Oggi: 02 Set, 2026
Oliviero Casale Una politica migliore, veramente al servizio del bene comune. Rileggere Papa Francesco nel tempo della crisi globale
Oliviero Casale Una politica migliore, veramente al servizio del bene comune. Rileggere Papa Francesco nel tempo della crisi globale

Una politica migliore, veramente al servizio del bene comune. Rileggere Papa Francesco nel tempo della crisi globale

5 mesi fa

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Una politica migliore, veramente al servizio del bene comune. Rileggere Papa Francesco nel tempo della crisi globale

di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano

In questi momenti tragici che il mondo sta vivendo, tornano spesso alla mia mente le parole di Papa Francesco quando richiama la necessità di una politica migliore, realmente al servizio del bene comune, e ogni volta mi sembra che in quella formula si raccolga qualcosa di più di una semplice indicazione programmatica, quasi si condensasse, in poche parole, un’intera visione dell’uomo, della società e della storia, poiché ciò che in essa si lascia intravedere non è soltanto una critica severa alla povertà morale della politica contemporanea, ma anche il tentativo di restituirle il suo significato più alto, sottraendola tanto alla tentazione di ridursi a pura tecnica di gestione dell’esistente quanto alla subordinazione, ormai quasi abituale, a logiche economiche, finanziarie o mediatiche che finiscono per determinare la sorte dei popoli senza lasciarsi realmente interrogare dalla loro concreta vulnerabilità. Se penso al modo in cui Fratelli tutti descrive il nostro tempo, segnato da connessioni sempre più fitte e da fratture non meno profonde, da interdipendenze crescenti e da una fraternità che fatica a nascere, da un mondo che si fa ogni giorno più vicino e insieme più incapace di riconoscersi come comunità di destino, avverto con chiarezza che il richiamo al bene comune non ha nulla di ornamentale, non è una formula destinata a impreziosire genericamente il lessico della vita pubblica, ma diventa il criterio a partire dal quale si può ancora domandare se la politica sia fedele alla propria vocazione o se non si sia ormai smarrita dentro la produzione del consenso, l’amministrazione dell’immediato e l’organizzazione delle paure collettive.

Uno degli elementi che più colpiscono nel pensiero di Francesco è il fatto che il bene comune non venga più pensato entro il perimetro relativamente ristretto di una singola collettività nazionale, come se fosse ancora possibile proteggere il proprio benessere, la propria sicurezza o la propria stabilità senza interrogarsi sul prezzo che viene imposto altrove, quasi che il destino di un popolo potesse ancora essere isolato da quello degli altri e la politica potesse continuare a ragionare come se la condizione storica della contemporaneità non fosse segnata, nel bene e nel male, da una fitta trama di relazioni che nessuno Stato domina davvero e che nessuna società può onestamente fingere di non condividere. Guerre, migrazioni, squilibri economici, fragilità sociali, crisi ambientali e dipendenze finanziarie mostrano ogni giorno che l’umanità vive già dentro un orizzonte di interrelazione oggettiva, e proprio per questo la fraternità, nel linguaggio di Francesco, non ha nulla di evasivo né di puramente esortativo, ma si presenta come il nome esigente di una responsabilità adeguata alla realtà, come il riconoscimento che il mondo è già legato da vincoli di fatto e che la politica, se vuole essere all’altezza del proprio tempo, deve imparare a prenderli sul serio senza consegnarli all’arbitrio dei più forti o alla sola logica del vantaggio. Si comprende allora perché la sua critica colpisca al cuore quelle forme di politica che, pur dichiarandosi attente al bene del proprio popolo, finiscono in realtà per considerare sacrificabili gli altri, e con essi anche l’idea stessa che possa esistere un bene condivisibile oltre l’interesse di parte, oltre il profitto immediato, oltre la difesa ansiosa di un’identità chiusa.

Quando provo a comprendere che cosa significhi davvero, in questo orizzonte, la nozione di bene comune, sento anzitutto l’esigenza di sottrarla a due deformazioni ugualmente ingannevoli, la prima delle quali consiste nel ridurla alla somma dei vantaggi individuali, quasi il bene di tutti potesse nascere dalla semplice composizione degli egoismi concorrenti, mentre la seconda la trasforma in una parola nobile ma sostanzialmente vuota, buona per qualsiasi discorso edificante e per questo incapace di orientare davvero il giudizio sulla realtà. Nei testi che si muovono nel solco della dottrina sociale della Chiesa, e che fanno da controcanto importante a Fratelli tutti, il bene comune appare invece come quell’insieme di condizioni sociali, culturali, economiche e istituzionali che consentono alle persone e ai gruppi di raggiungere più pienamente il proprio compimento, e proprio questa definizione permette di coglierne il carattere relazionale, poiché non esiste una fioritura autenticamente umana che possa essere pensata come pura autorealizzazione privata, del tutto separata dalla qualità del legame sociale, così come non esiste una società giusta che possa nascere dalla semplice giustapposizione di interessi lasciati a se stessi. Se il bene comune ha a che fare con la dignità della persona nella sua dimensione sociale, con la capacità di una comunità di non abbandonare nessuno allo scarto, con la qualità delle strutture che organizzano la convivenza e con la giustizia delle relazioni che la attraversano, allora appare con maggiore evidenza perché la politica, per essere davvero tale, non possa accontentarsi di amministrare l’ordine o di favorire la crescita, ma debba continuamente lasciarsi giudicare dalla domanda su quale tipo di umanità essa renda possibile e su quale forma di convivenza contribuisca realmente a costruire.

Un rilievo particolarmente decisivo assume, a questo punto, quell’avverbio, “veramente”, con cui Francesco qualifica la politica al servizio del bene comune, poiché in esso si percepisce tutta la distanza tra la semplice autolegittimazione del potere e il suo effettivo orientamento al bene di tutti, tra ciò che la politica dice di sé e ciò che essa produce concretamente nelle vite umane. Troppo spesso, infatti, la politica continua a presentarsi come interprete del popolo, custode dell’ordine, promotrice dello sviluppo o garante della sicurezza, mentre ciò che realmente serve sono interessi di parte, strategie di consenso, identità chiuse, equilibri di potere o meccanismi economici che si sottraggono a qualunque criterio etico; e proprio qui la parola di Francesco appare severa, perché costringe a distinguere tra l’apparenza della legittimità e la verità degli effetti. Una politica può essere efficace, vincente, persino popolare, e tuttavia restare infedele alla propria vocazione se non rende la convivenza più giusta, più inclusiva, più capace di proteggere i vulnerabili e di sottrarsi alla logica del sacrificio di alcuni a vantaggio di altri. In questa prospettiva si comprendono anche le critiche che egli rivolge tanto al populismo quanto a un certo liberalismo economicista, poiché nel primo caso il popolo viene evocato come totalità simbolica mentre in realtà si assolutizza una parte, e nel secondo la politica viene svuotata dall’interno, ridotta a funzione ancillare di processi economici trattati come inevitabili; ma in entrambi i casi ciò che si perde è precisamente la possibilità di una convivenza che abbia misura umana e che sappia includere anche coloro che non hanno voce o forza sufficiente per imporsi.

Il tema del bene comune, tuttavia, si lascia intendere fino in fondo solo se non viene isolato da quello dell’amicizia sociale, perché è proprio qui che Francesco introduce una delle sue intuizioni più originali e, insieme, più difficili da accogliere in un tempo abituato a pensare la politica quasi esclusivamente nella grammatica della competizione, della polarizzazione e del conflitto permanente. L’amicizia sociale, infatti, non ha nulla a che vedere con una sentimentalizzazione ingenua della vita pubblica, né con la pretesa di cancellare la differenza o di negare il conflitto, che appartiene inevitabilmente alla storia delle società; ciò a cui essa rinvia è piuttosto una qualità della convivenza molto più esigente, che consiste nella possibilità di riconoscere l’altro come appartenente allo stesso mondo morale anche quando il dissenso permane, la differenza non si ricompone e la tensione non scompare. In una società attraversata da memorie diverse, da interessi contrastanti, da ferite e aspettative differenti, l’amicizia sociale non elimina la complessità, ma impedisce che essa degeneri in ostilità assoluta, impedisce cioè che il legame politico venga colonizzato interamente dalla logica del nemico, della rivalità permanente o della reciproca disumanizzazione. Il bene comune, allora, non appare come qualcosa di esterno ai rapporti sociali o come un oggetto che qualcuno amministra dall’alto, ma come la forma stessa di una convivenza che riesce a non disgregarsi sotto il peso dei propri conflitti e a non lasciare che la ricerca della giustizia venga interamente sostituita dalla sola lotta per il predominio.

L’intero orizzonte di Fratelli tutti, del resto, risulta difficilmente separabile da quella cultura dell’incontro che attraversa con tanta profondità il magistero di Francesco e che rappresenta una delle forme più concrete in cui egli pensa il rapporto tra fraternità e politica, poiché l’incontro, nel suo linguaggio, non è mai un abbellimento retorico, né una tregua sentimentale concessa alle asprezze del reale, ma il momento in cui l’altro cessa di essere un’astrazione, una minaccia indistinta, una categoria amministrativa o una semplice funzione del discorso pubblico, e torna a imporsi come presenza che interroga, come volto che resiste alla neutralizzazione. Una società ordinata al bene comune non può nascere da soggetti chiusi nella sola difesa di sé, incapaci di vedere il nesso tra la propria sorte e quella altrui, ma richiede una disponibilità a lasciarsi toccare dalla fragilità dell’altro, soprattutto quando essa prende il volto del povero, del migrante, dell’escluso, del malato, di chiunque sia esposto alle forme contemporanee dello scarto. Proprio per questo la fraternità, in Francesco, non è mai un principio astratto o consolatorio, ma qualcosa che esiste soltanto quando diventa criterio di organizzazione della vita comune, quando si traduce in priorità, strutture, pratiche, decisioni pubbliche, e quando il linguaggio della dignità umana cessa di essere semplicemente proclamato per diventare effettivamente operativo.

Non sono soltanto le grandi decisioni della politica o i processi istituzionali che regolano la convivenza tra i popoli a dare forma al bene comune, ma anche quei luoghi elementari nei quali l’umano impara concretamente a diventare relazione, cura, responsabilità e prossimità. Anche nei testi del Family Global Compact, il richiamo di Papa Francesco alla reciprocità, alla solidarietà tra le generazioni, all’attenzione ai fragili e alla condivisione del peso della vita lascia intendere con chiarezza che questi principi non appartengono a una sfera separata o privata, ma costituiscono la trama morale senza la quale nessuna società può diventare veramente giusta e nessuna politica può dirsi davvero orientata al bene comune. In questo senso, ciò che viene in rilievo non è la difesa astratta di una formula, ma il riconoscimento di una grammatica della cura e della responsabilità reciproca che, pur manifestandosi in modo elementare nei legami più prossimi, non resta confinata a essi e anzi chiede di estendersi all’intera comunità umana, raggiungendo anche chi è solo, chi vive forme diverse di legame, chi attraversa situazioni di fragilità o di marginalità, poiché una società giusta è tale soltanto quando sa rendere universale ciò che di umano, di solidale e di non escludente si rivela nei luoghi originari della relazione.

Persuasiva, nel pensiero di Francesco, è soprattutto l’idea che il bene comune non abbia mai la forma di un contenuto fisso, posseduto una volta per tutte da qualcuno che poi lo amministra per conto degli altri, ma assuma piuttosto il carattere di un compito storico, aperto e processuale, che si chiarisce e si approfondisce nel coinvolgimento reciproco di persone, popoli e istituzioni. La sua ricerca non può essere separata dalle forme della partecipazione, del discernimento, del dialogo e della responsabilità condivisa, perché una politica che pretendesse di incarnarlo integralmente e senza resto finirebbe inevitabilmente per trasformarlo in ideologia o in strumento di dominio. Una delle forze più persuasive di questo pensiero sta proprio nel mostrare che il bene comune non sacralizza il potere, ma al contrario lo relativizza, dal momento che nessun potere può possederlo come proprietà e nessuna istituzione può dichiararsene il depositario esclusivo. La politica, in questa luce, si rivela buona non quando si identifica con il bene comune, ma quando si lascia giudicare da esso, quando accetta di essere misurata dalla dignità di tutti, dalla sorte dei più fragili, dalla giustizia delle relazioni e dalla qualità umana delle strutture che contribuisce a edificare.

Anche il tema della carità politica, qui, acquista una densità propriamente istituzionale e smette di apparire come un’aggiunta spirituale o devozionale al discorso pubblico, poiché la carità, quando prende forma politica, non coincide più con il solo gesto individuale dell’aiuto, né con una generica esortazione alla bontà privata, ma diventa capacità di creare strutture giuste, di trasformare le condizioni che producono umiliazione, dipendenza ed esclusione, di dare forma pubblica a una cura che non si esaurisce nell’assistenza ma si iscrive nella costruzione stessa della convivenza. Mi sembra che Francesco voglia dire precisamente questo: la politica raggiunge la sua vera grandezza quando non si limita a correggere gli effetti più visibili della disuguaglianza, ma si lascia inquietare dalle cause che la generano, quando non si accontenta di rendere più tollerabile lo scarto, ma prova a contrastarne i meccanismi, assumendo verso la società una responsabilità insieme morale e storica, capace di tenere uniti visione, istituzioni, concretezza e compassione.

Ciò che alla fine rimane di queste pagine è l’impressione che la politica ritrovi la propria dignità proprio nel momento in cui cessa di essere autoreferenziale, quando cioè smette di misurarsi soltanto con la forza, con il successo o con la sopravvivenza del potere e torna a lasciarsi interrogare da ciò che rende una società degna dell’umano. Non è buona la politica che protegge alcuni e sacrifica altri, che promette sicurezza al prezzo dell’esclusione, che si proclama neutrale mentre abbandona la sorte dei popoli alla decisione di poteri economici incontrollati; buona è, piuttosto, la politica che accetta la misura del bene comune, che sa lasciarsi interrogare dal tutto senza schiacciare le parti e che sa prendersi cura delle parti senza dissolvere il tutto. È per questo che, in tempi come i nostri, continuo a riconoscere nelle parole di Francesco una forza sorprendente, e forse persino necessaria, perché l’idea di una comunità mondiale fraterna non appare come un ornamento utopico aggiunto al realismo della politica, ma come il nome più esigente del suo compito nel tempo della globalizzazione. Dove questa prospettiva manca, la politica si impoverisce e si riduce a gestione della paura; dove invece riesce almeno in parte a prendere forma, si apre la possibilità di una convivenza più giusta, più pacifica e più degna dell’umano. Ed è forse proprio qui che la voce di Francesco, pur così grande, continua ad apparirmi come la voce di un uomo che parla da dentro la condizione umana comune e che, proprio per questo, può essere ascoltato da tutti, non soltanto dai credenti, non soltanto dai cattolici, ma da chiunque avverta che senza fraternità, senza giustizia e senza bene comune nessuna società può davvero dirsi umana.

Per parte mia, sento che l’approdo più vero di questa riflessione stia proprio qui: nel comprendere che siamo chiamati a una forma di generatività che va oltre noi stessi e ci rende responsabili del volto umano del mondo e delle generazioni future, perché soltanto chi sa generare relazioni, cura, giustizia e speranza può diventare davvero, nel senso indicato tante volte da Papa Francesco, uno dei costruttori di pace.

Oliviero Casale, dalla Valle del Garigliano, ragiona sulla necessità di una politica migliore, mettendosi in dialogo con il pensiero di Papa Francesco e con Fratelli tutti alla luce delle crisi del nostro tempo.

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