
La donna in travaglio è arrivata in condizioni critiche, ma l’ospedale non ha potuto assisterla, solo stabilizzazione e corsa contro il tempo per farla partorire a Castel Volturno.
Chiudere i punti nascita con meno di 500 parti l’anno è una scelta tecnica: si tratta di garantire standard di sicurezza elevati per mamma e bambino. Ma quando questa scelta non viene accompagnata da misure compensative, il risultato è un deserto sanitario dove partorire diventa una corsa contro il tempo. A volte, contro la vita. L’ultimo caso emblematico è quello di una donna arrivata in condizioni critiche all’ospedale San Rocco, dove il punto nascita è stato chiuso. In assenza del reparto, il personale ha potuto solo stabilizzarla, poi accompagnarla con urgenza a Castel Volturno per partorire. Con lei, un’ostetrica del San Rocco, perché le competenze ci sono ancora, ma i reparti non più. Il paradosso è che, nonostante al San Rocco vi siano ancora figure professionali esperte in ostetricia – impiegate a supporto del Pronto Soccorso – non è consentito far nascere bambini lì. Nemmeno in emergenza. Le donne, anche in travaglio avanzato, vengono trasferite altrove. Una procedura che può mettere a rischio la vita della madre e del neonato. Se dovesse giungere una partoriente che non può essere trasportata altrove la fanno partorire ed immediatamente viene trasferita con il neonato al primo ospedale disponibile. “Non ci resta altro che piangere”. È il frutto di una gestione che ha visto il Governo introdurre criteri rigidi, in nome della sicurezza, senza però garantire alternative sicure nei territori svantaggiati. Una gestione che vede la Regione accodarsi alle scelte centrali senza battere i pugni sul tavolo. E una politica locale che – al di là delle dichiarazioni e delle lettere – resta ferma, incapace di incidere davvero.
Il risultato è un sistema che nega un diritto essenziale: quello di nascere in sicurezza, ovunque si viva. E intanto, nelle aree periferiche d’Italia, il parto torna a essere un rischio. Anche mortale.


