
Entrare oggi nel cimitero monumentale di Sessa Aurunca significa fare i conti con una realtà che lascia sgomenti. Tombe divelte, lapidi spezzate, pezzi di marmo inghiottiti dal terreno franoso. Non si tratta solo di incuria o di degrado estetico, ma di un segno profondo di mancanza di rispetto verso chi non c’è più e verso le famiglie che lì cercano memoria e raccoglimento.

È vero, la normativa prevede che siano i parenti a farsi carico della manutenzione delle tombe di famiglia. Ma qui la questione va oltre il singolo obbligo. Il cimitero monumentale non è un terreno privato qualunque. È un luogo pubblico, di storia e identità collettiva, che il Comune ha il dovere di preservare. Permettere che il terreno frani sotto le sepolture significa non solo mettere a rischio la stabilità delle tombe, ma anche condannare l’intero complesso all’abbandono. La scena è quella di un patrimonio ridotto a rudere. File di cappelle e loculi che dovrebbero custodire dignità e memoria, trasformate in un paesaggio di macerie.


Non basta dire che tocca ai parenti. Se il suolo cede, se i muri si inclinano, se i marmi finiscono inghiottiti dalla terra, siamo davanti a un problema strutturale che chiama in causa direttamente l’amministrazione comunale. Quella che dovrebbe essere la “città dei morti” rischia di diventare un simbolo di disprezzo verso la memoria. E questo pesa non solo sulle famiglie coinvolte, ma sull’intera comunità. Perché un cimitero monumentale è storia, è identità, è radici. E vederlo ridotto così vuol dire recidere il filo con chi ci ha preceduti. L’impressione è che tutto venga lasciato andare, nella speranza che siano i privati a cavarsela. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: tombe franate, lapidi spezzate, statue cadute. E un silenzio che diventa assordante. Di fronte a questo scempio, il Comune dovrebbe assumersi la responsabilità di un piano serio di messa in sicurezza e di recupero. Non per “fare un favore” ai parenti, ma per restituire rispetto ai defunti e dignità a un luogo che appartiene alla città intera. Perché non ci può essere comunità viva se si rinnega il rispetto per i propri morti.










