Tre giorni dopo la puntata di Otto e Mezzo, Roberto Vannacci ha aperto all’Auditorium della Conciliazione di Roma l’assemblea costituente di Futuro Nazionale. Duemila delegati locali, inno d’Italia e una frase destinata a far discutere: “Noi rappresentiamo la feccia e siamo orgogliosi di esserlo”. Una provocazione studiata, senza dubbio. Ma anche il segnale che il fenomeno Vannacci merita qualcosa di più di una scrollata di spalle.Mercoledì sera, su La7, il risultato è stato 0 a 1. E il gol, paradossalmente, lo ha regalato la Gruber. Vannacci ha scelto il salotto più ostile possibile per il suo debutto nel principale talk serale, a pochi giorni dall’assemblea costituente. Non cercava il confronto per amore della dialettica. Cercava quella legittimazione mediatica che ogni progetto politico, prima o poi, deve conquistare. E l’ha ottenuta.In quaranta minuti di confronto ha toccato tutti i temi che caratterizzano la sua proposta politica: immigrazione, rapporti con la Lega, il rapporto con Giorgia Meloni e la critica a quella che definisce il “sistema Draghi-Von der Leyen”. Quando la Gruber ha liquidato come “vaniloquio” la sua posizione sul Ponte sullo Stretto, Vannacci ha replicato: “È la mia posizione, poi lei la definisca pure vana”. Nessuna esitazione, nessun cambio di tono. Quel modo di porsi, asciutto e diretto, viene percepito da una parte dell’elettorato come un tratto di autenticità. E quando un politico riesce a costruire questa immagine, la critica alle sue idee, da sola, spesso non basta a indebolirlo.Il punto, però, non è Vannacci in sé. È la difficoltà del sistema mediatico e politico italiano nel confrontarsi con figure che non utilizzano i codici tradizionali e che sfuggono alle categorie consolidate. In certi casi, il tentativo di delegittimarle finisce per rafforzarle.C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. Quando Vannacci dice che con Giorgia Meloni ci sono “molte idee in comune” ma un “problema di messa a terra”, sta lanciando una critica precisa. Il messaggio è semplice: secondo lui, una volta arrivata al governo, la destra ha attenuato o rinviato molte delle battaglie che avevano accompagnato la sua ascesa.Anche il riferimento al “sistema Draghi-Von der Leyen” va letto in questa chiave. Vannacci sostiene che il centrodestra, una volta al potere, abbia finito per adattarsi ai vincoli europei e alle logiche di governo, perdendo parte della spinta originaria. Non si propone quindi come un avversario di Meloni. Cerca piuttosto di rappresentare quella parte dell’elettorato che ritiene che molte idee della destra siano rimaste sulla carta o siano state realizzate soltanto in parte.Ieri, a Roma, il quadro si è completato. Remigrazione, riarmo, distanza dall’Unione europea e corsa solitaria senza alleanze nel centrodestra. Un partito nato quattro mesi fa che dichiara già centomila iscritti. I sondaggi dicono cinque per cento. Tenetelo a mente. Certe cose camminano nella testa della gente molto prima di apparire in qualsiasi rilevazione demoscopica.

Vannacci e gli errori di chi continua a sottovalutarlo
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