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oliviero casale
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L’Italia si sta svuotando. I giovani scappano, il Paese invecchia, e la politica continua a fingere che non stia accadendo

8 mesi fa

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di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano

L’Italia rischia di diventare un Paese senza giovani. Non è una metafora giornalistica ma la fotografia cruda che emerge dal “Rapporto ONC sull’immigrazione 2025” del CNEL appena pubblicato, quando – al di là del focus principale – si osservano i numeri sulla struttura demografica nazionale: la base delle nuove generazioni è sempre più stretta, l’età media cresce, e il ricambio generazionale non c’è più. In questo vuoto, la fuga dei giovani non è un fenomeno marginale, è il segnale più evidente di un Paese che non offre futuro.

I grafici del rapporto mostrano che la popolazione in età attiva (20–66 anni) è destinata a ridursi in modo strutturale per i prossimi trent’anni. Nello scenario senza nuovi apporti dall’esterno, il calo diventa drammatico, con milioni di persone in meno nelle fasce centrali della vita produttiva. Secondo le proiezioni del CNEL, la perdita potenziale nel lungo periodo può superare oltre 12 milioni di persone in età lavorativa, riducendo progressivamente la capacità produttiva e sociale del Paese. È un declino che non riguarda solo i numeri, ma l’ossatura stessa della nostra comunità e la sua capacità di trattenere chi dovrebbe costruirne il domani.

Una delle figure presenti nel rapporto del CNEL scompone questa perdita: la dinamica del ricambio generazionale è negativa lungo tutto l’arco temporale considerato, mentre la mortalità agisce come ulteriore fattore di riduzione. Le nuove coorti sono troppo poche per sostituire quelle che escono dall’età attiva. Se a questo si somma un’offerta di opportunità percepita come stagnante, il risultato è inevitabile: chi può, se ne va.

Ed è qui che i numeri diventano ancora più espliciti. Tra il 2011 e il 2023, il saldo migratorio dei giovani tra 18 e 34 anni è pari a –377.000 unità, dato che il rapporto ritiene peraltro sottostimato, perché molti giovani che si trasferiscono all’estero mantengono formalmente la residenza in Italia. Non stiamo perdendo soltanto popolazione: stiamo perdendo la generazione più dinamica e formata.

La piramide per età descritta nel rapporto assume la forma di una “nave”: larga nelle età adulte e anziane, stretta alla base. Gli anziani aumentano, i giovani diminuiscono. La società scivola verso un equilibrio demografico che somiglia più all’autunno di una civiltà che alla sua primavera.

E non si tratta solo di quantità, ma di qualità. Dal 2002 al 2022 il numero di giovani laureati espatriati è passato da 1.600 a quasi 18.000 l’anno, e tra i 25–34enni uno su tre è in possesso di un titolo universitario. Il CNEL avverte che questo fenomeno indebolisce il potenziale produttivo e cognitivo del Paese: non è una “fuga romantica”, è una diaspora strutturale di competenze, energie e intelligenze.

Il rapporto mette in evidenza come la dinamica delle nascite sia già oggi depressa e destinata a peggiorare. Anche nello scenario più favorevole, l’obiettivo delle 400 mila nascite annue resta lontano e le proiezioni indicano una possibile discesa sotto le 300 mila. Meno giovani oggi significa meno forza sociale domani. È una catena che lega demografia, coesione e futuro.

A questo punto, delle domande i politici dovrebbero iniziare a porsene. Perché si è arrivati a questo? Perché un Paese che avrebbe dovuto investire sulle nuove generazioni le ha spinte a guardare altrove? E soprattutto: quanto tempo ancora si intende perdere.

Non servono i soliti esercizi di scaricabarile. Non serve dire che la colpa è “di chi c’era prima”, “di chi è di un altro colore politico”, “di chi governa o ha governato”. I giovani non sono una bandiera di partito. Non sono una minoranza da rivendicare a seconda del ciclo elettorale. Sono il nostro bene comune.

Per invertire questa rotta, non basta continuare a raccontare che i giovani “non hanno voglia di lavorare”. È una narrazione comoda, ma falsa. Forse bisognerebbe davvero provare a mettersi nei loro panni. Sono giovani che sanno che difficilmente potranno avere, un giorno, le stesse certezze previdenziali dei loro genitori o dei loro nonni; che vivono in un mercato del lavoro in cui la stabilità non coincide più con qualità del lavoro, tutela o equilibrio vita–lavoro, ma con parole fredde come produttività, flessibilità permanente, efficienza senza prospettiva.

Sono giovani che non rifiutano il lavoro: rifiutano un sistema che chiede molto e restituisce poco. E che, come se non bastasse, li rende eredi dei debiti accumulati oggi, inclusi quelli legati al PNRR. Se queste risorse non produrranno i risultati sperati, a loro resteranno nuovi vincoli, ulteriori squilibri e un peso finanziario che non hanno contribuito a creare.

Ed è proprio qui che il discorso assume il suo significato più profondo. Parlare di salari dignitosi non significa accettare stipendi di sopravvivenza. Significa consentire ai giovani di vivere davvero e non semplicemente di resistere. Una retribuzione che non permette autonomia, casa, progettualità, futuro, non è dignitosa, è una condanna alla sospensione della vita adulta. E anche quando provano ad avviare attività lavorative o imprenditoriali, troppo spesso si trovano davanti a un sistema che chiede garanzie familiari, patrimoni pregressi, sostegni che molti non possono avere. Non tutti hanno genitori in grado di intervenire, e sempre più spesso questo non è nemmeno materialmente possibile. Così, il messaggio implicito diventa crudele e limpido: puoi restare solo se parti già avvantaggiato. Se hai talento ma non hai garanzie, le tue possibilità si riducono. E allora partire non è fuga: è l’unica strada che resta aperta.

L’Italia sta diventando un Paese che si svuota proprio nella sua parte più vitale. Il CNEL lo racconta con i numeri. I giovani lo raccontano con le valigie. Continuare a ignorarlo equivale a scegliere scientemente il declino. E il tempo per fermarlo non è infinito. È quello della prossima generazione. Che è già in partenza.

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