Per cominciare a parlare delle parlate di Sessa Aurunca, delle sue frazioni e dei suoi luoghi
di Oliviero Casale, consigliere Fondazione Communia – Rete per i Beni Comuni
Quando si parla dei dialetti di Sessa Aurunca si corre subito un rischio: ricondurli al singolare e parlare semplicemente del “dialetto di Sessa”.
È un’abitudine comprensibile, perché siamo portati ad associare a una città o a un territorio una determinata parlata, quasi che al nome di un luogo debba necessariamente corrispondere un unico sistema linguistico. Nel caso di Sessa Aurunca, però, basta prestare attenzione alle conversazioni, alle memorie familiari, ai canti, ai modi di dire e alle parole ancora vive nelle diverse comunità per accorgersi che quel singolare comincia presto a stare stretto.
C’è poi una seconda precisazione, forse ancora più importante. Sessa Aurunca non coincide soltanto con l’abitato di Sessa, ma identifica un territorio molto più vasto, storicamente composto dal centro urbano, dalle frazioni, dai casali, da piccoli nuclei abitati, dalle campagne e da una fitta costellazione di luoghi che nel corso del tempo hanno sviluppato relazioni differenti tra loro. Parlare delle parlate di Sessa Aurunca significa quindi considerare certamente il centro, ma anche Lauro, Corigliano, Cascano, Valogno, Piedimonte, Carano, San Castrese, Rongolise, Tuoro, Ponte, Corbara, Cupa, Fasani, Sorbello, le Toraglie e le altre comunità che compongono questo spazio.
Ciò non significa sostenere che a ogni frazione corrisponda necessariamente un dialetto autonomo. Sarebbe una semplificazione uguale e contraria a quella che riduce tutto a un unico “dialetto sessano”. Il dato più interessante è invece la presenza di una microvariazione linguistica, vale a dire di differenze di pronuncia, lessico, morfologia, intonazione e uso che possono manifestarsi anche tra comunità separate da pochi chilometri. È probabilmente da questa pluralità che conviene partire, senza cercare una lingua “pura” e senza stabilire in anticipo quale luogo conserverebbe la parlata più autentica. Le lingue non sono oggetti immobili e i dialetti non fanno eccezione: cambiano insieme alle persone che li parlano, ai loro rapporti e alle trasformazioni della società.
Un territorio di passaggi, incontri e confini mobili
I confini amministrativi sono indispensabili per organizzare un territorio, ma raramente coincidono con quelli costruiti dalla storia, dalle relazioni tra le comunità e, ancor meno, con quelli linguistici. Il territorio del Comune di Sessa Aurunca e la Valle del Garigliano ne sono un esempio particolarmente significativo, perché per secoli quest’area è stata luogo di passaggio e, in numerosi momenti della propria storia, anche spazio di conquista, riconquista, contesa e ridefinizione dei poteri.
Popolazioni, eserciti, istituzioni politiche e autorità differenti si sono succeduti o hanno esercitato la propria influenza su una zona naturalmente collocata tra la Campania, il Garigliano e il Lazio meridionale. Guerre, cambiamenti di dominio e trasformazioni dei confini hanno più volte modificato gli assetti politici, ma non per questo hanno necessariamente interrotto le relazioni tra le popolazioni che abitavano sui diversi lati di quelle frontiere. Le linee tracciate dal potere possono mutare rapidamente; più lentamente cambiano i rapporti quotidiani tra persone, famiglie e comunità.
Un territorio di passaggio, inoltre, non è soltanto un territorio attraversato dagli eserciti. È anche uno spazio percorso da mercanti, religiosi, lavoratori, pellegrini, famiglie e viaggiatori; un luogo nel quale circolano merci, tecniche, pratiche agricole, devozioni, racconti, abitudini e inevitabilmente parole. La valle del Garigliano, le pendici del Massico e di Roccamonfina, la pianura, la fascia costiera e le vie che conducevano verso Capua, Cassino, Gaeta e il Lazio meridionale hanno formato nel tempo una rete di relazioni molto più articolata di quella suggerita dagli attuali confini regionali e comunali.
Anche Sessa ha partecipato a questa storia di connessioni multiple. Il suo ruolo urbano e amministrativo l’ha posta in rapporto con centri politici e culturali differenti, mentre le frazioni e i casali hanno sviluppato, secondo la propria posizione geografica, reti di contatto che non sempre coincidevano con quelle del centro. Alcune comunità erano maggiormente orientate verso l’interno, altre verso il Garigliano e la fascia costiera; alcune erano inserite in antichi rapporti religiosi e monastici, altre erano attraversate più direttamente dalle grandi vie di comunicazione.
Per secoli, inoltre, territori oggi divisi tra Campania e Lazio hanno condiviso vicende, economie e relazioni. La modifica dei confini amministrativi in epoca contemporanea ha separato istituzionalmente comunità che avevano alle spalle una lunga storia comune, e questo elemento aiuta a comprendere perché la geografia linguistica non possa essere sovrapposta automaticamente alla cartografia amministrativa.
Naturalmente non sarebbe corretto far derivare una determinata forma dialettale da un singolo avvenimento storico. La storia linguistica è molto più complessa e nasce dall’accumularsi di contatti, innovazioni, conservazioni e trasformazioni nel corso delle generazioni. Tuttavia, per comprendere la varietà delle parlate locali, è importante ricordare che esse si sono formate all’interno di un territorio aperto, attraversato e continuamente messo in relazione con altri territori. Anche le lingue, del resto, viaggiano insieme alle persone.
Per questa ragione sarebbe riduttivo leggere il Sessano soltanto come una periferia linguistica di Napoli. L’influenza napoletana è certamente importante ed è diventata particolarmente forte in epoca moderna e contemporanea, ma la storia delle parlate locali conserva anche relazioni più antiche con la Campania settentrionale e con il Lazio meridionale. Alcune caratteristiche oggi molto diffuse possono essere relativamente recenti, mentre altre, oggi percepite come antiche o proprie soprattutto delle generazioni anziane, possono conservare la memoria di equilibri linguistici precedenti.
Sessa, le frazioni e i luoghi
Anche il rapporto tra Sessa e le sue frazioni è cambiato profondamente nel tempo. Oggi pochi chilometri possono essere percorsi in pochi minuti, mentre fino a un passato relativamente vicino le stesse distanze avevano un significato completamente diverso. Alcune comunità collinari e montane erano raggiungibili attraverso strade difficili e mulattiere, e i rapporti con il centro potevano concentrarsi in particolari occasioni, come il mercato, le feste, gli adempimenti amministrativi o gli scambi economici.
Altri luoghi potevano invece mantenere relazioni più intense con centri esterni all’attuale territorio comunale, orientandosi verso la costa, il Garigliano o l’interno. Queste differenti reti di relazione non determinano automaticamente una parlata, ma contribuiscono a spiegare perché innovazioni e conservazioni possano distribuirsi in maniera differente nello spazio.
Una parola poteva continuare a essere usata in una frazione dopo essere scomparsa altrove, così come una determinata pronuncia poteva essere riconosciuta come caratteristica di un paese o di un gruppo di parlanti. La diversità era inoltre percepita dagli stessi abitanti, tanto che le differenze tra paesi vicini potevano diventare materia di imitazione, scherzo e bonario dileggio. Dietro queste rappresentazioni si nasconde però una forma di conoscenza molto interessante: le comunità possedevano una propria geografia linguistica spontanea e riconoscevano le differenze tra i modi di parlare dei diversi luoghi ben prima che queste diventassero oggetto di studio.
Questa consapevolezza invita anche a prestare attenzione alla scala più piccola. Non esistono soltanto Sessa e le frazioni ufficialmente denominate, ma anche piccoli nuclei, contrade, campagne e altri luoghi che hanno costruito nel tempo proprie reti di vicinato e di memoria. È proprio a questa scala che possono emergere differenze difficili da percepire se si guarda soltanto alla divisione amministrativa del territorio.
Una lingua che cambia nel tempo
Un altro errore sarebbe immaginare che il dialetto parlato dai nostri nonni fosse identico a quello parlato dai loro nonni. Le lingue cambiano continuamente e il territorio di Sessa Aurunca dispone, sotto questo aspetto, di una documentazione particolarmente interessante, distribuita nel tempo e affidata a fonti molto diverse tra loro.
Testi antichi, documenti, lettere, canti di tradizione orale, raccolte popolari, scritti in dialetto, repertori lessicali e pubblicazioni dedicate alle parlate locali consentono, se utilizzati con le dovute cautele, di osservare la lingua in momenti differenti della sua storia. Non possono naturalmente essere considerati tutti nello stesso modo, perché un documento scritto non equivale a una registrazione della voce, un canto tradizionale non coincide necessariamente con una conversazione quotidiana e un testo letterario in dialetto risente delle scelte linguistiche e grafiche di chi lo ha composto.
È proprio il confronto fra fonti differenti, tuttavia, a rendere possibile una lettura diacronica. Nel corso del tempo diversi scritti, raccolte, studi e pubblicazioni hanno cercato di conservare vocaboli, modi di dire, poesie, racconti, canti e forme linguistiche proprie del territorio. Nel loro insieme non restituiscono la fotografia di un “dialetto sessano” unico e immobile, ma mostrano piuttosto una lingua stratificata, nella quale alcune forme persistono, altre arretrano, altre cambiano e altre vengono sostituite.
Particolarmente interessanti sono le testimonianze nate senza alcuna finalità linguistica. Le lettere degli emigranti sessani dei primi decenni del Novecento, ad esempio, rispondevano alla necessità di comunicare con le famiglie rimaste nei luoghi d’origine. Chi scriveva non intendeva documentare il proprio dialetto e spesso cercava, al contrario, di utilizzare l’italiano, ma proprio tra grafie incerte, interferenze, forme regionali e tentativi di adeguamento alla lingua scritta possono affiorare caratteristiche riconducibili alla parlata di provenienza.
L’emigrazione ha prodotto così, quasi involontariamente, una particolare forma di memoria linguistica. Chi lasciava il proprio paese poteva rimanere relativamente estraneo ad alcuni cambiamenti che nel frattempo interessavano la comunità d’origine, continuando a conservare nella propria memoria parole, costruzioni o pronunce che nei luoghi di partenza cominciavano invece a trasformarsi. È anche per questa ragione che la storia delle parlate locali non può essere separata dalla storia sociale delle comunità che le hanno utilizzate.
Le parole appartengono ai luoghi e alle pratiche
Quando si parla di dialetto c’è spesso la tentazione di ridurre tutto a un elenco di vocaboli, come se il patrimonio linguistico potesse essere conservato semplicemente raccogliendo parole e relative traduzioni. Un vocabolo, però, acquista il proprio significato più profondo quando viene ricollocato nel mondo nel quale veniva usato.
Il nome di un attrezzo agricolo è legato a un gesto, a una tecnica e a un lavoro; quello di un recipiente rimanda a un modo di conservare, trasportare o cuocere qualcosa. I termini relativi alla vendemmia, all’olivicoltura, alla lavorazione del lino, alla ceramica, alla pesca, all’allevamento o alla preparazione degli alimenti appartengono a sistemi di conoscenza che per generazioni sono stati trasmessi insieme alle parole.
Quando una pratica scompare, spesso comincia a scomparire anche il lessico che la accompagnava. È per questo che le parlate di Sessa Aurunca rappresentano anche una forma di accesso alla storia materiale del territorio. Una parola può raccontare un mestiere, il nome di un utensile può conservare la memoria di una tecnica, mentre un termine agricolo può rimandare a coltivazioni e attività che per secoli hanno caratterizzato un determinato luogo.
La lingua può quindi essere considerata una sorta di archivio diffuso, conservato non soltanto nei documenti e nei libri, ma anche nelle conoscenze delle persone, nei ricordi familiari e nelle pratiche quotidiane. Quando viene meno il contesto che dava senso a una parola, anche quella parola diventa più fragile.
I nomi dei luoghi e la memoria del territorio
Un discorso analogo riguarda i nomi dei luoghi. Accanto alle denominazioni ufficiali delle frazioni esiste una geografia molto più minuta, composta da campagne, contrade, sentieri, cave, sorgenti, piccoli nuclei abitati, appezzamenti, colline e strade conosciute attraverso nomi tramandati localmente.
Talvolta il nome ufficiale cambia mentre quello tradizionale continua a essere utilizzato; in altri casi la vecchia denominazione sopravvive soltanto nella memoria delle persone più anziane. Questi nomi non sono semplici indicazioni geografiche, perché possono conservare il ricordo di una funzione antica, di un’attività produttiva, di una famiglia, di un evento, di una caratteristica del terreno o del modo in cui la comunità ha storicamente organizzato il proprio spazio.
Un microtoponimo può quindi funzionare come una piccola unità di memoria territoriale. Quando un nome di luogo scompare, rischia di scomparire anche una parte delle conoscenze, delle narrazioni e delle esperienze collegate a quel luogo. Per questa ragione parlare delle parlate di un territorio significa in qualche misura parlare anche del modo in cui quel territorio è stato nominato, riconosciuto e trasmesso da una generazione all’altra.
Le tradizioni orali come archivi viventi
Un ruolo particolare è svolto dalle tradizioni orali. Il territorio di Sessa Aurunca conserva canti di questua, rappresentazioni carnevalesche, canti religiosi, serenate, repertori legati ai lavori agricoli e altre forme della cultura popolare che non dovrebbero essere considerate soltanto manifestazioni folkloristiche. Possono essere anche documenti linguistici, a condizione di non confonderli con la conversazione spontanea.
Un canto può essere molto più antico della persona che lo esegue e può essere passato da una comunità all’altra, adattandosi nel tempo alle esigenze della memoria, della musica e della metrica. Per questo una stessa tradizione può presentare versioni diverse in luoghi differenti, con variazioni che riguardano le strofe, le parole, la pronuncia o la stessa organizzazione dell’esecuzione.
Questa variabilità non rende la tradizione meno autentica; al contrario, mostra che la tradizione è viva proprio perché viene continuamente ripresa e trasmessa. Un repertorio orale non è un testo depositato una volta per tutte, ma qualcosa che esiste finché qualcuno continua a ricordarlo, eseguirlo e insegnarlo. Ogni nuova esecuzione conserva una parte del passato e, nello stesso momento, la riporta nel presente.
Anche qui la lingua rivela la propria natura relazionale. Non esiste soltanto il testo di un canto, ma anche chi lo ha imparato, da chi lo ha ricevuto, dove viene eseguito, in quale occasione e davanti a quale comunità. La trasmissione linguistica coincide quindi, almeno in parte, con la trasmissione delle relazioni sociali che rendono possibile quella pratica.
L’autenticità non coincide con l’immobilità
Quando si parla di dialetto emerge spesso la domanda su quale sia la forma corretta. È una domanda comprensibile, soprattutto quando si cerca di scrivere una parlata che non possiede una norma ortografica condivisa, ma rischia di farci immaginare il dialetto come qualcosa che dovrebbe avere una sola forma valida.
La stessa parola può essere rappresentata graficamente in modi diversi, perché chi scrive cerca di utilizzare i segni dell’italiano per rendere suoni che non sempre dispongono di una convenzione comune. Anche nel parlato, inoltre, la variazione è normale: la stessa persona può modificare il proprio modo di parlare a seconda dell’età dell’interlocutore, della situazione, del luogo e dell’argomento della conversazione.
Accanto alla variazione geografica esistono quindi variazioni generazionali, sociali e situazionali. Un parlante può usare una forma con i familiari e un’altra in un contesto pubblico; può recuperare consapevolmente una parola antica quando racconta un ricordo, oppure alternare italiano e dialetto all’interno della stessa conversazione.
L’autenticità di una lingua non consiste perciò nella sua immobilità. Una lingua viva cambia proprio perché continua a essere utilizzata, adattandosi alle trasformazioni della società e alle nuove funzioni comunicative che i parlanti le attribuiscono.
Una memoria che può diventare invisibile
Oggi questo patrimonio è sottoposto a trasformazioni particolarmente rapide. Gli spostamenti sono diventati più frequenti, le reti sociali non coincidono più necessariamente con il paese o con la frazione e la scuola, la televisione, Internet e i social media hanno ampliato enormemente l’esposizione all’italiano e ad altre varietà linguistiche.
Ciò non significa necessariamente che il dialetto sia destinato a scomparire. Può cambiare funzione e continuare a vivere nella famiglia, nell’ironia, nella festa, nel teatro, nella poesia, nella musica o nella comunicazione digitale. Tuttavia alcune sue componenti sono particolarmente fragili, soprattutto quando dipendono da pratiche, mestieri e relazioni sociali che stanno venendo meno.
Le parole degli antichi lavori agricoli, i nomi degli attrezzi, le denominazioni tradizionali dei luoghi, alcune pronunce conservate soprattutto dalle generazioni più anziane e le formule di canti conosciuti da un numero sempre minore di persone rischiano di perdere progressivamente il contesto nel quale avevano senso. Quando ciò accade non scompare soltanto una voce del vocabolario, ma si indebolisce una relazione tra una parola e un sapere, tra una persona e un luogo, tra una generazione e quella precedente.
La perdita linguistica è quindi anche perdita di conoscenza. Preservare una parola senza conoscere il mondo al quale apparteneva può essere importante, ma non è sufficiente; occorre, quando è ancora possibile, conservare anche le storie, le pratiche, i contesti e le persone che permettono di comprenderne pienamente il significato.
Tornare ad ascoltare
Forse il primo passo consiste semplicemente nel tornare ad ascoltare con maggiore attenzione, senza cercare immediatamente di stabilire quale sia la parlata più antica, quale frazione conservi il dialetto più “puro” o quale variante debba essere considerata migliore delle altre. Una domanda più interessante riguarda invece il modo in cui la lingua varia nello spazio, nel tempo e tra le generazioni, e ciò che queste differenze possono raccontarci della storia delle comunità.
Quando qualcuno afferma che “a Sessa si dice così”, sarebbe quindi utile chiedersi a quale Sessa ci si riferisca: al centro urbano, a una frazione, a un casale, a un luogo particolare o magari a una determinata generazione di parlanti. Bisognerebbe inoltre domandarsi se quella forma sia ancora usata quotidianamente, se venga ricordata come appartenente ai nonni oppure se sopravviva in un canto, in un racconto o in una pratica tradizionale.
Domande di questo tipo non servono a complicare inutilmente ciò che appare semplice. Servono, al contrario, a evitare che la ricchezza di un territorio venga ridotta a formule troppo generiche. Parlare delle parlate di Sessa Aurunca significa infatti provare a osservare insieme lingua, luoghi, persone, memoria e trasformazioni sociali, riconoscendo che ognuna di queste dimensioni aiuta a comprendere le altre.
Da questa prospettiva Sessa Aurunca può essere guardata non soltanto come una città circondata dalle proprie frazioni, ma come un territorio formato da comunità e luoghi che nel corso dei secoli hanno costruito relazioni, differenze, scambi e memorie. Le sue parlate non sono semplicemente ciò che resta di un passato destinato a scomparire, ma continuano a essere uno dei modi attraverso cui questo territorio racconta la propria complessità. Proprio per questo possono essere considerate anche un bene comune: un patrimonio di conoscenze e relazioni che appartiene alle comunità che lo hanno prodotto, ma che acquista pienamente valore soltanto se viene conosciuto, custodito e trasmesso alle future generazioni.
Oliviero Casale

