Ci sono momenti in cui capisci di aver fatto bene il tuo lavoro non per un titolo che ha funzionato, non per i numeri di una pagina, ma per lo sguardo di chi ha vissuto il dolore più grande che si possa immaginare. È quello che è successo a noi di Officina0823 quando Marco Iannitti, il padre di Vincenzo Iannitti, ha scelto il nostro giornale, insieme a Report Zone, come una delle voci a cui affidare la verità su suo figlio. Non lo diciamo con orgoglio personale, lo diciamo con un nodo alla gola, perché dietro quel riconoscimento c’è la storia di un padre che ha scritto parole capaci di fermare il tempo: “Non ho più le capacità sia intellettive che sentimentali per racchiudere ciò che sta per accadere in qualcosa di quantificabile” ha scritto Marco, parlando del nuovo esame autoptico sul corpo del figlio. E poi quella frase che resta addosso, che non si dimentica: “Vorrei essere lì al posto tuo, a papà. Ma non potrà essere così”. Quando hai davanti parole così, capisci che il tuo compito non è renderle più forti o più spettacolari, ma custodirle. Le abbiamo pubblicate per quello che sono, senza aggiungere nulla, perché certe sofferenze non hanno bisogno di essere amplificate per essere capite. Hanno solo bisogno di essere ascoltate. Per questo, quando un padre distrutto dal dolore sceglie te per raccontare suo figlio, senti che il tuo lavoro ha un senso che va oltre ogni titolo, oltre ogni clic. Sappiamo bene che c’è anche chi questo mestiere lo intende diversamente, chi usa una vicenda come questa per fare cassa, per inseguire condivisioni e visibilità senza pensare a chi quel dolore lo vive ogni giorno sulla propria pelle. Il mestiere di giornalista si svilisce quando diventa uno strumento per colpire chi fa lo stesso lavoro, quando l’inchiostro che dovrebbe raccontare la verità viene usato per inseguire rancori personali. Ma chi lo fa non ci scalfisce, anzi ci sprona a fare meglio, a fare di più, perché essere il bersaglio dei pensieri di qualcuno significa occupare uno spazio importante nella sua testa, e questo, più di ogni elogio, ci dice che stiamo facendo bene il nostro lavoro. Facciamo questo mestiere per passione, spesso rimettendoci tempo, energie, serenità, risorse economiche, ma sono proprio momenti come questo a restituirci la ragione per cui continuiamo. Insieme ai colleghi di Report Zone, siamo stati tra i pochi a raccontare questa storia con il rispetto che merita, senza trasformare il dolore di una famiglia in materiale da consumo. È un percorso che vogliamo continuare a seguire con la stessa serietà, perché crediamo che il giornalismo vero si misuri proprio così: nella capacità di restare umani, anche davanti alla tragedia più grande.

EDITORIALE – Quando un padre ti riconosce: il valore di un giornalismo fatto con il cuore
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