di Oliviero Casale
Una memoria che non può finire
C’è un modo molto italiano di discutere del futuro. Consiste nel dimenticare il passato mentre quel passato continua a produrre costi, responsabilità e interrogativi irrisolti. Accade anche oggi, mentre il Governo torna a parlare di nucleare sostenibile, piccoli reattori modulari, sicurezza energetica e decarbonizzazione.
Uno di questi luoghi è la Valle del Garigliano. Qui la centrale nucleare, prima ancora di essere conosciuta nei suoi aspetti tecnici, è entrata nella memoria collettiva come la “palla del Garigliano”. Così molti chiamavano quella grande struttura sferica visibile da lontano, capace di segnare il paesaggio e l’immaginario delle famiglie del territorio.
La centrale nucleare del Garigliano, nel territorio di Sessa Aurunca, apparteneva alla prima generazione degli impianti italiani. Aveva un reattore ad acqua bollente, BWR, di progettazione General Electric. Entrò in esercizio commerciale nel 1964, funzionò fino all’agosto 1978 e venne chiusa nel 1982.
La fermata del 1978 va raccontata con precisione. La documentazione tecnica richiama un’avaria a un generatore di vapore secondario, dopo una produzione complessiva di 12,5 miliardi di kWh e un fattore di utilizzazione pari al 68 per cento. Dopo quella fermata, venne valutato non conveniente il riavvio, anche per la breve vita residua dell’impianto e per gli investimenti necessari ad adeguarlo ai nuovi criteri di sicurezza.
Rifiuti, combustibile e piano di emergenza
Secondo l’Inventario nazionale dei rifiuti radioattivi aggiornato al 31 dicembre 2023, nel sito risultano ancora presenti 2.595,24 metri cubi di rifiuti radioattivi. L’attività complessiva è pari a 343.618,96 GBq. Non risultano rifiuti ad alta attività, ma 84,68 metri cubi di rifiuti a media attività concentrano 324.931,49 GBq. Si tratta di circa il 94,6 per cento dell’attività radiologica inventariata nel sito.
Anche il combustibile esaurito non si trova più fisicamente a Sessa Aurunca. Il Piano di emergenza esterna ricorda che i 322 elementi di combustibile presenti al momento della fermata definitiva furono trasferiti al Deposito Avogadro di Saluggia. Il combustibile può essere spostato, ma non scompare dal problema pubblico e radiologico che il Paese deve gestire.
Dalle fonti pubbliche disponibili, la centrale risulta ancora oggetto di un Piano interprovinciale di emergenza esterna, aggiornato nel 2020 dalla Prefettura di Caserta. Questo dato non indica un’emergenza in atto e non autorizza allarmismi. Conferma però che il sito non è un luogo industriale ordinario. La pianificazione resta collegata alla presenza dei rifiuti radioattivi e prevede misure della radioattività ambientale, oltre a controlli radiologici sulle matrici alimentari entro un raggio di 1.000 metri.
L’impianto sorge in un’ansa del fiume Garigliano, a circa 7 chilometri dal Mar Tirreno. Il fiume segna il confine tra Caserta e Latina e raggiunge il mare dopo circa 10 chilometri.
La delega e il Deposito nazionale
Il riferimento è al disegno di legge delega AC 2669, con il quale il Governo intende definire una nuova cornice normativa per il cosiddetto nucleare sostenibile. Ed è proprio questo disegno di legge che va letto dentro il quadro ancora aperto del vecchio nucleare italiano. La Memoria della Banca d’Italia sul disegno di legge AC 2669 chiarisce che la delega non riguarda solo la produzione di energia nucleare. Comprende anche disattivazione degli impianti esistenti, gestione dei rifiuti radioattivi, ricerca e sviluppo dell’energia da fusione, costruzione di nuovi impianti, riprocessamento del combustibile, stoccaggio temporaneo e smaltimento definitivo dei rifiuti.
Il perimetro appare quindi molto ampio. Include fissione avanzata, tecnologie modulari, microreattori, ciclo del combustibile, idrogeno da fonte nucleare, decommissioning e ricerca sulla fusione. Questo intreccio tra vecchio e nuovo nucleare rende ancora più delicato il nodo del Deposito nazionale. Finché il Paese non dispone di una soluzione definitiva, gli impianti in dismissione continuano a custodire materiali radioattivi, rifiuti e componenti contaminati.
Fissione, fusione e scorie
Anche sul piano tecnologico serve chiarezza. Gli SMR, gli AMR e i microreattori non sono impianti a fusione. Sono reattori a fissione nucleare. La fusione resta invece una prospettiva di lungo periodo. Si parla quindi al presente della fissione, ma spesso si rassicura l’opinione pubblica evocando il futuro della fusione.
Una presentazione di ENEA indica, per gli SMR, il problema della produzione massiccia di rifiuti radioattivi a lunga vita. Per gli AMR parla di possibile chiusura del ciclo del combustibile, non di eliminazione certa dei rifiuti. Il nuovo nucleare può promettere miglioramenti, ma non cancella rifiuti radioattivi, materiali contaminati, controlli e decommissioning.
La Banca d’Italia osserva che la reintroduzione del nucleare non avrebbe impatti significativi sul livello dei prezzi dell’elettricità. La minore importazione di idrocarburi sarebbe compensata da una maggiore importazione di tecnologia e combustibile nucleare. Anche i tempi restano lunghi. Una presentazione del Politecnico di Milano ipotizza che, installando un impianto all’anno dal 2030-2035, si arriverebbe a 15-20 impianti al 2050. Il contributo sarebbe intorno al 10 per cento della produzione nazionale.
La ricerca va sostenuta, soprattutto quando punta a soluzioni energetiche davvero più sicure, meno gravate dai rifiuti radioattivi a lunga vita e più compatibili con il futuro. In questo senso la fusione merita attenzione, perché appare come una traiettoria diversa dalla fissione. Ma proprio per questo non dovrebbe essere usata per rendere più accettabile, oggi, il ritorno ai reattori a fissione. Se si vuole investire nella ricerca, lo si dica; se si vuole riaprire la strada alla fissione, lo si dica con la stessa chiarezza.
Le alternative e la domanda reale
Una valutazione seria dovrebbe confrontare il nucleare con rinnovabili, accumuli, reti intelligenti, efficienza energetica, comunità energetiche, idroelettrico innovativo, fotovoltaico su edifici pubblici, scuole, università, ospedali, ministeri e caserme, eolico offshore e idrogeno verde prodotto da energia solare, eolica e acqua riciclata.
Le comunità energetiche rinnovabili potevano rappresentare partecipazione e radicamento territoriale. Sembrano invece quadrifogli in un campo d’erba.
C’è poi il tema degli stili di consumo. A chi giovano nuove centrali se una parte crescente dell’energia sarà assorbita da data center sempre più affamati di elettricità, infrastrutture digitali energivore, intelligenza artificiale e stili di vita che consumano risorse naturali come se il pianeta fosse inesauribile?
Salute e dati mancanti
Anche la questione sanitaria richiede prudenza. Non si può affermare, sulla base dei documenti ufficiali disponibili, che la centrale del Garigliano abbia prodotto un danno sanitario diretto e dimostrato. Tuttavia questa impossibilità non deve diventare rassicurazione definitiva.
Nei paesi a ridosso della centrale esiste una memoria dolorosa che non può essere liquidata come suggestione. In molte famiglie si ricordano bambini morti troppo presto, giovani strappati alla vita e parenti colpiti da patologie tumorali. Questa memoria non dimostra da sola una causalità scientifica. Impedisce però di chiudere il tema con formule burocratiche.
Sarebbero serviti dati storici più completi, continui, georeferenziati e integrati con informazioni ambientali e sanitarie. Nel febbraio 2026, uno studio pubblicato su “Nature Communications” ha analizzato la mortalità per cancro nelle contee statunitensi in relazione alla prossimità alle centrali nucleari operative. Ha rilevato tassi più elevati nelle contee più vicine agli impianti, senza dimostrare causalità. Il tema resta scientificamente aperto.
Il tema del dual-use
Nel dibattito andrebbe richiamato anche il tema del dual-use, perché il nucleare civile può coinvolgere tecnologie, competenze, materiali, infrastrutture, attività di ricerca e processi di riprocessamento con possibili implicazioni di duplice uso. Questo non significa confondere automaticamente nucleare civile e nucleare militare, né trasformare ogni attività scientifica in un sospetto, ma riconoscere che un settore così sensibile non può essere raccontato soltanto con parole rassicuranti come innovazione, sostenibilità o sicurezza energetica. Se si parla di fissione, fusione, ciclo del combustibile, riprocessamento, nuovi impianti e ricerca avanzata, allora bisogna parlare anche di trasparenza, non proliferazione, sicurezza fisica, cybersecurity, controllo democratico e responsabilità istituzionale lungo tutta la filiera.
A chi giova davvero?
La Valle del Garigliano non può essere una nota a margine della politica energetica nazionale. Dopo gli investimenti realizzati per costruire e far funzionare la centrale, dopo i costi sostenuti per fermarla, metterla in sicurezza, gestire il combustibile, custodire i rifiuti e aggiornare prescrizioni e pianificazioni, bisognerebbe chiedersi se qualcuno abbia mai stimato davvero le ricadute economiche nette sul territorio, non solo in termini di produzione elettrica nazionale, ma in termini di sviluppo locale, occupazione stabile, valore restituito alle comunità, immagine territoriale, vincoli subiti, occasioni perse e lunga permanenza di una servitù tecnologica e radiologica.
Anche i ristori riconosciuti ai Comuni adiacenti alla centrale meritano una riflessione meno distratta. Il termine ristoro non prova automaticamente l’esistenza di un danno specifico, ma indica comunque che un territorio ha sopportato un carico, una presenza, un vincolo o una servitù tali da richiedere una compensazione. Proprio per questo bisognerebbe chiedersi se quei ristori abbiano prodotto sviluppo, infrastrutture, servizi, opportunità e capacità di futuro, oppure se abbiano accompagnato nel tempo una condizione di accettazione passiva.
Oggi molti parlano di nuovo nucleare con il sorriso sulle labbra, ma la domanda più scomoda resta spesso fuori dal discorso pubblico. A chi giova veramente? Quanti posti di lavoro stabili, qualificati e duraturi nascerebbero per gli abitanti della Valle del Garigliano? Quante imprese tecnologiche sorgerebbero davvero nei comuni vicini? Quale immagine avrebbe un territorio che prova a raccontarsi attraverso paesaggio, agricoltura, archeologia, turismo lento, memoria della Linea Gustav, costa e identità locale? E, mentre si parla di innovazione e futuro, il territorio dovrà continuare a vedere trasporti speciali di materiali contaminati, componenti radioattivi o rifiuti da trattare e allontanare altrove?
La memoria di chi dovrebbe ricordare
È su queste domande che la memoria corta diventa più evidente, soprattutto quando riguarda chi dovrebbe avere una memoria lunga. Fatte le dovute eccezioni per chi ha sempre provato e continua a provare a ragionare, discutere, studiare le fonti e fare tesoro del passato, i rappresentanti politici dei territori, le classi dirigenti locali, le menti pensanti, il mondo delle professioni, dell’università e dell’associazionismo dovrebbero essere i primi a chiedere chiarezza.
Ne è valsa davvero la pena per la Valle del Garigliano, oppure quella centrale è stata soprattutto una spada di Damocle sospesa per decenni sopra un territorio che aveva già conosciuto la guerra, la Linea Gustav, la ricostruzione difficile e poi decisioni prese altrove?
Forse, davanti a scelte di questa portata, bisognerebbe tornare a una forma minima di sapienza civile, quella che Socrate riassumeva nel “so di non sapere”. Non come rinuncia alla conoscenza tecnica, ma come antidoto alla presunzione di chi pretende di possedere tutte le risposte. Sapere di non sapere significa ammettere che nessuna tecnologia può essere giudicata solo dalla promessa che porta con sé. Va valutata nella sua storia completa, nei costi, nei residui, nei rischi, nei tempi, nei vincoli e nelle vite concrete dei territori che ne sopportano gli effetti.

