Torna puntualissimo, come ogni estate, l’appuntamento con “Il Castello del Gusto”. Dal 24 al 26 luglio le strade di Sessa Aurunca si riempiranno di street food, masterclass, cooking show e concerti. E insieme al festival, puntuale arriva anche la mia riflessione critica. A ricordarmelo, pochi giorni fa, è stata una telefonata davvero piacevole con uno degli organizzatori. Con la simpatia di chi ormai conosce la scena a memoria, mi ha preso un po’ in giro: “stiamo tutti in ansia aspettando la tua critica annuale”. Abbiamo fatto una bella chiacchierata e devo dire che ha tentato in ogni modo, con una passione e un entusiasmo contagiosi, di spiegarmi la bontà dell’evento e quanto di buono ci sia in questo progetto per il nostro territorio. Gli riconosco assolutamente questa grande voglia di fare e l’impegno per il paese, ma, caro amico mio, l’affetto resta grande e la mia idea pure, non mi convincerai mai. Qualcuno penserà che la mia sia diventata un’ossessione, una specie di fissazione estiva. Ma la verità è molto più semplice, non riesco proprio a farmi andare giù l’idea di promuovere Sessa Aurunca come “città del tartufo” quando il tartufo, da queste parti, è praticamente un fantasma. O se c’è, come qualcuno giura con una fede incrollabile, si trova in quantità così minime e con una qualità così timida da non giustificare in nessun modo un titolo del genere. Inventarsi una tradizione che non esiste è un esercizio carino, ma senza radici. Il discorso si fa più serio quando dalle parole si passa ai fatti, e soprattutto ai soldi. Pare infatti che la Regione Campania abbia stanziato ben 50mila euro di fondi pubblici per questa tre giorni. C’è sempre l’ottimista di turno che obietta che si tratta di risorse regionali e non delle casse del comune, ma la matematica non mente, sono sempre soldi della collettività. Soldi nostri che, forse, avrebbero lasciato un segno diverso se investiti per valorizzare quello che Sessa Aurunca produce davvero e con un’eccellenza riconosciuta da tutti. Penso all’olio, penso al vino, a tutti quei prodotti che raccontano una storia vera, fatta di terra, sudore e identità autentica. Manifestazioni del genere potrebbero far volare la nostra reale vocazione territoriale, invece di inseguire un prodotto che non fa parte della nostra cultura. In ogni caso, adesso che il rito della mia critica si è compiuto, non mi resta che augurare a tutti, con il sorriso e la consueta onestà, una buona festa del tartufo.

EDITORIALE | Missione impossibile convincermi che Sessa sia la città del tartufo. Torna il festival e, puntuale, anche la mia strigliata.
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