di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano
Negli atti ufficiali è la festa in onore di Maria SS. dei Pozzi, mentre nel linguaggio dei lauresi è, più semplicemente e più familiarmente, la Festa ’re Maggio, una ricorrenza che a Lauro di Sessa Aurunca non coincide soltanto con il calendario religioso, ma con il momento in cui un paese si riconosce, si prepara, si racconta e torna a stringersi attorno alla sua immagine più identitaria, quella della Madonna venerata ai Pozzi. Nel 2026, però, questa attesa si intreccia anche con il ricordo e con un clima più sobrio, che sembra restituire alla festa un significato ancora più profondo, meno legato alla spettacolarità del cartellone e più vicino alla memoria condivisa della comunità.
A Lauro maggio non arriva mai come un mese qualunque, perché porta con sé un’attesa che si avverte nelle strade, nelle case, nei discorsi di chi resta e di chi torna, nei preparativi che precedono i giorni centrali della festa e in quella particolare disposizione emotiva con cui il paese si avvicina alla celebrazione della Madonna dei Pozzi. La Festa ’re Maggio non è soltanto un appuntamento patronale, né può essere ridotta alla somma di una processione, una fiera, un concerto e qualche serata in piazza, poiché nel tempo è diventata una forma di appartenenza, un linguaggio collettivo attraverso il quale Lauro rinnova il proprio legame con la fede, con la tradizione e con la propria storia.
La radice più profonda di questa devozione affonda in una tradizione che la comunità riconduce al Seicento e che ancora oggi continua a essere raccontata come parte viva dell’identità locale. La tradizione più nota lega l’origine della devozione alla Madonna dei Pozzi a una pastorella sordomuta che, mentre cercava una pecorella smarrita, avrebbe visto la Vergine presso un burrone, nel luogo dei tre pozzi. Secondo il racconto popolare, Maria le avrebbe chiesto di riferire al parroco e agli abitanti il desiderio che lì sorgesse una cappella, restituendole parola e udito come segno. È una leggenda devozionale tramandata oralmente, ma a Lauro non è percepita come una semplice memoria lontana: ritorna nei giorni della festa, nei gesti della preparazione e nella devozione comunitaria che fa di maggio uno dei momenti più intensi dell’anno.
Per comprendere davvero la Festa ’re Maggio occorre guardare prima di tutto al suo nucleo religioso, che resta il centro attorno al quale si dispongono tutti gli altri elementi, dalla fiera alle luminarie, dalle bande ai momenti di intrattenimento. Il percorso del 2026 si apre con l’esposizione della Madonna il 30 aprile, prosegue con la tradizionale fiera del 5 maggio e con la veglia mariana del 7, fino ai giorni più intensi dei festeggiamenti tra l’8 e il 12 maggio, quando Lauro entra nel vivo di una celebrazione che unisce preghiera, partecipazione popolare e vita di piazza. La festa, del resto, non nasce dal cartellone civile, ma dall’immagine della Madonna dei Pozzi e dal rapporto che la comunità ha costruito nel tempo con quella devozione.
Pensare alla seconda domenica di maggio significa anche allargare per un momento lo sguardo oltre Lauro, perché in molti Paesi quella data porta con sé un valore pubblico, affettivo e simbolico particolare. Negli Stati Uniti il Congresso, con la joint resolution approvata l’8 maggio 1914, ha designato la seconda domenica di maggio come Mother’s Day, mentre in Brasile il Decreto n. 21.366 del 5 maggio 1932 stabilisce espressamente che il secondo domingo de maio è consacrato alle madri; in Francia, su un piano diverso ma ugualmente significativo, la Fête nationale de Jeanne d’Arc et du patriotisme è fissata alla seconda domenica di maggio. In Italia, invece, la Festa della mamma vive soprattutto come consuetudine sociale e familiare, poiché la fonte ufficiale rintracciabile sul portale del Senato rimanda a un disegno di legge del 1958 e non a una legge nazionale vigente.
Dentro questa geografia simbolica del calendario, Lauro custodisce una declinazione tutta propria della seconda domenica di maggio, perché la festa non celebra genericamente la maternità, ma si raccoglie attorno alla figura di Maria, madre venerata ai Pozzi e presenza spirituale nella vita del paese. È anche per questo che la Festa ’re Maggio parla a più livelli, toccando la fede, la memoria familiare, il ritorno di chi vive fuori, il legame con le madri di casa e con quella Madre celeste che, nella devozione popolare, continua a dare forma all’identità laurese.
Accanto alla dimensione religiosa esiste una grammatica civile che a Lauro ha un valore enorme e che contribuisce a fare della festa un’esperienza corale. Le vie del paese vengono addobbate con le luminarie, che nelle sere di maggio cambiano il volto delle strade interne, disegnano archi di luce sopra il passaggio della gente e preparano lo scenario della festa prima ancora che inizino la musica, la fiera e la processione. Il paese si illumina, le strade si riempiono, la fiera richiama famiglie e visitatori, le bancarelle restituiscono profumi e abitudini riconoscibili, mentre la musica occupa uno spazio che non è soltanto decorativo, ma profondamente identitario.
In questo contesto la banda non rappresenta un accompagnamento marginale, perché è parte integrante del racconto della festa, del suo passo, della sua solennità e della sua memoria. Tra i momenti più significativi resta la tradizione dell’incontro delle bande, conservata dalla memoria locale come uno dei passaggi più attesi e riconoscibili della Festa ’re Maggio. L’accoglienza della banda ospite in località Santa Lucia, l’omaggio floreale, le marce sinfoniche, il passaggio nel centro del paese e il saluto ai musicanti a mezzanotte compongono una sequenza che tiene insieme cerimoniale, affetto popolare e senso della continuità. È proprio in questo intreccio di sacro, piazza e suono che la festa supera i confini della ricorrenza patronale e diventa un rito comunitario, capace di parlare anche a chi magari non partecipa a ogni momento religioso, ma riconosce comunque in quei gesti una parte della propria storia.
Il suono delle campane merita, in questo racconto, un posto a parte, perché nella tradizione italiana non è mai stato soltanto un segnale orario o liturgico, ma una voce collettiva, capace di dare forma al paesaggio e alla coscienza di chi ascolta. Da Fogazzaro a Zanella, da Carducci a Pascoli, le campane dei paesi hanno accompagnato la sera, il lutto, la festa, il ritorno, la preghiera, diventando di volta in volta meditazione, richiamo, memoria e persino ninnananna interiore, come accade nel celebre “Don… Don…” pascoliano. Anche a Lauro, nella domenica della Festa ’re Maggio, il rintocco delle campane non annuncia soltanto una funzione religiosa, ma apre una giornata attesa, riconoscibile, quasi consegnata da sempre alla memoria del paese, perché prima ancora della banda, della processione e della piazza, sono quelle campane a dire che maggio è entrato nel suo giorno più solenne.
Perché, nella memoria di un laurese, la Festa ’re Maggio non è fatta soltanto di programma, luminarie e concerti, ma di immagini e suoni che appartengono alla parte più intima del paese: la statua della Madonna portata a spalla per le vie di Lauro, il suono delle campane nella domenica mattina, il rimbombo dei primi colpi a festa che annunciano il passaggio della banda, i petali di rosa che scendono dai balconi e dalle finestre al passaggio della processione, i volti affacciati lungo il percorso, il passo lento dei portatori, la fatica silenziosa delle donne lauresi che portano i grandi ceri votivi accesi senza lasciar trasparire il peso del cammino, il silenzio che per qualche istante accompagna la preghiera e poi il ritorno della musica, della piazza, delle voci. È una festa che resta nella memoria anche attraverso i sensi, nel colore delle prime ciliegie lungo la via della Madonna dei Pozzi, nel sapore di “’o père e ’o musso, sale e limone”, nelle noccioline, nei torroni, nelle bancarelle, nel passeggio serale, nel pranzo di famiglia, nella pizza dolce che molti associano a questi giorni e perfino nel rumore dei passi sulle vasole delle strade interne di Lauro fino a notte tarda. Sono dettagli piccoli solo in apparenza, perché proprio da questi segni concreti nasce quella memoria affettiva che rende la Festa ’re Maggio non un evento da guardare, ma un’appartenenza da vivere.
L’edizione 2026 chiede anche uno sguardo più attento, perché si colloca in un momento segnato da perdite dolorose per la comunità e da un clima che invita a vivere la festa con rispetto, misura e consapevolezza. Il comitato ha scelto di confermare i festeggiamenti, ma lo ha fatto richiamando un tono più composto, nel quale la memoria non viene separata dalla tradizione e la festa non diventa evasione, bensì occasione per ritrovarsi senza dimenticare ciò che ha attraversato il paese. Anche per questo bisognerebbe evitare la scorciatoia del “grande evento” e provare invece a restituire Lauro come una comunità che, attraverso la Festa ’re Maggio, tiene insieme devozione, continuità e appartenenza.
In questa prospettiva, il dato più interessante non è soltanto quanti visitatori arrivino da fuori, ma quanti lauresi tornino, quanti si riconoscano nei gesti della festa e quanti, anche vivendo lontano, continuino a misurare la propria idea di casa sul passaggio della processione, sulle bande in piazza, sui balconi vestiti a festa e sulle strade che per qualche giorno ritrovano il passo della memoria collettiva. La Festa ’re Maggio, allora, smette di essere una semplice cronaca di calendario e diventa il racconto di un’identità locale che ogni anno si rinnova attorno alla Madonna dei Pozzi, non per ripetere meccanicamente una tradizione, ma per riconfermare quel legame profondo che si potrebbe chiamare originanza: la capacità di continuare ad appartenere a un luogo anche quando la vita ha portato altrove.

