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Francesco Vito, l’economista di Pignataro che mise l’uomo al centro dello sviluppo

2 giorni fa

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Economista e rettore dell’Università Cattolica, dedicò i suoi studi al Mezzogiorno e alle disuguaglianze. Per lui la crescita doveva tradursi in opportunità concrete per le persone.

Francesco Vito, nato a Pignataro Maggiore il 21 ottobre 1902, arrivò ai vertici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e diventò uno degli economisti italiani più autorevoli del suo tempo. Morì il 6 aprile 1968, durante una riunione del consiglio di amministrazione dell’ateneo, che aveva guidato come rettore dal 1959 al 1965. Il suo percorso accademico lo portò lontano dal paese d’origine, ma alcuni dei problemi sui quali concentrò le sue ricerche riguardavano proprio le difficoltà economiche del Mezzogiorno.

Vito conseguì tre lauree all’Università di Napoli, in Giurisprudenza, Scienze politiche e sociali e Filosofia. Proseguì la formazione all’estero e nel 1935 ottenne la cattedra di Economia politica alla Cattolica, dove lavorò fino alla morte. I suoi studi affrontarono temi diversi, dalle concentrazioni industriali alle crisi economiche, fino alle politiche necessarie per sostenere lo sviluppo delle aree arretrate.

A tenere insieme questi interessi era una convinzione precisa: l’economia non poteva essere considerata separatamente dalle conseguenze che produce sulla società. La crescita della produzione e del reddito aveva valore se contribuiva a migliorare le condizioni di vita, ad ampliare le possibilità individuali e a ridurre gli ostacoli che impediscono a una parte della popolazione di partecipare pienamente alla vita collettiva.

La crescita non basta

Per Vito, misurare lo sviluppo soltanto attraverso gli indicatori economici significava trascurare una parte essenziale del problema. Una società può produrre più ricchezza senza distribuire in modo più equo le opportunità. Può aumentare il reddito complessivo lasciando che le distanze sociali restino profonde.

Nel suo saggio del 1957 sugli aspetti politici dello sviluppo delle aree arretrate, l’economista indicava nella dignità umana, nella libertà individuale e nell’uguaglianza delle opportunità alcuni degli obiettivi ai quali doveva tendere la crescita economica. Il progresso, quindi, andava valutato anche in base alle possibilità offerte alle persone di sviluppare le proprie capacità e partecipare consapevolmente alla vita della comunità.

Questa impostazione attribuiva all’economista una responsabilità che andava oltre l’analisi dei dati. Studiare i meccanismi della produzione e della distribuzione della ricchezza richiedeva anche di interrogarsi sui loro effetti sociali. Le scelte economiche non erano neutre rispetto agli obiettivi di una società.

La scuola e le opportunità

L’istruzione occupava un posto importante in questa visione. Per Vito, la formazione non poteva essere considerata soltanto in funzione delle necessità delle imprese o del mercato del lavoro. Era anche una condizione per ampliare le possibilità di scelta delle persone e favorire una maggiore mobilità sociale.

Quando l’accesso allo studio dipende in misura eccessiva dalle condizioni economiche della famiglia, le disuguaglianze rischiano di trasmettersi da una generazione all’altra. Chi parte da una posizione svantaggiata incontra maggiori difficoltà nel migliorare la propria condizione, mentre chi dispone già di risorse e opportunità può consolidare il proprio vantaggio.

Investire nell’istruzione significava intervenire su questo meccanismo. La scuola poteva contribuire a rendere meno rigidi i confini sociali, offrendo ai giovani strumenti per costruire un percorso autonomo. Per Vito, lo sviluppo aveva bisogno anche di queste condizioni, perché la crescita economica non producesse benefici riservati soltanto a una parte della popolazione.

Il Mezzogiorno e le cause del divario

La sua attenzione per il Sud si comprende anche alla luce delle origini. Vito era nato in una realtà meridionale e conosceva il problema dell’arretratezza economica, che affrontò attraverso l’analisi delle strutture produttive e delle condizioni storiche in cui si erano formate.

Nelle sue ricerche individuò nello squilibrio tra capitale disponibile e forza lavoro uno dei fattori che contribuivano alla disoccupazione e al ritardo economico del Mezzogiorno. Per superare queste difficoltà occorrevano investimenti e interventi capaci di rafforzare la capacità produttiva del territorio.

Il divario meridionale, in questa prospettiva, non poteva essere affrontato attribuendone la responsabilità alle popolazioni che lo subivano. Bisognava agire sulle condizioni economiche che limitavano lo sviluppo e impedivano a intere aree di valorizzare le proprie risorse.

Il problema, inoltre, non riguardava soltanto il Sud. Le disuguaglianze territoriali si inserivano in un quadro più ampio, nel quale le politiche economiche nazionali e la cooperazione tra Paesi potevano contribuire a correggere gli squilibri oppure lasciare che si aggravassero.

Lo sviluppo richiede cooperazione

Vito dedicò attenzione anche alle relazioni economiche internazionali e ai problemi dei Paesi più poveri. In questo ambito sostenne che gli interventi per lo sviluppo dovessero fondarsi sulla solidarietà e coinvolgere direttamente le popolazioni interessate.

Un programma deciso senza ascoltare chi dovrà applicarlo rischia di non rispondere alle esigenze reali di una comunità. Per questo Vito attribuiva importanza alla partecipazione dei Paesi destinatari delle politiche di sviluppo e al rispetto delle loro peculiarità culturali.

La cooperazione, secondo questa impostazione, non poteva ridursi alla semplice esportazione di un modello economico. Doveva riconoscere le differenze tra le società e costruire interventi capaci di tenerne conto. La solidarietà, inoltre, avrebbe dovuto orientare i rapporti economici internazionali, limitando il peso di una logica basata esclusivamente sull’interesse di ciascun Paese.

Erano idee ambiziose, delle quali Vito conosceva anche le difficoltà di applicazione. Il cambiamento richiedeva tempo, ma questo non riduceva la necessità di individuare obiettivi chiari e coerenti.

Un economista da rileggere

Il pensiero di Francesco Vito appartiene a una stagione storica diversa da quella attuale. Le sue analisi non possono essere trasferite automaticamente ai problemi di oggi, che richiedono dati aggiornati e strumenti adeguati al contesto contemporaneo. Restano però utili le domande dalle quali partiva.

Che cosa significa parlare di sviluppo quando le opportunità continuano a essere distribuite in modo diseguale? Quale ruolo deve avere l’istruzione nella riduzione delle distanze sociali? E come possono le politiche economiche contribuire a superare gli squilibri tra territori?

Sono interrogativi che aiutano a capire perché l’opera di Vito non interessi soltanto agli studiosi di economia. La sua riflessione invita a valutare la crescita anche per ciò che rende possibile nella vita delle persone. Per Pignataro Maggiore, il suo paese natale, conoscerne il percorso significa anche recuperare una figura che seppe affermarsi in ambito nazionale e internazionale senza perdere di vista problemi centrali per il Mezzogiorno.

Nota sulle fonti: l’articolo prende spunto dal contributo di Claudia Rotondi «Francesco Vito e lo sviluppo: la consapevolezza di una sfida cruciale», pubblicato in occasione del cinquantesimo anniversario della morte dell’economista. Per i dati biografici e l’inquadramento del suo pensiero si rimanda anche alle voci dedicate a Francesco Vito nell’enciclopedia Treccani.

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