Quattro mesi. Quattro lunghissimi, strazianti mesi ci sono voluti prima che una famiglia potesse finalmente dare una degna sepoltura al proprio ragazzo. Martedì quest’angoscia infinita ha trovato una pausa nel dolore, permettendo alla nostra terra di stringersi per l’ultimo saluto a Vincenzo Iannitti, un figlio di appena vent’anni, con la vita ancora tutta da vivere, strappato in modo barbaro dal suo amico Victor. È una tragedia che strappa il cuore ed entra nelle ossa, e resta lì, a bruciare, ogni giorno. Non si tratta soltanto della violenza feroce che sarebbe stata usata per spezzare la giovane vita di Vincenzo, ma del tormento infinito nel pensare a quello che il suo corpo avrebbe dovuto subire anche dopo, un pensiero che toglie il respiro e non lascia dormire. Senza alcuna pretesa di sostituirmi alla legge, per la quale vige la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, resta il peso di troppe domande che continuano a bruciare, come quella del perché non si sia subito pensato al suo amico, visto che le telecamere avrebbero mostrato i due entrare insieme in quel vicolo da cui Vincenzo non sarebbe più uscito, o come quella ferita che Victor avrebbe mostrato sui social dopo essere andato all’ospedale di Sessa Aurunca per farsi suturare, un taglio che agli occhi di chiunque, anche di chi non è esperto, sembrava quello di un fendente. E ancora il tentativo di depistaggio che avrebbe visto Victor raccontare al papà Marco che Vincenzo era stato avvistato a Roma da alcuni amici, mentre il suo cellulare, appena due ore prima, risultava agganciato a una cella nella zona, rendendo di fatto impossibile aver raggiunto la capitale in così poco tempo. Le mie non sono accuse al lavoro degli inquirenti, ci mancherebbe, ma solo considerazioni dolorose alle quali oggi non abbiamo risposta, mentre le indagini proseguono il loro corso. Ma è l’aspetto umano quello che fa tremare le vene ai polsi: provate soltanto a immaginare di prendere un essere vivente qualsiasi, un’anima inerme, e infliggergli le stesse lucide sofferenze che sarebbero state inflitte a Vincenzo. Ci riuscireste? Io no, e credo che nessun essere umano con un briciolo di cuore potrebbe mai farlo. Ci vorrebbe una mente spaventosamente fredda, priva di qualsiasi traccia di pietà, per compiere una simile brutalità e poi riuscire ad appoggiare la testa sul cuscino e dormire. Ed è qui che arriva il mio ultimo, lancinante dubbio: Victor ha fatto tutto da solo? Il corpo di Vincenzo sarebbe stato calato da un balcone nel cuore della notte per essere nascosto in un anfratto, restando per ore dentro un’abitazione. È possibile che i genitori e il fratello non sapessero nulla? Ho ancora davanti agli occhi l’immagine del fratello di Victor, la sera prima del ritrovamento del corpo, con la fiaccola in mano, in prima fila a sfilare proprio per Vincenzo. È credibile che non sapesse? E allora, con il cuore in gola più che con rabbia, mi chiedo perché quelle persone siano oggi ancora libere, mentre un ragazzo non c’è più e una famiglia porta addosso una ferita che non si rimargina. Questa storia lascia un vuoto incolmabile, di quelli che il tempo non riesce a colmare, solo ad addolcire appena. Stringo in un abbraccio pieno d’amore il papà Marco, che in questi mesi ho sentito spesso e che sta lottando con una forza quasi sovrumana per la verità e per mantenere vivo il ricordo di suo figlio, e mando un abbraccio infinito, intriso di rispetto, alla mamma Rossella, che ha scelto di chiudersi in quel silenzio denso e assordante, il silenzio di una madre che fa più male di qualsiasi urlo, e che meglio di ogni parola racconta quanto Vincenzo fosse, e resti, amato.

EDITORIALE | L’addio a Vincenzo dopo quattro mesi di strazio, l’amore di un padre, il silenzio di una madre ma soprattutto le troppe risposte che mancano.
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