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Guanto pignatarese o guanto caleno? La sagra di Pignataro riaccende la disputa con Calvi Risorta

2 mesi fa

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Il 27 e 28 giugno in piazza Umberto I la manifestazione dedicata al dolce tipico. Sui social il confronto tra ironia, rivendicazioni storiche e richiami alla necessità di tramandare la ricetta.

Il 27 e il 28 giugno, dalle 20.30, piazza Umberto I ospiterà la Sagra del Guanto Pignatarese, inserita nel cartellone “Un’estate da vivere 2026”. La diffusione della locandina nei giorni scorsi ha riaperto una discussione che da Pignataro si è subito allargata a Calvi Risorta.A far partire il confronto è stata una nota di Massimo Zona sulla pagina Facebook “I Love Calvi Risorta”, costruita su un registro ironico. Zona riconosce a Pignataro una “notevole correttezza storica” per aver scelto la definizione di “guanto pignatarese” e non quella di “guanto caleno”, che considera parte della tradizione gastronomica di Calvi Risorta. Per chiarire il concetto ricorre a esempi volutamente paradossali, come un “babà altoatesino” o un “cannolo della Brianza”. Il testo si chiude con una provocazione scherzosa: l’autore richiama la contemporanea Sagra della Pizzonta, in programma a Calvi negli stessi giorni, e ipotizza che, in futuro, qualcuno possa arrivare a sostenere che anche quella specialità sia nata a Pignataro. Sotto al post, però, il confronto si divide. C’è chi considera la discussione eccessiva e ricorda che il guanto viene preparato anche in altri centri dell’Agro Caleno, da Pastorano a Vitulazio, da Sparanise a Giano Vetusto, sostenendo che non ci sia motivo di trasformare una sagra in una disputa sulle origini. A sostegno di questa posizione viene citato anche il dato delle circa 1500 porzioni vendute ogni sera alla sagra di Pignataro. Altri, invece, distinguono tra diffusione della ricetta e sua paternità. Le varianti locali vengono considerate legittime, ma senza mettere in discussione quella che per loro è l’origine del dolce, individuata da alcuni a Zuni, frazione di Calvi Risorta. Tra i commenti emerge anche una riflessione autocritica. C’è chi osserva che una tradizione non si difende custodendola gelosamente come un segreto, ma insegnandola e trasmettendola alle nuove generazioni. Le ricette popolari sopravvivono se vengono condivise, non se restano chiuse in poche mani. A sostegno della tesi calena arrivano anche testimonianze legate ai ricordi di famiglia. Una donna di Calvi racconta che nei matrimoni casalinghi il guanto era una presenza immancabile, servito con il bicchierino di vermouth e accompagnato dalle “pastette”, semplici biscotti da forno. Dal confronto emerge un quadro meno compatto di quanto possa apparire dal post di partenza. Nessuno contesta a Pignataro la scelta del nome riportato sulla locandina. La differenza riguarda il peso da attribuire alla questione delle origini. Da una parte c’è chi considera il guanto un dolce ormai diffuso in tutto il territorio, dall’altra chi rivendica una precisa memoria storica. Sono due piani diversi. Uno riguarda il diritto di ogni paese di reinterpretare una ricetta che nel tempo si è diffusa nell’Agro Caleno. L’altro riguarda la memoria del luogo in cui quella tradizione sarebbe nata. Tenerli distinti eviterebbe, probabilmente, gran parte delle polemiche.Il paragone più immediato, per restare nel registro gastronomico, è quello del vino. C’è un vitigno da cui nasce tutto e poi ci sono le interpretazioni dei diversi produttori. Ogni cantina può avere caratteristiche e sfumature proprie, ma questo non cancella la storia del vitigno di origine. Allo stesso modo, se il guanto è nato a Zuni, le versioni pignataresi, pastoranese gianese, vitulatina o sparanisana non ne cancellano la provenienza. E la provenienza, a sua volta, non impedisce alle varianti di esistere.

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