
di Oliviero Casale, consigliere della Fondazione Communia, Rete Permanente sui Beni Comuni
Scrivo questo contributo nella mia qualità di consigliere di amministrazione della Fondazione Communia – Rete nazionale per i Beni Comuni, con delega su Normazione e Modelli, sulla base di un percorso personale di studio e di impegno sui temi dei beni comuni, della sostenibilità istituzionale e della responsabilità verso le generazioni future. Ritengo che la recente pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Legge 10 novembre 2025 n. 167, che introduce in modo strutturale la Valutazione di Impatto Generazionale (VIG), rappresenti un passaggio di grande rilievo per il nostro ordinamento democratico, perché invita le istituzioni a considerare in modo esplicito gli effetti di medio e lungo periodo delle decisioni legislative sulle giovani generazioni e su quelle future.

La VIG è svolta nell’ambito dell’Analisi di Impatto della Regolamentazione e consiste in una valutazione preventiva degli effetti sociali, ambientali ed economici delle nuove norme sui giovani e sulle generazioni future. A mio avviso non si tratta di un mero adempimento tecnico, ma di un cambiamento di prospettiva: riconoscere che le politiche pubbliche non esauriscono i loro effetti nel presente, ma contribuiscono a configurare la qualità del futuro che le generazioni successive erediteranno.
Questa evoluzione normativa si colloca dentro la più ampia traiettoria aperta dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), che hanno introdotto una visione integrata delle politiche pubbliche fondata su equità sociale, tutela dell’ambiente, inclusione, riduzione delle disuguaglianze e sostenibilità nel lungo periodo. Nella prospettiva degli SDGs, la dimensione intergenerazionale non è un elemento accessorio, ma rappresenta il cuore della definizione stessa di sviluppo sostenibile: garantire il benessere delle generazioni presenti senza compromettere quello delle generazioni future. Ritengo che la VIG si collochi esattamente in questa traiettoria, traducendo in strumenti di valutazione e responsabilità istituzionale un principio già riconosciuto sul piano internazionale.
Questo passaggio affonda le sue radici nella storica riforma costituzionale del 2022, che ha modificato gli articoli 9 e 41 della Costituzione. Per la prima volta la Carta repubblicana ha introdotto il riferimento esplicito alla tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi “anche nell’interesse delle future generazioni” e ha rafforzato i limiti all’iniziativa economica privata quando essa arrechi danno alla salute, all’ambiente, alla dignità umana e alla sicurezza. A mio giudizio quella riforma ha rappresentato uno spartiacque, perché ha reso esplicita una forma di responsabilità pubblica estesa nel tempo, fondata sulla giustizia intergenerazionale e perfettamente coerente con i principi dell’Agenda 2030.
Ritengo però importante sottolineare che la riforma del 2022 e, oggi, la VIG introdotta dalla Legge 167/2025 non nascono in modo improvviso, ma sono il risultato di un percorso culturale, scientifico e politico più ampio. A partire dal 2016, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile ha contribuito a promuovere una riflessione sistemica sulla necessità di integrare la dimensione intergenerazionale nelle politiche pubbliche e nella cultura della normazione, anche alla luce del quadro degli SDGs. Tuttavia, negli anni che hanno preceduto il 2022, questo processo è stato alimentato anche da un movimento culturale e sociale più diffuso, che ha favorito una crescente consapevolezza del legame tra sostenibilità, diritti, ambiente e responsabilità verso il futuro.
Tra il 2020 e il 2022, anche nel contesto del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e delle transizioni ecologica e digitale, questa sensibilità si è consolidata, creando le condizioni per la riforma costituzionale sugli articoli 9 e 41. In questo percorso considero particolarmente rilevante il contributo di Enrico Giovannini, non solo come co-fondatore e direttore scientifico dell’ASviS, ma anche nel suo ruolo istituzionale di Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali nel Governo Letta (aprile 2013 – febbraio 2014) e di Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili nel Governo Draghi (febbraio 2021 – ottobre 2022). Nel corso di queste esperienze egli ha promosso una visione delle politiche pubbliche orientata allo sviluppo sostenibile, all’equità sociale e alla responsabilità intergenerazionale, contribuendo a portare nel dibattito politico e istituzionale il principio oggi tradotto operativamente nella VIG e pienamente coerente con l’impianto dell’Agenda 2030.
Nel riflettere su questo percorso di evoluzione culturale e istituzionale ritengo significativo richiamare anche l’esperienza della Commissione Rodotà e la proposta di legge sui beni comuni. In quella elaborazione veniva definita una nuova categoria di beni, materiali e immateriali, funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona, affermando che tali beni devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico “anche a beneficio delle generazioni future”, garantendone la fruizione collettiva indipendentemente dalla natura pubblica o privata del titolare. A mio avviso questa intuizione ha anticipato sul piano culturale e giuridico la logica oggi resa esplicita sia nella riforma costituzionale del 2022 sia nella VIG: riconoscere che alcuni beni e alcune scelte pubbliche appartengono al patrimonio comune delle generazioni, e devono quindi essere governati con criteri di responsabilità condivisa e di sostenibilità nel tempo.
In questa prospettiva i beni comuni appaiono come uno dei luoghi più concreti in cui si intrecciano diritti fondamentali, sviluppo sostenibile e responsabilità intergenerazionale, in coerenza con la logica che oggi trova attuazione nella Valutazione di Impatto Generazionale. Questa visione rappresenta per me anche un riferimento importante nell’esperienza che sto maturando all’interno della Fondazione Communia, rete permanente per i beni comuni che interpreta i beni comuni come beni “che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e dei doveri di solidarietà sociale, nonché al libero sviluppo di ogni persona”. In questa prospettiva, Communia legge i beni comuni come asset strategici di sviluppo del Paese e come ambito nel quale superare la rigida dicotomia tra pubblico e privato, valorizzando modelli di economia comunitaria capaci di coinvolgere le comunità e di generare valore condiviso, anche e soprattutto a beneficio delle generazioni future.
Il testo della legge afferma che le leggi della Repubblica promuovono l’equità intergenerazionale, anche nell’interesse delle generazioni future. Questa formulazione richiama direttamente l’idea di bene comune come patrimonio condiviso tra generazioni, che comprende non solo le risorse materiali e ambientali, ma anche il capitale umano, sociale e istituzionale che le generazioni presenti trasmettono a quelle future. Nei documenti dell’ASviS ho spesso ritrovato l’idea di un “modello di sviluppo orientato al bene comune e capace di garantire condizioni di giustizia tra generazioni”, che interpreta gli SDGs non come un elenco di obiettivi settoriali, ma come un quadro unitario di responsabilità collettiva verso il futuro.
Per il mio percorso di studio e di esperienza sui beni comuni considero la VIG uno strumento che rende più esplicita questa responsabilità verso il futuro. Valutare l’impatto di una legge sulle giovani generazioni significa interrogarsi sull’eredità sociale, ambientale e istituzionale che stiamo costruendo e sul grado di equità intergenerazionale che intendiamo garantire, in coerenza con la prospettiva globale dell’Agenda 2030.
Un aspetto particolarmente rilevante della Legge 167/2025 è l’istituzione dell’Osservatorio per l’impatto generazionale delle leggi presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Ritengo essenziale che questo organismo operi in modo indipendente, apartitico, partecipato e inclusivo, valorizzando il contributo del mondo della ricerca, delle reti civiche e delle giovani generazioni, affinché la VIG non si riduca a un adempimento formale, ma diventi uno strumento di apprendimento istituzionale e di qualificazione delle politiche pubbliche. Allo stesso tempo considero fondamentale che questo principio non rimanga confinato esclusivamente a livello statale: a mio avviso la VIG può e deve progressivamente diventare una pratica culturale e amministrativa anche nelle istituzioni regionali, provinciali e comunali, integrandosi nei processi di pianificazione territoriale, programmazione strategica e politiche sociali, ambientali e urbanistiche.
Ritengo inoltre che la logica della valutazione di impatto generazionale possa rappresentare un riferimento significativo anche per il mondo produttivo, le imprese, le società partecipate e gli ecosistemi economici locali, come stimolo alla responsabilità sociale di lungo periodo e alla generazione di valore condiviso per le comunità e per le generazioni future. In questa prospettiva la VIG non è solo uno strumento tecnico di policy, ma un orizzonte culturale che invita l’intero sistema Paese a superare il breve periodo, introducendo stabilmente nella progettazione delle decisioni pubbliche e private la dimensione del tempo, della cura del futuro e dell’equità intergenerazionale.
Sono consapevole che si tratta di un percorso ancora in evoluzione. Tuttavia interpreto la VIG come un passo decisivo verso una cultura della normazione capace di guardare oltre il breve periodo. La riforma costituzionale del 2022 ha aperto la strada; la Legge 167/2025 prova a tradurre quel principio in pratica operativa. Sta ora alla responsabilità pubblica, alla cittadinanza attiva e ai diversi attori istituzionali, economici e sociali far sì che questo strumento diventi parte di un modo nuovo di intendere le politiche: non soltanto orientate al presente, ma capaci di riconoscere il futuro come bene comune delle generazioni che verranno.


