
di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano.
Ci sono frutti che appartengono a un territorio non soltanto perché vi crescono, ma perché riescono a custodirne il paesaggio, la memoria e perfino un modo di sentire il tempo. Per me il melograno è uno di questi. Quando penso alla Valle del Garigliano non penso soltanto a una geografia fatta di fiume, di pianura, di colline, di mare non lontano e di paesi sospesi tra Lazio e Campania. Penso anche a una trama più intima, più antica, quasi silenziosa, dentro la quale certe piante sembrano avere il compito di dire ciò che il territorio è stato e, in qualche misura, continua a essere. Il melograno, in questa trama, occupa un posto speciale.

Non l’ho mai sentito come un albero qualunque.
C’è in lui qualcosa di raccolto e di solenne. La sua forma, il suo frutto, il rosso del fiore, la corona che già si disegna nei primi piccoli frutti, tutto sembra portare un significato che va oltre l’evidenza botanica. Forse è per questo che il melograno attraversa da secoli l’arte, la religione, la poesia e l’immaginazione mediterranea. Lo si ritrova nei cocci antichi, nelle anfore, nei motivi decorativi delle ceramiche, nelle sculture, nei capitelli, nei tessuti, nei paramenti sacri. È come se il Mediterraneo avesse riconosciuto da sempre in questo frutto una forma compiuta, una figura dell’abbondanza, dell’unità nella molteplicità, della vita che si raccoglie in se stessa e insieme si offre.
Anche la tradizione cristiana gli ha attribuito un valore forte e profondo.
Il melograno non compare soltanto come ornamento, ma come simbolo. Nelle mani della Vergine o del Bambino, nelle pitture e nelle sculture, esso diventa segno di fecondità, di passione, di sangue e di salvezza.

Quel rosso fitto, custodito sotto una scorza dura, ha parlato per secoli all’immaginazione religiosa, come se nel frutto fosse racchiusa insieme la ferita e la promessa, il sacrificio e la vita che da esso nasce.
Poi ci sono i poeti, e quando penso al melograno non posso non sentire vicino Federico García Lorca.
In lui la melagrana diventa molto più di un’immagine naturale. Diventa cielo, cuore, sangue, ferita, stagione. Diventa quasi una figura totale del mondo. Lorca riesce a vedere nel melograno qualcosa che pulsa tra la terra e il cosmo, come se in quel frutto si potessero leggere insieme la durezza del vivere e la sua ostinata capacità di generare bellezza. C’è una verità profonda in questa immagine, perché il melograno ha davvero qualcosa del cuore umano. All’esterno appare chiuso, compatto, severo. All’interno custodisce una moltitudine, una ricchezza, una vibrazione segreta.
Accanto a Lorca metto D’Annunzio, che pure gli attribuisce un significato altissimo. Nel suo progetto delle tre trilogie, affidate alla rosa, al giglio e al melograno, proprio quest’ultimo diventa il segno di una fase più matura, il simbolo di un frutto che non coincide con il semplice slancio della vita, ma con il suo compimento. È un’immagine diversa da quella lorchiana e tuttavia complementare. Se in Lorca il melograno vibra come intensità cosmica e carnale, in D’Annunzio esso assume il valore della maturazione, della pienezza raggiunta, della forma che nasce dopo la prova. Tra questi due poli si muove anche il mio modo di guardare questo frutto. Da una parte sento il suo battito vitale, il suo sangue, la sua energia. Dall’altra ne avverto la gravità, la maturità, la sua capacità di raccogliere il tempo.
A queste immagini io aggiungerei anche Felice Casorati, perché già il titolo del suo dipinto Il sogno del melograno, realizzato nel 1912, mi sembra rivelatore di una sensibilità che vede in questo frutto non un semplice oggetto naturale ma una presenza mentale, quasi una figura di sospensione, di interiorità, di concentrazione silenziosa.

Non è un dettaglio secondario, perché nella sua stessa idea di pittura Casorati dichiarava di voler fissare “le anime estatiche e ferme, le cose mute e immobili, gli sguardi lunghi, i pensieri profondi e limpidi”. In questa luce, anche il melograno entra in una sfera di raccoglimento, di sospensione e di segreta concentrazione, come se il frutto custodisse non soltanto semi, ma silenzio, attesa e interiorità.
Forse è per questo che il mio pensiero torna sempre a Lauro di Sessa Aurunca e alla Festa ré Maggio, che cade nella seconda domenica di maggio. Più che alla festa in sé, torno alle settimane che la precedevano, quando il paese sembrava entrare lentamente in una disposizione particolare, come se l’attesa stessa facesse già parte della festa. In quei giorni, dalla finestra della cucina di casa mia, si poteva vedere nel giardino il melograno. Lo vedevo cambiare poco alla volta. Prima i boccioli. Poi i fiori rossi, vivi, tesi, accesi. Poi, quasi senza che me ne rendessi conto, i primi piccoli frutti, già con quella loro forma inconfondibile, già con la corona.
Quel ricordo per me non è secondario, non è un semplice frammento privato ma una piccola verità del territorio. In quella visione si incontravano il tempo naturale e il tempo della comunità. Mentre il paese si preparava alla Festa ré Maggio, anche il melograno entrava nella sua stagione più visibile e più eloquente. La fioritura non era solo un fatto vegetale. Diventava un segno. Quasi una partecipazione silenziosa al ritmo del paese. Ancora oggi, se penso a quelle settimane, mi sembra che il melograno non facesse da sfondo, ma fosse parte della scena, parte dell’atmosfera, parte di quel modo antico in cui i luoghi si lasciavano leggere anche attraverso le piante.
Per questo, quando guardo alla Valle del Garigliano, sento che il melograno non appartiene solo alla letteratura, alla simbologia o all’arte. Appartiene a un’esperienza concreta del paesaggio. Appartiene alle case, ai giardini, ai margini dei campi, alle masserie, alle finestre da cui si guardava il mutare delle stagioni. Appartiene a un mondo in cui la natura non era separata dalla vita quotidiana, ma ne accompagnava il ritmo con una discrezione piena di significato. E forse proprio qui sta la sua forza. Il melograno non si impone. Non domina il paesaggio. Non si fa notare con l’arroganza di altre presenze. Resta lì, e tuttavia lascia un segno preciso nella memoria.
Anche per questo lo sento così vicino alla verità della Valle del Garigliano. Questa valle ha una struttura complessa, fatta di passaggi, di stratificazioni, di ferite, di permanenze. Non è un territorio uniforme. Ha qualcosa di raccolto e insieme di aperto, di duro e insieme di fertile. In un certo senso possiede la stessa struttura simbolica del melograno, che fuori trattiene e dentro custodisce. Ci sono luoghi che si spiegano meglio attraverso un albero che attraverso un discorso sociologico, e per me il Garigliano è uno di questi. Il melograno non lo rappresenta in modo artificiale. Lo accompagna. Lo riflette. Ne dice qualcosa che forse altri segni non riescono a dire con la stessa precisione.
Se allora provo a mettere insieme tutto questo, non mi viene da parlare di un semplice frutto, ma di una forma del paesaggio interiore di questa terra. Il melograno sta tra il sacro e il domestico, tra il mito e la cucina, tra il giardino e la poesia, tra l’arte e il ricordo. Sta tra Lorca e D’Annunzio, ma anche tra una finestra di casa e la seconda domenica di maggio. Sta nella lunga civiltà mediterranea che lo ha inciso sui vasi, scolpito nella pietra, dipinto nelle immagini sacre, affidato ai versi e alle memorie familiari. E proprio perché tiene insieme tutte queste cose, il melograno continua a parlarmi della Valle del Garigliano come di una terra che non va ridotta a una definizione geografica, ma va sentita come un paesaggio di forme, di segni e di ritorni.
Ogni volta che torno con la mente a quelle settimane che precedevano la Festa di Maggio, rivedo quel rosso comparire tra i rami e mi accorgo che in fondo, senza saperlo, stavo già imparando qualcosa sul mio territorio. Stavo imparando che ci sono presenze umili e antiche che riescono a custodire più storia di tanti discorsi. Stavo imparando che il paesaggio non è fatto solo di grandi vedute, ma anche di dettagli che ritornano ogni anno e si legano a una festa, a una casa, a uno sguardo. Stavo imparando, forse, che il melograno non era soltanto lì davanti a me, ma era già dentro un’idea più profonda della valle, del suo tempo e della sua memoria.
Oliviero Casale, dalla Valle del Garigliano, porta avanti una riflessione sul rapporto tra paesaggio, memoria, soggettività, intelligenza artificiale generativa e filosofia della tecnologia.


