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Oliviero Casale innovation manager
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OLTRE I FATTI – Ricchezza e potere, il rapporto Oxfam sul rischio oligarchico e la fragilità dello spazio civico

2 mesi fa
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di Oliviero Casale, componente Gruppo Val del Garigliano

A lanciare l’allarme è il rapporto Oxfam “Resisting the Rule of the Rich. Protecting freedom from billionaire power”. Pubblicato in coincidenza con il World Economic Forum 2026 di Davos, svoltosi dal 19 al 23 gennaio 2026, lo studio ricostruisce i meccanismi attraverso cui i super ricchi stanno consolidando il proprio potere politico, incidendo in misura crescente sulle economie e, soprattutto, sugli equilibri democratici.

Letto dal punto di vista del bene comune, il messaggio centrale non riguarda soltanto la disuguaglianza come tema sociale, né la povertà come emergenza umanitaria, ma la qualità della convivenza e la tenuta delle infrastrutture istituzionali che rendono possibile una società libera. Il bene comune, in questa prospettiva, non coincide con un elenco di politiche settoriali, ma con l’insieme delle condizioni condivise che permettono alle persone di vivere, partecipare, scegliere e contestare senza che la propria voce venga strutturalmente schiacciata. In questa cornice, la concentrazione estrema di ricchezza non è un effetto collaterale del sistema economico, ma un moltiplicatore di asimmetrie che tende a trasformarsi in potere di influenza, accesso privilegiato alle decisioni pubbliche e capacità di riscrivere, direttamente o indirettamente, le regole del gioco.

Il primo livello della diagnosi è quantitativo e ha un valore politico perché descrive la scala del fenomeno. La nota metodologica associata allo studio stima che tra novembre 2024 e novembre 2025 la ricchezza dei miliardari sia aumentata di 2,5 trilioni di dollari, con un tasso di crescita annuo del 16,2 per cento, oltre tre volte superiore al tasso annuo medio del quinquennio precedente, indicato intorno al 4,8 per cento.  Nello stesso quadro emerge una frattura che, per la lettura orientata al bene comune, è difficilmente compatibile con l’idea di cittadinanza sostanziale. La metà più povera della popolazione mondiale viene stimata in possesso di circa lo 0,52 per cento della ricchezza globale, mentre l’1 per cento più ricco ne possiede circa il 43,8 per cento.

In termini di bene comune, questi dati non descrivono soltanto un divario di benessere, ma una distribuzione profondamente squilibrata della capacità di incidere sul futuro, di sopportare shock, di accedere a opportunità, di influenzare scelte collettive e, nei casi più estremi, di condizionare i processi democratici.

È qui che lo studio compie il passaggio più rilevante. La disuguaglianza economica diventa disuguaglianza politica. Il rapporto insiste sul fatto che l’accumulazione estrema si traduce in strumenti concreti di influenza, dai canali formali della politica agli ecosistemi mediatici, dai meccanismi di lobbying alle relazioni privilegiate con i decisori, fino al ruolo diretto di miliardari in posizioni pubbliche e alla maggiore probabilità di accesso a cariche e arene decisionali rispetto ai cittadini ordinari. Quando questo accade, la democrazia, che è un bene comune istituzionale, rischia di perdere la propria funzione di bilanciamento e di correzione degli squilibri. La conseguenza non è astratta. Se gli spazi di decisione si deformano, la capacità dello Stato e delle istituzioni di garantire diritti, servizi essenziali e protezione sociale tende a dipendere sempre di più da logiche selettive, da compromessi asimmetrici e da priorità dettate da interessi ristretti.

Un indicatore particolarmente eloquente, richiamato nella nota metodologica, riguarda lo spazio civico, inteso come ambiente di partecipazione, critica, associazione e mobilitazione. Tra il 2018 e il 2024, il numero di persone che vivono in paesi con spazio civico chiuso o represso viene stimato in aumento di circa due terzi, pari al 67 per cento. Questo dato, in chiave bene comune, segnala che non è soltanto la ricchezza a concentrarsi, ma anche la possibilità di esprimere dissenso e organizzare alternative. E quando lo spazio civico si restringe, la produzione stessa del bene comune si indebolisce, perché il controllo diffuso, la responsabilità pubblica e l’emersione dei bisogni collettivi diventano più costosi e più rischiosi.

Lo studio evidenzia inoltre come la dimensione digitale stia assumendo un ruolo crescente in queste dinamiche. La sfera informativa e le piattaforme digitali possono diventare, in presenza di concentrazioni estreme di potere economico, un moltiplicatore di capacità di influenza e di controllo, con conseguenze sulla qualità dell’informazione, sulla polarizzazione, sulla manipolazione del discorso pubblico e sulle forme di sorveglianza che colpiscono dissenso e protesta.

Dal punto di vista del bene comune, questo passaggio è cruciale perché la sfera comunicativa non è un settore come gli altri. È un’infrastruttura abilitante della deliberazione democratica. Se viene governata prevalentemente secondo logiche proprietarie e opache, la democrazia perde una parte della propria base materiale e simbolica, cioè l’accesso equo a informazione affidabile e la possibilità di costruire consenso senza essere esposti a distorsioni sistematiche.

Nella nota metodologica compaiono anche elementi che mostrano come le disuguaglianze si innestino su strutture già asimmetriche, in particolare rispetto al genere. Si riporta che il reddito da lavoro degli uomini è mediamente 2,4 volte quello delle donne e che la quota di reddito da lavoro attribuibile alle donne si attesta intorno al 29 per cento.

In chiave bene comune, questi dati non sono semplici indicatori di gap. Segnalano una perdita di capacità collettiva, perché l’asimmetria di accesso al reddito e al riconoscimento del lavoro, incluso il lavoro di cura, riduce la partecipazione effettiva e indebolisce la coesione sociale, rendendo più fragile l’equilibrio tra diritti, responsabilità e opportunità.

Un ulteriore elemento di rilievo è la discussione sul punto oltre il quale la ricchezza privata diventa politicamente problematica. La sintesi richiama la proposta di Ingrid Robeyns sul cosiddetto limitarianism e l’idea di una linea di ricchezza estrema, con un riferimento esemplificativo a una soglia di 10 milioni di dollari.

Questo passaggio, interpretato dal punto di vista del bene comune, va letto come una tesi di governance più che come una posizione morale. Se l’accumulazione estrema produce capacità di cattura della politica, allora definire limiti, rafforzare la progressività fiscale e introdurre barriere efficaci contro la cattura regolatoria diventa un modo per proteggere il bene comune istituzionale rappresentato dalla democrazia, e quindi la possibilità di garantire diritti e servizi in modo universale.

L’impianto complessivo del rapporto conduce a una conclusione netta.

Oligarchia e democrazia non sono etichette, ma due diversi regimi di produzione del bene comune. Nel primo caso, il processo decisionale tende a essere piegato da una minoranza con capacità finanziaria sproporzionata e accesso privilegiato ai nodi del potere. Nel secondo caso, le istituzioni mantengono permeabilità, controlli, pluralismo e meccanismi redistributivi in grado di ricomporre fratture e di preservare diritti e libertà come patrimonio condiviso.

Se si assume sul serio la prospettiva del bene comune, l’implicazione operativa è che ridurre la disuguaglianza economica, contenere il potere politico dei super ricchi e rafforzare il potere politico dei molti non sono tre linee d’azione indipendenti. Sono tre dimensioni di una stessa politica di tutela della democrazia come bene comune. I dati quantitativi e la diagnosi politica presentati nei materiali Oxfam non invitano soltanto a indignarsi. Chiedono di riconoscere che, senza correttivi strutturali, la traiettoria della concentrazione di ricchezza tende a trasformarsi in una traiettoria di concentrazione di sovranità, e questo è il punto in cui il bene comune, prima ancora delle politiche sociali, entra in una zona di rischio sistemico.

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