incidere un limite contro l’appropriazione. Dall’altro, la soglia infrastrutturale dell’Appia, definita come asse di organizzazione del traffico e mantenuta come bene pubblico strategico, mostra che la “valle” è parte di una logica più ampia, quella di un territorio che vive di attraversamenti ma resta tale solo se l’attraversamento è custodito, gestito, mantenuto, cioè sottratto alla possibilità che qualcuno se ne impadronisca.
Quando poi si risale verso Suio e si entra nella dimensione geomorfologica del varco tra Aurunci e Roccamonfina, e quando si passa dalla scafa al ponte e in futuro prossimo si spera alla modernità dei Contratti di Fiume, il senso complessivo si chiarisce. La valle del Garigliano non chiede isolamento, chiede regole di attraversamento. La coppa di Marica, in questo contesto, non è un reperto isolato. È una soglia testuale, un frammento in cui un territorio antico formula, con una crudezza che ancora oggi convince, la propria condizione.
In questa prospettiva, torna centrale anche il testo puntuale dell’epigrafe interna, nella lettura richiamata da Marco Mancini, “esom kom meois sokiois triwoia deom duo[na] nei pari med”, da cui deriva la resa italiana del divieto finale che dà titolo a questo articolo, “Non ti impadronire di me”.
Il Garigliano si attraversa. Il Garigliano si custodisce. Il Garigliano non si possiede.
Bibliografia
[1] Mancini, Marco. “Latina antiquissima II. Ancora sull’epigrafe del Garigliano”.
[2] Bellini, Giovanna Rita. “Minturnae porto del Mediterraneo”.
[3] “Analisi Conoscitiva Integrata. Contratto di Fiume Garigliano–basso Liri”.
[4] Rotasso, Roberto. “Allegato 4 – Analisi Conoscitiva Integrata. Contratto di Fiume Garigliano–basso Liri”.
[5] Da Rios, Villani. “Tecnica 800”. PDF fornito dall’utente, “Da+Rios_Villani_Tecnica_800.pdf”.
[6] Autorità di Bacino dei fiumi Liri-Garigliano e Volturno. “Relazione Illustrativa. Documento di indirizzo ed orientamento per la Pianificazione e Programmazione della Tutela Ambientale”.
[7] Cioffi, Rita. “Fanum oblitterum. Il santuario e la stipe votiva della dea Marica tra vecchi dati e nuove ricerche”.
[8] Vistoli, Fabrizio. “Saggio bibliografico sull’antica via Appia”. Società Magna Grecia, Roma, 2013.

