Quando sono arrivata a Cellole, il paese aveva ancora addosso l’odore di una politica antica, solida, costruita mattone su mattone da chi l’aveva fondata. Regnava ancora, incontrastata, l’egemonia di Lorenzo Montecuollo, primo sindaco della storia cellolese, figura che nel frattempo aveva varcato i confini municipali per approdare prima in Regione e poi in Parlamento. Un uomo che aveva fatto di Cellole il suo regno personale, e di quel regno era rimasto il sovrano indiscusso anche da lontano. Era lui che decideva, fu lui a scegliere Antimo Dodde come sindaco, poi puntò sul suo pupillo per antonomasia Tommaso Martucci e infine su Antonio Lepore. Ci volle il coraggio del compianto sindaco Aldo Izzo, affiancato dalla fedeltà incrollabile di Enzo Freda, per provare a scardinare quel monopolio. Ci riuscirono, mettendo gli uomini di Montecuollo all’opposizione in quella che fu la prima vera rivoluzione politica cellolese. Ma durò il tempo di una legislatura, e poi di nuovo tutti uniti, con l’alternanza tra Izzo e Lepore che sembrava destinata a durare in eterno. L’equilibrio però si era ormai incrinato. Montecuollo uscì dalla scena politica e poco dopo morì. È l’inizio dell’era della sopportazione, come quei matrimoni che non funzionano ma per interesse non divorziano. Un vero vuoto politico, nel quale Cellole divenne terra di colonizzazione dei nomi della politica oltre confine. Ed è in quel vuoto che entrarono due nomi nuovi, Angelo Barretta e Guido Di Leone. Una generazione diversa, cresciuta con una idea di Cellole meno conservatrice, più aperta, più moderna. Il gruppo storico, come un prodotto arrivato a scadenza, non riuscì più per ben due volte a presentarsi alle elezioni. Qualcosa si era rotto per sempre. Barretta prese in mano le redini del governo locale e avviò qualcosa che sembrava l’inizio di un cambiamento radicale. Ma il destino non gli lasciò il tempo di completarlo. La sua scomparsa improvvisa lasciò Cellole di nuovo sospesa, in cerca di una direzione. Si scelse allora una donna, e non una donna qualunque, Cristina Compasso, figlia del compianto eurodeputato Franco Compasso, portava con sé un cognome che a Cellole faceva ancora rumore. Iniziò un’era tutta colorata di rosa tendente al fucsia, dove persino il linguaggio diventò bandiera, guai a chiamarla sindaco, guai a chiamare le sue collaboratrici assessore. Sindaca e assessora. Alla fine, quella stagione assomigliava più a un’operazione di marketing femminile che a un progetto di governo vero. E la notte del 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, a un anno e pochi mesi dall’insediamento, in una serata piovosa che sembrava fatta apposta per accompagnare le cose che finiscono, furono i suoi stessi a firmare la sfiducia davanti a un notaio, accodandosi all’opposizione. Un epilogo amaro, consumato in silenzio sotto la pioggia. Ecco che arriva Guido Di Leone. Compasso ci riprovò, ma Di Leone era nel frattempo maturato, si era temprato, aveva capito Cellole fino in fondo. E soprattutto aveva dalla sua parte una figura che stava cambiando i rapporti di forza nella politica locale senza bisogno di stare sotto i riflettori, Giovanni Iovino. Un uomo la cui forza elettorale era tale che dove decideva di posizionarsi portava con sé la vittoria. Iovino scelse Di Leone, e quella scelta valeva più di mille comizi. Con loro inizia un’era diversa, quella dell’Arena dei Pini, che porta il nome di Cellole oltre i confini nazionali, quella della Bandiera Blu per Baia Domizia Sud, unica località casertana a conquistarla, quella dell’illuminazione negli angoli più bui del territorio, dei parchi giochi per i bambini, delle aree fitness, di una comunità che tornava finalmente a prendersi cura di sé stessa. Poi, nel novembre dell’anno scorso, Iovino compie la sua scalata verso le regionali e la conquista con un plebiscito, oltre l’ottanta per cento dei cittadini di Cellole lo sceglie come proprio rappresentante in Regione. Corsi e ricorsi storici, Iovino come Montecuollo, un nome che torna a risuonare forte oltre i confini del paese. Nel frattempo, dall’altra parte, Cristina Compasso consumava cinque anni di opposizione nell’unico modo che evidentemente le era congeniale, un’apparizione su TikTok al fianco di Borrelli, nel tentativo, rimasto tale, di screditare il lavoro dell’amministrazione e il litorale di Baia Domizia Sud. Cinque anni di silenzio istituzionale, interrotti da un video sui social. Non esattamente il profilo di chi si candida a guidare un paese. Oggi Di Leone si ripresenta dopo un quinquennio di amministrazione super attiva, presente in ogni angolo del territorio. Ed è probabilmente il primo candidato sindaco nella storia di Cellole che nel mese che precede le elezioni dorme sonni tranquilli. Senza quell’ansia che accompagna chi sa di vivere una vera competizione, chi sente il fiato dell’avversario sul collo, chi conta i voti uno ad uno nelle notti insonni. Lui no. Lui sembra già sapere come va a finire. Cosa è cambiato a Cellole in mezzo secolo? Io l’ho attraversato per oltre un trentennio, venendo da un’altra realtà, con occhi diversi, senza il peso della memoria locale. E ve lo dico con la stessa onestà con cui si racconta una storia vera, proprio ieri sera questa storia l’ho velocemente ripercorsa davanti allo storico Bar Lello con il mio amico Tonino Di Leone, uno dei più fini strategi politici che questa terra abbia espresso, un uomo che quella storia cellolese l’ha vissuta dall’interno, conoscendone ogni piega, ogni equilibrio, ogni corrente sotterranea. In pochi minuti, tra il via vai della piazza, abbiamo fatto un excursus di mezzo secolo di vita politica cellolese, di ciò che era e di ciò che è diventato. Ebbene, anche lui lo dice senza esitazione, è cambiato tutto. In meglio? Io che questa terra l’ho attraversata per oltre un trentennio, posso dirlo con una certezza che non ammette repliche, per me è cambiata in meglio. Eccome. Il resto è TikTok.

EDITORIALE | C’era una volta Montecuollo, ora Iovino, la lunga storia politica di Cellole fino all’era Di Leone
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