di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano
Ho voluto aspettare la fine della giornata in cui si commemora la morte di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e degli uomini della scorta. Ho voluto aspettare ricordando Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, uccisi insieme a loro il 23 maggio 1992.
Ho voluto aspettare guardando questa foto, perché a volte le immagini restituiscono la verità di un fatto più di qualunque discorso ufficiale. Questa immagine non sembra la corsia di un’autostrada, né un tratto della A29 percorso da auto, famiglie, lavoratori e cittadini.
Sembra piuttosto un terreno dopo un bombardamento, una lingua d’asfalto sventrata, una ferita aperta nella terra e nella coscienza della Repubblica. Per questo, guardarla oggi significa tornare al punto esatto in cui la mafia provò a colpire lo Stato nel suo cuore democratico.
La strage di Capaci fu un attacco alla Repubblica
La strage di Capaci non può essere ricordata solo come un assassinio mafioso, perché fu anche un atto di guerra contro lo Stato. Cosa nostra volle piegare le istituzioni, intimidire la giustizia e dimostrare di poter colpire ovunque.
Per questo le parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, arrivano al centro della questione. Mattarella ha ricordato che “la strage di Capaci fu un attacco di inedita ferocia contro la libertà e la dignità degli italiani”.
Non fu, dunque, un attacco rivolto soltanto contro Falcone o contro chi viaggiava su quelle auto. Fu un’aggressione contro tutti noi, contro l’idea che lo Stato democratico possa essere più forte del ricatto, della violenza, dell’omertà e delle zone grigie.
In quella voragine la mafia provò a far precipitare la fiducia dei cittadini nello Stato. Con il tritolo cercò di affermare che la legge fosse impotente, che la giustizia potesse essere cancellata e che il coraggio delle istituzioni potesse essere annientato insieme alle vite di chi le serviva.
Eppure quel disegno non riuscì fino in fondo. Il 23 maggio segnò anche l’avvio di una riscossa civile, dalla quale nacque una coscienza collettiva più ampia e più esigente. Da quel momento, molti italiani smisero di considerare la mafia un fenomeno lontano, locale o inevitabile.
Capaci mostrò che la mafia non era solo criminalità. Era potere, sistema, intimidazione, capacità di relazione e strategia eversiva. Proprio per questo, ricordare Falcone significa anche rifiutare ogni versione addomesticata di quella storia.
Il rischio di una memoria vuota
Proprio perché quella memoria è così alta, bisogna impedire che venga consumata dalla retorica. Le commemorazioni sono necessarie, ma diventano insufficienti quando si trasformano in cerimonie ripetute, parole solenni e gesti privi di conseguenze.
In questo senso sono nette le parole di Nino Di Matteo, intervenuto a Palermo durante la giornata commemorativa della strage di Capaci. Di Matteo ha avvertito che il 23 maggio e il 19 luglio non devono diventare giornate di “parate istituzionali” o di “sepolcri imbiancati”.
Il punto è decisivo. Non basta ricordare Falcone davanti alle telecamere, se durante l’anno non si sostiene davvero chi cerca le verità ancora mancanti. Non basta deporre corone, pronunciare discorsi e invocare legalità, se poi si lascia sola la magistratura quando tocca fili scoperti e zone d’ombra.
La memoria di Falcone non può diventare un rito pubblico buono per tutte le stagioni. Ricordarlo significa chiedersi che cosa si faccia ogni giorno per sostenere chi indaga, chi cerca verità ancora incomplete e chi lavora contro i sistemi di complicità che hanno reso forte la mafia.
Significa anche chiedersi se le istituzioni, la politica e la società civile siano sempre all’altezza delle parole che pronunciano nelle giornate ufficiali. Perché la memoria, quando non produce responsabilità, rischia di diventare una forma elegante di rimozione.
Il 23 maggio e le parole della politica
Proprio per questo trovo grave che, in una giornata come questa, alcune figure politiche abbiano scelto di dedicare parole di omaggio a memorie della storia postfascista della destra italiana. Quelle dichiarazioni non erano formalmente collegate alla strage di Capaci, e questo va detto con chiarezza.
Tuttavia il problema resta politico, prima ancora che polemico. Nel giorno in cui il Paese dovrebbe raccogliersi attorno alla memoria di chi è morto per difendere la Repubblica, si è scelto di dare visibilità a riferimenti identitari che meriterebbero distanza critica, non celebrazione.
Non si tratta di cancellare la storia, né di impedire a qualcuno di fare i conti con la propria tradizione politica. Si tratta, al contrario, di pretendere che quei conti vengano fatti fino in fondo.
Una democrazia matura non rimuove il passato, ma non lo addolcisce e non lo trasforma in nostalgia. Soprattutto, non lo restituisce come patrimonio politico senza interrogarsi sulle responsabilità, sulle continuità e sulle ambiguità che quel passato porta con sé.
In una giornata dedicata alla legalità, alla Costituzione e al sacrificio di servitori dello Stato, le parole pubbliche richiedono rigore. Le parole non sono mai neutre quando toccano la memoria collettiva, soprattutto se vengono pronunciate da chi rappresenta le istituzioni.
Il 23 maggio dovrebbe restare una giornata di memoria repubblicana, non un’occasione per alimentare identità di parte. È il giorno in cui si ricorda chi è morto per difendere lo Stato democratico e per affermare che nessuna forza criminale può sostituirsi alla Repubblica.
Per questa ragione, evocare memorie legate a tradizioni politiche incompatibili con la piena cultura costituzionale produce una confusione grave. Anche quando non nasce da un collegamento diretto con Capaci, quella scelta sposta l’attenzione e indebolisce il senso civile della giornata.
Ricordare Falcone significa chiedere verità
Falcone ci ha insegnato che la mafia è un fenomeno umano e, come tutti i fenomeni umani, ha un principio e avrà una fine. Tuttavia quella fine non arriverà da sola.
Servono istituzioni salde, cittadini consapevoli, scuola, cultura, giustizia e coerenza pubblica. Serve anche il coraggio di respingere ogni retorica che sporca, svuota o confonde la memoria democratica di questo Paese.
Guardando questa immagine non vedo soltanto distruzione. Vedo il punto in cui la mafia pensò di vincere e, nello stesso tempo, il punto da cui l’Italia migliore provò a rialzarsi.
Dico “provò” perché non possiamo raccontarci che quella stagione sia davvero chiusa. Non lo è del tutto, poiché troppi dubbi, troppi fatti non chiariti e troppe responsabilità non individuate continuano a pesare sulla storia delle stragi e sulla coscienza della Repubblica.
Forse quei punti oscuri pesano persino più di prima. Il tempo, infatti, non cancella le domande rimaste senza risposta, ma le rende più gravi. Ogni anno che passa senza piena verità rende più fragile la memoria e più urgente il dovere di non accontentarsi delle celebrazioni.
Ricordare Falcone significa anche questo. Non trasformare il 23 maggio in una liturgia rassicurante, ma continuare a chiedere verità, responsabilità e giustizia.
Davanti a quella voragine non basta dire che l’Italia si è rialzata. Bisogna chiedersi quanto sia stata davvero capace di guardare fino in fondo dentro quella ferita, senza voltarsi dall’altra parte e senza lasciare che il ricordo diventi una formula comoda.
Una Repubblica che onora Falcone solo nelle commemorazioni, ma non cerca fino in fondo le verità che ancora mancano, non custodisce davvero la sua memoria. La consuma.

