In un mondo che nel 2025 genera circa 344 mila terabyte di dati al minuto, la crescita delle informazioni digitali non è più soltanto una questione tecnologica: è una partita economica, industriale e di potere, giocata tra infrastrutture, piattaforme e controllo dei mercati.
Tutti sappiamo cosa significhi TB?
TB significa terabyte, una delle unità con cui oggi misuriamo la quantità di dati digitali. È una sigla entrata nel linguaggio comune, ma basta volgere lo sguardo indietro di qualche decennio per rendersi conto di quanto sia cambiata la scala della memoria e, con essa, l’intera economia dell’informazione.
Molti ricordano il Commodore 64, uno dei primi personal computer di larga diffusione. Il suo nome richiamava i suoi “ben” 64 kilobyte di memoria: una capacità che allora appariva rilevante e che oggi, al confronto con gli standard attuali, sembra quasi simbolica. Eravamo soltanto nei primi anni Ottanta, eppure quella soglia rappresentava già una promessa di modernità.
Il salto di scala, da allora, è stato radicale. Un kilobyte (KB) equivale a circa mille byte; un terabyte (TB) corrisponde a circa un miliardo di kilobyte; uno zettabyte (ZB) equivale a un miliardo di terabyte. (Le conversioni sono espresse in scala decimale, come nei principali report macro sui volumi dati.) Il passaggio da KB a TB e poi a ZB non descrive soltanto una crescita quantitativa: racconta, da solo, la trasformazione dell’economia digitale e della capacità globale di produrre, replicare e conservare informazioni.
Secondo stime richiamate da Banca d’Italia su base IDC e Statista, nel 2024 il volume globale di dati creati, catturati, copiati e consumati ha raggiunto 149 zettabyte. La stessa traiettoria indica oltre 394 zettabyte entro il 2028, a conferma di una crescita strutturale, sostenuta dall’espansione del cloud, dallo streaming, dai dispositivi connessi, dall’Internet of Things e dall’intelligenza artificiale.
Per rendere più leggibile l’ordine di grandezza, 149 zettabyte l’anno corrispondono a circa 408,2 milioni di terabyte al giorno, vale a dire circa 283 mila terabyte al minuto.
E tutti noi sappiamo quanti dati vengono generati nel mondo in un singolo minuto, ovvero in sessanta secondi?
Per il 2025, assumendo come riferimento una stima di 181 zettabyte annui, il volume salirebbe a circa 495,9 milioni di terabyte al giorno, pari a circa 344 mila terabyte al minuto. Un dato che, da solo, rende evidente la velocità con cui la produzione di informazioni sta aumentando.
Ma che cosa significano, in concreto, questi numeri nella vita digitale di ogni giorno?
Un’indicazione utile arriva dall’infografica “Data Never Sleeps 12” di Domo, che fotografa ciò che accade, in media, ogni minuto del 2024. In sessanta secondi, Google registra 5,9 milioni di ricerche, YouTube totalizza 3.472.222 video visualizzati, mentre su Facebook e Instagram vengono riprodotti 138,9 milioni di Reel. Nello stesso arco di tempo, gli utenti di TikTok caricano 16.000 video e gli abbonati a Netflix guardano in streaming 362.962 ore di contenuti.
La pressione informativa si misura anche nella comunicazione quotidiana. Ogni minuto vengono inviati 251,1 milioni di email, 18,8 milioni di messaggi di testo, 1,04 milioni di messaggi su Slack, mentre Siri risponde a 1.041.666 domande. Sul fronte professionale, 229 milioni di minuti di riunione vengono registrati su Microsoft Teams, e 9.000 utenti presentano candidature di lavoro su LinkedIn.
L’infografica segnala anche il peso crescente delle piattaforme digitali nei consumi e nei servizi: in un solo minuto si prenotano 852 soggiorni su Airbnb, si effettuano ordini su DoorDash per 126.763 dollari, 288 persone scaricano Zoom e, durante la Cyber Week, gli acquisti online raggiungono 43,6 milioni di dollari a livello globale.

Non manca il lato più critico della trasformazione digitale. Nello stesso minuto, in media, vengono compromessi 4.080 record in violazioni di dati. È un dettaglio che ricorda come l’espansione della produzione e della circolazione delle informazioni non generi soltanto valore economico, ma anche nuovi rischi legati a sicurezza, privacy e gestione delle infrastrutture.
Sono cifre che spiegano con chiarezza la portata del cambiamento. Se il Commodore 64 rappresentava un’epoca in cui la memoria si contava in decine di kilobyte, oggi ci troviamo in una fase in cui i dati si accumulano a ritmi che richiedono infrastrutture industriali: data center, reti, capacità di storage, sistemi di sicurezza e potenza di calcolo. La crescita dei dati non è più soltanto una questione tecnica, ma una variabile economica che incide su investimenti, produttività, consumi energetici e competitività.
Ma c’è anche un altro aspetto da considerare. Più i dati diventano il motore dell’economia digitale, più cresce il rischio che il loro controllo si concentri nelle mani di un numero ristretto di grandi piattaforme. Non è soltanto una questione tecnologica: è un tema di potere economico, accesso al mercato e capacità di indirizzare innovazione e decisioni. Non a caso, i report più recenti sulla governance dei dati insistono sulla necessità di affiancare al coordinamento centrale meccanismi di trasparenza, accountability e modelli federati o ibridi, proprio per evitare che efficienza e scala si traducano in dipendenza, opacità o colli di bottiglia.
Il confronto, in fondo, è tutto qui: dai 64 KB che sembravano enormi quarant’anni fa, ai centinaia di migliaia di TB generati ogni minuto nel mondo. È la misura più concreta della trasformazione digitale in corso. Ma proprio perché i dati sono ormai una risorsa strategica, la domanda finale non è solo “quanti” se ne producano, bensì a chi servano e come vengano governati: se rimangono concentrati e opachi, diventano leva di squilibrio; se sono gestiti con regole chiare, sicurezza e accesso equo, possono sostenere innovazione, servizi e competitività a beneficio del bene comune.
Fonti: Banca d’Italia (2025), IDC, Statista, IBM, Research Information; Domo, “Data Never Sleeps 12”; KPMG; Secoda.

