
di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano
Tra il 10 e il 21 novembre 2025 i rappresentanti di quasi tutti i Paesi del mondo sono riuniti a Belém, in Brasile, per la Cop30, la trentesima conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Prima ancora delle sessioni ufficiali, tra il 3 e il 9 novembre, si svolgono le riunioni preparatorie in cui i delegati mettono a punto le posizioni dei vari gruppi negoziali, dagli Stati più industrializzati ai Paesi meno sviluppati, dalle piccole isole agli Stati africani. È un processo complesso, fatto di bozze di testi, correzioni, compromessi, ma che ha un obiettivo chiaro: capire come restare entro i limiti di temperatura fissati dall’Accordo di Parigi senza lasciare indietro nessuno.
Si incontrano alle porte dell’Amazzonia, uno dei cuori verdi del pianeta, per discutere come contenere il riscaldamento globale e come finanziare la transizione verso economie a basse emissioni. Nei padiglioni di Belém non si parla solo di grafici e percentuali: si discute di come tradurre in realtà gli impegni presi con il Global Stocktake, la prima grande verifica collettiva dello stato dell’azione climatica, e di come rafforzare gli obiettivi di riduzione delle emissioni per il 2035. Si parla di finanza per l’adattamento, di fondi per le perdite e i danni, di strumenti per proteggere le grandi foreste tropicali e di come costruire una transizione “giusta” per lavoratori, territori e comunità.
A prima vista può sembrare un appuntamento lontanissimo da noi. Belém è dall’altra parte dell’oceano, la foresta amazzonica sembra un’altra storia rispetto ai nostri paesaggi tra mare, colline e il massiccio di Roccamonfina. In televisione vediamo leader che parlano in grandi sale plenarie, mappe del mondo, immagini di foreste tropicali e di ghiacciai che si sciolgono. Tutto appare enorme, astratto, quasi cinematografico.
Eppure, se guardiamo con un minimo di attenzione, ciò che si decide in questi giorni riguarda da vicino anche un piccolo paese come Lauro di Sessa Aurunca, nel cuore della Valle del Garigliano. Riguarda le nostre campagne, la qualità dell’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il lavoro dei nostri giovani, la sicurezza delle nostre case davanti a ondate di calore sempre più intense e a piogge improvvise e violente. Riguarda, in ultima analisi, il modo in cui pensiamo e custodiamo il nostro territorio come bene comune.
Negli ultimi anni anche il Mediterraneo è stato indicato dagli scienziati come un “hotspot climatico”: le temperature medie crescono più rapidamente della media globale, le ondate di calore diventano più frequenti, le stagioni sembrano sfasarsi. Non servono grandi studi per accorgersene: basta ricordare come erano le estati di venti o trent’anni fa, come erano distribuite le piogge, quanto durava il fresco autunnale.
Lontano dagli schermi della Cop30, i cambiamenti del clima attraversano il nostro quotidiano: la vigna che matura prima, l’oliveto che soffre la siccità, il torrente che non è più quello di una volta. E così quella conferenza “lontana” comincia, lentamente, ad avvicinarsi. Ci accorgiamo che il clima non è un semplice sfondo, ma la trama che tiene insieme i beni comuni fondamentali: aria, acqua, suolo, salute.
Alla Cop30 si parla di obiettivi di riduzione delle emissioni, di nuovi piani climatici nazionali, di fondi per aiutare i Paesi più poveri ad adattarsi, di strumenti per proteggere le grandi foreste tropicali. Nel linguaggio dei negoziati, questi impegni prendono il nome di NDC, “contributi determinati a livello nazionale”: secondo le decisioni attuative dell’Accordo di Parigi, nel 2025 i Paesi sono chiamati a presentare una nuova generazione di NDC, con orizzonte al 2035, più ambiziosa di quella precedente.
In teoria i piani dovrebbero arrivare nove-dodici mesi prima della conferenza, in modo da poter essere analizzati dal segretariato dell’ONU; in pratica, a pochi mesi da Belém molti governi sono ancora in ritardo, e la Cop30 diventa anche il momento in cui si verifica chi ha preso sul serio questo impegno e chi no.
Accanto ai piani nazionali, la discussione si concentra sulla finanza. Dopo anni di promesse mancate, a Baku nel 2024 è stato adottato un nuovo obiettivo collettivo di finanza climatica che prevede almeno 300 miliardi di dollari l’anno di risorse pubbliche per l’azione nei Paesi in via di sviluppo, e un impegno complessivo a mobilitare fino a 1,3 trilioni di dollari all’anno entro il 2035. È la cosiddetta “Baku to Belém Roadmap”, una tabella di marcia che collega due conferenze e che, in teoria, dovrebbe tradurre in pratica il principio di responsabilità comuni ma differenziate: chi ha inquinato di più e ha più mezzi contribuisce di più al bene comune della stabilità climatica.
Anche qui, però, tra le cifre scritte nei testi negoziali e le risorse che arrivano davvero sul campo c’è ancora un divario da colmare.
Si discute di giustizia climatica, perché i danni maggiori li subiscono spesso le popolazioni che hanno contribuito meno alla crisi. Le grandi foreste, come quella amazzonica, entrano in questo quadro come enormi serbatoi di carbonio e allo stesso tempo come casa di comunità indigene che difendono da generazioni quei territori.
La foresta amazzonica è al tempo stesso un simbolo e una responsabilità condivisa: la sua distruzione accelera il cambiamento climatico, la sua tutela è un bene per tutti, anche per chi vive in un piccolo comune del Sud Europa. Per questo il programma di Cop30 prevede giornate tematiche dedicate alle foreste, alle popolazioni indigene e alle conoscenze tradizionali, riconosciute come parte della soluzione e non solo come vittime. È un modo istituzionale per dire che certi beni – le grandi foreste, gli oceani, il clima stabile – sono beni comuni globali, che nessuno Stato può considerare di sua esclusiva proprietà.
Molti osservatori hanno ricordato che non raggiungere l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto all’era preindustriale non è solo un insuccesso politico, ma una vera e propria questione morale. Vuol dire accettare consapevolmente più siccità e incendi, più alluvioni e frane, più migrazioni forzate, più disuguaglianze.
Significa sapere che esistono alternative – tecniche, politiche, finanziarie – e scegliere comunque di non metterle in campo con sufficiente decisione. Il Segretario generale delle Nazioni Unite ha parlato di fallimento morale davanti ai segnali concreti di collasso climatico. I rapporti più recenti, come il Climate Action Monitor 2025 dell’OCSE, mostrano che le emissioni globali hanno raggiunto un nuovo massimo nel 2023 e che le politiche in vigore non sono sufficienti a colmare il divario rispetto agli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Non si tratta, dunque, di una minaccia ipotetica, ma di una traiettoria già in corso, misurata con dati e indicatori. In altre parole, girarsi dall’altra parte non è più una semplice omissione, ma una responsabilità precisa verso le generazioni presenti e future.
Se riportiamo questo discorso nella vita quotidiana del nostro territorio, il quadro diventa più concreto. Negli ultimi anni abbiamo visto estati più lunghe e afose, con effetti sulla salute delle persone più fragili e sugli anziani, costretti a trascorrere settimane chiusi in casa nelle ore più calde. Abbiamo visto notti tropicali in cui la temperatura non scende sotto i 20 gradi, rendendo più difficile il riposo e aumentando lo stress fisico.
Gli agricoltori devono fare i conti con stagioni sempre meno prevedibili, con periodi di siccità che mettono in difficoltà coltivazioni tradizionali e allevamenti, ma anche con piogge improvvise e violente che danneggiano terreni, strade rurali, muretti, canali di scolo.
Il consumo di suolo, l’abbandono di alcune aree interne e il degrado di altre aumentano la vulnerabilità del territorio di fronte a fenomeni meteorologici estremi. Quando la copertura vegetale scompare, quando i versanti vengono disboscati o tagliati da costruzioni improvvisate, l’acqua delle piogge non viene più assorbita lentamente dal terreno ma scorre veloce, erode, trascina con sé tutto quello che trova.
È in questi momenti che le curve della Cop30 diventano fango sulle nostre strade, allagamenti nei nostri scantinati, dissesti che richiedono opere di ripristino costose e spesso emergenziali. Eppure quel territorio che oggi appare fragile è anche un bene comune prezioso: un intreccio di paesaggi, memorie, relazioni che merita cura, pianificazione, attenzione.
La crisi climatica non è una teoria astratta, ma una realtà che tocca il nostro paesaggio, i nostri risparmi, il nostro modo di vivere. Ogni euro speso per riparare una strada dissestata da una bomba d’acqua o per fronteggiare un’emergenza idrica è una piccola parte del conto che la collettività paga a causa del ritardo nelle politiche di prevenzione e di adattamento.
Lo stesso Climate Action Monitor evidenzia come i costi dell’inazione siano destinati a crescere, soprattutto per i Paesi e le regioni più esposti e con meno risorse. In questo senso, ciò che accade nelle sale negoziali di Belém non è un teatrino distante: è il tentativo, ancora incompleto, di evitare costi molto più alti per tutti, di spostare risorse dalla gestione delle emergenze alla costruzione di una maggiore resilienza.
Anche qui entra in gioco l’idea di bene comune: investire oggi nella sicurezza del territorio, nella qualità dell’aria, nella gestione dell’acqua significa proteggere interessi condivisi, non privilegi di pochi.
Esiste poi un altro livello, meno visibile ma fondamentale. Cop30 è anche il luogo dove si decide se il mondo vorrà investire di più nelle energie rinnovabili, nell’efficienza energetica, nella mobilità sostenibile, nell’innovazione tecnologica, nella tutela delle foreste e dei mari.
Le decisioni sulle regole della cooperazione internazionale, ad esempio quelle previste dall’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi, influenzano il modo in cui i Paesi potranno scambiarsi crediti di riduzione delle emissioni o sviluppare progetti congiunti. Si discute anche di un Just Transition Work Programme, un programma di lavoro sulla transizione giusta che ponga attenzione ai lavoratori, alle comunità più esposte, ai territori che rischiano di restare indietro.
Le scelte prese a Belém influenzeranno i finanziamenti disponibili nei prossimi anni, le regole del commercio internazionale, le opportunità per le imprese e per i territori.
Un piccolo paese come Lauro di Sessa Aurunca può sembrare fuori da questi giochi globali, ma in realtà ne è parte, perché vive dentro un sistema economico ed energetico che sarà plasmato da quelle regole. Ogni famiglia che decide di installare un impianto fotovoltaico sul tetto, ogni amministrazione che investe nella riqualificazione energetica di una scuola o in un trasporto pubblico più efficiente, ogni comunità che protegge un bene naturale contribuisce in modo concreto a orientare la direzione complessiva.
La transizione non è fatta solo di grandi centrali e grandi piani nazionali, ma di migliaia di decisioni diffuse che trasformano il modo in cui usiamo i beni comuni: l’energia, lo spazio pubblico, i servizi, il paesaggio.
Accanto alle politiche e agli investimenti, esiste una dimensione più sottile ma non meno importante: quella delle regole condivise e dei patti di cittadinanza. Sempre più città e comuni stanno sperimentando “patti di collaborazione” per la gestione condivisa dei beni comuni, dal giardino pubblico alla biblioteca, dal campo sportivo alla pista ciclabile.
Immaginare la Valle del Garigliano come un laboratorio di queste pratiche significa riconoscere che la cura del territorio non è solo compito dell’ente pubblico, ma responsabilità diffusa, sostenuta da strumenti giuridici adeguati e da una cultura della partecipazione.
Affermare che nessuno può tirarsi indietro non significa scaricare tutte le responsabilità sulle spalle dei cittadini. I governi nazionali e le istituzioni internazionali hanno il dovere di guidare il cambiamento, di fissare obiettivi chiari, di mettere in campo risorse adeguate e politiche coerenti.
La Cop30, in questo senso, è anche un grande banco di prova sulla credibilità delle promesse: quanto sono allineati gli impegni di lungo periodo, come la neutralità climatica, con le politiche concrete dei prossimi cinque-dieci anni? Ma sarebbe troppo facile, e in fondo ingiusto, pensare che tutto dipenda solo da loro.
Ogni territorio può diventare un laboratorio di trasformazione, ogni comunità può esercitare una pressione positiva, ogni singola scelta può contribuire a cambiare il contesto culturale e politico.
La stessa Convenzione quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici dedica un programma specifico all’educazione, alla formazione, alla partecipazione pubblica: si chiama Action for Climate Empowerment (ACE) e a Cop30 se ne discute in eventi dedicati, proprio perché senza cittadini informati e coinvolti la transizione rischia di restare sulla carta.
La guida dell’UNESCO “Let’s talk about COP30” traduce questo linguaggio istituzionale in proposte concrete per insegnanti e studenti: invita bambini e ragazzi a immaginare il futuro del pianeta, a scrivere o disegnare messaggi per i negoziatori, a collegare ciò che accade a Belém con la vita nel loro quartiere, nel loro paese. È un modo per dire ai più giovani che il clima è un bene comune e che anche la loro voce conta nella sua difesa.
Un piccolo paese come Lauro di Sessa Aurunca può essere un luogo di rassegnazione, in cui si pensa che tanto decidono gli altri, oppure un luogo di consapevolezza, dove ci si organizza per prendersi cura del territorio come bene comune.
Si possono creare comunità energetiche rinnovabili che mettano insieme famiglie, imprese, parrocchie per condividere l’energia prodotta in loco; si possono avviare progetti di tutela del verde e delle acque, per ridurre il rischio idrogeologico e migliorare la qualità della vita; si possono immaginare iniziative per ridurre gli sprechi alimentari e idrici, piccoli cambiamenti che nel tempo fanno la differenza.
Nelle scuole, si possono attivare percorsi educativi che aiutino bambini e ragazzi a riconoscere nel fiume, nei boschi, nelle aree agricole non solo risorse economiche, ma pezzi di un patrimonio condiviso.
Azioni che, prese una per una, sembrano modeste, ma che insieme rappresentano la parte più solida di una transizione giusta, perché nascono dal basso e mettono al centro le persone. Un volontario che pianta alberi insieme ai vicini, una classe che adotta un tratto di fiume per monitorarne lo stato, un gruppo di cittadini che chiede al Comune un piano di adattamento locale non cambiano da soli la curva delle emissioni globali, ma contribuiscono a costruire una cultura nuova.
È la cultura del bene comune, che vede nel territorio qualcosa da custodire e non solo da sfruttare, nell’acqua qualcosa da condividere e non solo da consumare, nell’energia qualcosa da produrre e usare in modo responsabile.
La Cop30 ci ricorda che non esiste una scorciatoia tecnologica che ci salvi da sola, senza un cambiamento nei nostri stili di vita e nelle nostre priorità collettive. I negoziati di Belém danno spazio alla ricerca scientifica, alle tecnologie pulite, all’innovazione – persino all’intelligenza artificiale applicata al clima – ma chiariscono che tutto questo ha senso solo se inserito in un quadro di trasformazione sociale ed economica più ampio.
Non basta sperare in un accordo perfetto firmato dall’altra parte del mondo se poi, tornati a casa, continuiamo a considerare l’ambiente come qualcosa di esterno a noi, una cornice neutra che possiamo consumare, cementificare, inquinare senza limiti.
La verità è che il clima è la trama invisibile che tiene insieme salute, economia, coesione sociale, sicurezza. Gli impatti sulla salute, sull’agricoltura, sulle infrastrutture stanno già producendo costi economici rilevanti e rischi crescenti, soprattutto per le persone più vulnerabili. Proteggere il clima significa proteggere noi stessi, le nostre comunità, i nostri figli.
Significa riconoscere che certi beni non possono essere lasciati alle sole logiche di mercato o alla somma di interessi individuali, ma richiedono regole, cura condivisa, responsabilità reciproca.
Negli ultimi anni, anche il diritto internazionale ha iniziato a parlare esplicitamente di responsabilità verso le generazioni future e di dovere di proteggere il clima come bene comune dell’umanità. Pareri e sentenze richiamano sempre più spesso l’obbligo degli Stati di fare “la loro parte” per contenere il riscaldamento globale, non solo per rispettare trattati scritti, ma per prevenire danni gravi e irreversibili a persone e territori.
È come se l’ordinamento giuridico stesse lentamente dando forma a una verità semplice: non difendere il clima significa violare un patto di giustizia nei confronti dei più fragili e dei più giovani, anche quando non hanno voce nei consessi internazionali.
Essere cittadini di un piccolo paese come Lauro di Sessa Aurunca, con la sua storia e le sue risorse naturali, vuol dire anche questo. Vuol dire capire che la differenza tra un futuro più vivibile e un futuro fatto di emergenze continue passa anche per le scelte che facciamo qui: dalle politiche urbanistiche che limitano il consumo di suolo alle scelte sui mezzi di trasporto, dalla gestione dei rifiuti alla cura dei boschi e dei corsi d’acqua.
Vuol dire non accettare la logica del “tanto non cambia nulla”, ma alimentare la convinzione che ogni gesto responsabile, ogni iniziativa condivisa, ogni progetto di comunità contribuisce a spostare l’ago della bilancia.
La Cop30, vista da lontano, potrebbe apparire come l’ennesima conferenza globale. Vista con gli occhi di chi ama il proprio territorio, diventa invece un invito a non girarsi dall’altra parte. A sentirsi parte di una storia più grande, che collega l’Amazzonia alla Valle del Garigliano, i negoziati internazionali alle nostre decisioni quotidiane, le scelte dei governi alle scelte delle famiglie, delle parrocchie, delle associazioni.
A riconoscere che la difesa del clima e del territorio non è una causa astratta, ma una forma concreta di cura del bene comune.
A scegliere, insomma, da che parte stare. Non solo con le parole, ma con la vita di ogni giorno: nel modo in cui consumiamo energia, nel cibo che mettiamo in tavola, nelle domande che rivolgiamo ai nostri amministratori, nell’educazione che offriamo ai nostri ragazzi.
Belém non è solo un puntino sulla mappa del Brasile: è uno specchio in cui possiamo guardare, per capire quanto siamo disposti a cambiare davvero, qui, nella nostra Valle del Garigliano.
Bibliografia essenziale

- UNFCCC, COP_30_Overview_Schedule.pdf – Programma sintetico della Cop30 con calendario delle sessioni negoziali e delle giornate tematiche.
- UNESCO, Let’s talk about COP30 – Teacher’s Guide.pdf – Guida per insegnanti per spiegare la Cop30 a bambini e ragazzi, con proposte di attività educative e riferimenti all’Action for Climate Empowerment (ACE).
- European Parliament, ECTI_STU(2025)778579_EN – The COP30 Climate Change Conference.pdf – Studio sul contesto politico e negoziale di Cop30: NDC 2035, Global Stocktake, finanza climatica, adattamento, Article 6, just transition.
ECTI_STU(2025)778579_EN The COP… - OECD, The Climate Action Monitor 2025.pdf – Rapporto che analizza lo stato dell’azione climatica globale, le emissioni, gli impegni nazionali e i gap rispetto agli obiettivi di Parigi.
OECD The Climate Action Monitor… - The Climate Action Monitor 2025.pdf – Sintesi divulgativa dei risultati principali del Climate Action Monitor 2025, utilizzata per i riferimenti a tendenze globali e costi dell’inazione.


