
Il caso di Mario De Michele non è solo una vicenda personale. È lo specchio di un problema molto più largo. Il giornalista è stato arrestato mentre intascava 5 mila euro da un ex sindaco. Soldi in cambio del silenzio: non più articoli contro, niente accuse pubbliche. Solo quiete, a pagamento. Non è nemmeno la prima volta. De Michele già nel 2020 aveva finto attentati per ottenere una scorta. Anche allora il presidente dell’ordine della Campania, Ottavio Lucarelli, lo sospese. Lo ha fatto di nuovo. Ma ora non basta.
La radiazione può deciderla solo il consiglio di disciplina dell’ordine dei giornalisti. Ed è quello che ci si aspetta. Perché non si tratta di una leggerezza. Qui si è usato il mestiere di giornalista come strumento di ricatto.
Ma il punto vero è che De Michele non è un’eccezione. È solo il più visibile. Ce ne sono altri, fuori dai riflettori, che usano la stessa logica: prima colpiscono con articoli mirati, poi offrono la soluzione, comprati uno spazio pubblicitario e smetteremo di infangarti.
E se paghi, magari arriva anche il pezzo “buono”.
Non serve nemmeno indagare. Basta aprire certi giornali locali. Trovi magari una pubblicità di una struttura sanitaria privata, riconducibili a qualche politico o imprenditore. E poi, guarda caso, articoli gentili proprio su quel politico. Nessuna domanda vera, nessuna inchiesta. Solo lodi.
È un sistema. E tutti lo conoscono. Ma si fa finta di niente. Questo modo di fare giornalismo, o meglio, di usarlo, inquina tutto. Fa perdere credibilità anche a chi lavora onestamente, senza chiedere soldi, senza offrire protezione. De Michele va radiato, sì. Ma va aperta anche una discussione seria su chi trasforma il giornale in un mezzo per fare affari. Ma non solo, a livello locale, ma anche nazionale, la fedeltà politica viene utilizzata per avere nomine, posti per i parenti o anche per colpire avversari o nemici…insomma il giornalismo rischia di diventare la leva non per avere non rispetto per la propria professionalità, ma piaceri… a volte anche illegali. Naturalmente fa fatto salvo il giornalismo di inchiesta che, però, si basa su documentazioni e non risponde a nessuno.
È ora di distinguere chi fa informazione da chi fa trattative. E l’Ordine, se vuole essere credibile, deve iniziare a farlo davvero.


