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Come si costruisce una comunità: a Pignataro centinaia di persone per dire basta agli impianti e ai roghi tossici

8 mesi fa

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Due ragazzi, in primo piano, aprono un affollato corteo. Reggono un grande striscione che raffigura due alberi: uno si staglia su un paesaggio rigoglioso, l’altro è avvolto da un denso fumo nero. L’albero di oggi e l’albero di domani, recita la scritta in corsivo.

È il 1995, un febbraio freddo, come lo erano gli inverni di un tempo. Un lungo corteo attraversa le strade di Pignataro Maggiore. La comunità manifesta contro l’insediamento del polo petrolchimico Q8. Al passaggio del corteo, qualcuno scatta una foto in bianco e nero.

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Da quella foto sono passati trent’anni. Tanti uomini e tante donne di Pignataro hanno attraversato, con i propri corpi e le proprie storie, altri cortei, altre battaglie: alcune vinte, altre perse. Negli anni, la lotta ambientalista si è intrecciata con il destino della comunità, diventandone la struttura identitaria. Qualcosa che ha a che fare con chi siamo e chi vogliamo diventare.

Ieri sera, centinaia di persone, provenienti da ogni parte della Campania, hanno raggiunto Pignataro Maggiore non solo per dire basta agli impianti, ma per immaginare un futuro possibile. Una lezione di democrazia e un laboratorio di cittadinanza attiva come non se ne vedevano da anni, nel cuore dell’Agro Caleno. Dopo decenni di malapolitica, gli elettori si riscoprono cittadini e il paese si riscopre una comunità.

Ma come si costruisce una comunità?

Riannodando i fili della propria storia, restituendo alla memoria collettiva le storie familiari e personali. L’assemblea è stata aperta dalla testimonianza viva e coraggiosa dei malati oncologici e dei familiari dei martiri di questo territorio. Perché quello che si decide nelle stanze di quelli che contano, brucia nella carne viva della comunità.

E allora, come si preserva una comunità?

Costruendo un sapere condiviso, collettivo, dal basso. Mettendo in rete la conoscenza. Da anni, al fianco della comunità, il dottor Antonio Marfella e il dottor Rivezzi hanno ribadito il nesso chiaro ed evidente tra l’insorgenza di alcune patologie tumorali e i fattori ambientali caratteristici della nostra zona.

E come si cambia la storia di una comunità?

Forse lo si fa raccontandosi con franchezza ciò che è, ciò che è stato. Mettendo a fuoco il contesto che ha generato il disastro: un intreccio di malapolitica, criminalità, camorra.

Sì, perché le cose si radicano solo dove c’è un terreno fertile pronto ad accoglierle, e le cose si cambiano solo a partire dal loro substrato, mettendo a fuoco le dinamiche latenti che le rendono possibili.

Quali sono i futuri possibili da immaginare per la nostra comunità?

Qui è necessario un atto di fiducia.

Dopo molti anni, per la prima volta, ieri è accaduto un fatto significativo: la comunità pignatarese ha restituito il merito a una generazione di militanti di aver visto ciò che molti non vedevano. Rifuggendo dal miope individualismo, hanno anteposto il bene della collettività a qualsiasi altro interesse, pagando un alto prezzo: anni di processi, di denunce, anni in cui il riverbero delle lotte collettive si è intrecciato alle storie personali.

Dai militanti storici arriva una strada per un futuro possibile.

Non si tratta più di bloccare la costruzione di questo o di quell’impianto. Adesso, il destino della comunità passa per il cambiamento della vocazione del territorio: una lotta radicale e globale, che promuova forme alternative di sviluppo, che rivendichi il diritto al lavoro, alla felicità, alla vita – non soltanto alla vita biologica, ma alla vita dignitosa.

Questo territorio, colonizzato, sfigurato, ridotto in macerie in nome del profitto, deve diventare un laboratorio di pratiche di cittadinanza attiva innovative e coraggiose. Solo così tutto il dolore che è stato, e che verrà, avrà avuto un senso. Forse.

E la politica? Che spazio c’è per la politica della costruzione di una comunità?

Per la politica come l’abbiamo conosciuta fino ad ora, nessuno.

Resterà a margine, come a margine dell’assemblea erano certi politici navigati della scena pignatarese. Gli stessi che hanno avallato col silenzio l’insediamento della Snam. Gli stessi che hanno avallato col silenzio, quattro anni fa, la rimozione dello striscione con scritto “Basta Impianti” dal terrazzo della scuola media.

Perché le amministrazioni vanno e vengono, le consiliature finiscono. Ma le storie delle comunità restano.

E ieri sera, a Monte, sono certa, è stata scattata un’altra foto.

Una foto che le generazioni che verranno, tra decenni, guarderanno, riconoscendosi. Ancora una volta.

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