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CASERTA – Dopo il servizio di Report, la provincia si guarda allo specchio: “Ora nessuno può più fingere di non vedere”

6 mesi fa

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Report ci apre gli occhi affinché nessuno possa più tenerli chiusi. Ieri sera. Un gruppo di persone, qualche amico, dei conoscenti, qualcuno che si conosce solo di vista si ritrova in un bar di un paese della provincia di Caserta. Se fosse l’inizio di una storia come tante, quello sarebbe un bar qualsiasi, di un paese qualsiasi, di una provincia qualsiasi del Sud Italia. Si ritrovano davanti alla TV, come si faceva un tempo, come si fa per le partite di calcio da queste parti. Eppure non siamo in una storia qualsiasi: siamo nella provincia di Caserta, centro e periferia della Terra dei fuochi. E quelli assiepati intorno alla TV non sono una comitiva di amici, ma uomini e donne che in questi mesi hanno consumato le scarpe attraversando ogni angolo di questo pezzo di provincia. Hanno camminato fianco a fianco nelle lotte, nei cortei, nei volantinaggi, in ogni iniziativa che da mesi andiamo raccontando. Guardano ciò che già sanno, ciò che per primi hanno detto, ciò che per primi hanno fatto vedere. Tante altre persone, nelle loro case, con le loro famiglie, stanno guardando la stessa trasmissione. Riconoscono, nei particolari di questa o quella immagine, qualcosa di prossimo, di familiare. Riconoscono se stessi, riconoscono i volti dei loro vicini, dei loro amici. Cosa vedono queste persone? Nulla di nuovo, nulla di inaudito. Nel lungo e dettagliato servizio andato in onda su Report, per chi attraversa questi territori, non si è detto nulla che non si sapesse già. Eppure quella distanza, determinata dal racconto oggettivo, crudo, senza orpelli, ci ha costretti a riconoscerci. Abbiamo detto: “Ecco, quelli siamo noi”. Avremmo forse provato compassione, se fossimo stati spettatori di questa brutta storia. Ma abbiamo provato rabbia, sconforto, indignazione, perché quella brutta storia è la nostra storia. Moltissimi hanno riversato questi sentimenti sui social, molti di più di quelli che sono scesi in piazza o che hanno partecipato alle assemblee. Sembra quasi che siamo capaci di riconoscerci soltanto quando qualcuno da fuori viene a dirci chi siamo. Eppure il disastro ambientale in provincia di Caserta è forse uno dei più raccontati della storia di questo Paese: articoli, foto, video, denunce. Una memoria collettiva costruita dai movimenti civici e dal giornalismo di prossimità, quello che arriva sul posto quando i riflettori sono ancora spenti. Il servizio di Report, esempio di giornalismo militante, ha acceso i riflettori nazionali su una storia che per troppo tempo è rimasta nella penombra delle cronache di periferia. La sentenza della CEDU, il riconoscimento delle responsabilità dello Stato italiano di fronte al disastro ambientale, è una faccenda enorme. Ma noi tutto questo lo sapevamo già. Noi, dal finestrino dell’auto, vediamo ogni giorno l’area dell’ex Pozzi da bonificare. La puzza acre dei roghi noi la conosciamo bene. E allora quella scintilla di indignazione, quella rabbia che abbiamo provato di fronte al racconto di noi stessi, dovremmo tenerla sempre accesa, mai sopita. Quando andiamo a votare. Quando il politico di turno si presenta a casa nostra col santino elettorale. Quando il disastro ci viene spacciato per sviluppo. Quando non scendiamo in strada durante le manifestazioni. Quando non partecipiamo alle assemblee. Quando pensiamo di avere di meglio da fare. Non basta una passata di cipria per illuderci di non vivere in una brutta storia. Lo abbiamo visto tutti alla TV, come se questo potesse rendere più vera la nostra realtà. Ma quella realtà, noi, la viviamo ogni giorno. Quel gruppo di uomini e donne riuniti di fronte alla TV, a guardare ciò che già sanno e che loro stessi hanno raccontato, in un bar della provincia di Caserta, forse si sarà chiesto se in quel momento anche chi per anni ha minimizzato, banalizzato, voltato la faccia dall’altra parte, fosse lì davanti allo schermo. Se anche loro, i conniventi, gli indifferenti, fossero lì a guardare. Gli uomini e le donne che hanno finto di non vedere, le famiglie che avevano di meglio da fare i sabati pomeriggio dei cortei: anche loro, forse, erano incollati alla TV. Hanno visto e ascoltato i nomi, i cognomi, le responsabilità.

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