Oggi: 03 Mag, 2026
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EUROPA – Prepararsi alle crisi non basta se si dimentica la pace

6 mesi fa
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Svegliatevi bambini – L’Europa che si prepara alle crisi dimenticando la pace

Svegliatevi, bambini, l’alba non canta più ma lampeggia. Non è una filastrocca del buongiorno, è una prova audio delle sirene.

Si comincia a parlare ovunque di dual use. Che cos’è. Potrebbe far venire in mente i trench reversibili di quando eravamo ragazzi, l’oggetto a doppio uso che divertiva per ingegno e leggerezza. Purtroppo, non è così.

È in questa atmosfera che si impone l’agenda della preparazione permanente. Nei documenti europei la democrazia viene chiamata bene comune e intanto si chiede di educare intere generazioni a vivere in modalità allarme. Resilienza trasformativa e lungimirante suona bene, ma quando scende a terra diventa alfabetizzazione mediatica in funzione anti manipolazione, esercitazioni periodiche, protocolli pubblico privato, autosufficienza domestica per settantadue ore, allerta digitale dentro il portafoglio d’identità. È un lessico che cambia il respiro della vita civile.

Non si tratta di negare i rischi. Si tratta di chiedere se un piano per la democrazia debba addestrare a convivere con la crisi invece di ridurne le cause. La preparazione entra nella scuola, forma i docenti, organizza cataloghi di formazione e piattaforme per gli insegnamenti tratti. È utile per memorizzare cosa ha funzionato. Resta aperta la domanda su che cosa vogliamo imparare davvero. Vogliamo diventare più veloci nella risposta o più esigenti nella prevenzione.

Il copione assegna un ruolo crescente alla cooperazione civile e militare. Si consolidano protocolli comuni, scorte condivise, stress test, coordinamenti con alleanze esterne. La logica della preparedness entra anche nei bandi di ricerca e sviluppo per l’innovazione delle imprese, orientando priorità, criteri di finanziamento e prove di resilienza delle tecnologie e delle filiere. Tutto appare razionale. Il rischio è la normalizzazione dell’eccezione. La società si abitua a misurare il benessere sulla continuità dei servizi essenziali durante lo shock, più che sul calo degli shock stessi.

C’è poi una questione di immaginario. Le parole contano. Se a forza di parlare di allerta, prove, scorte, sirene, finiamo per dimenticare bellezza, solidarietà, ponti di pace, il linguaggio stesso ci sposta. Diventiamo bravi a reggere gli urti e meno capaci di evitarli. È un prezzo culturale che non possiamo pagare a lungo.

La verità scomoda è che questo è un campanello d’allarme. Conoscendo la situazione mondiale, europea e italiana, siamo davanti a un cambio di paradigma che pochi avrebbero immaginato. Alle minacce ibride e geopolitiche si sommano i rischi ambientali dovuti ai cambiamenti climatici. Bombe d’acqua che travolgono territori impreparati, desertificazione che mangia suoli e lavoro, innalzamento dei mari che riscrive mappe e destini costieri, scioglimento irreversibile dei ghiacciai che prosciuga sorgenti e altera ecosistemi. Sono crisi sistemiche in cui l’agire umano ha una parte evidente. Ecco perché svegliatevi bambini non è solo un incipit emotivo, è un invito civile. Prepararsi senza ridurre le cause significa accettare che l’eccezione diventi normalità. Ridurre le cause significa riconnettere ogni politica economica, sociale e ambientale alla pace, alla giustizia climatica, alla tutela dei più fragili e dei beni comuni naturali.

Viviamo in un mondo in cui, mentre dormi, sai che da qualche parte in uno Stato vicino cadono missili su case, scuole, ospedali e abitazioni. In cui persone muoiono in attesa di essere chiamate per potersi curare dopo mesi se non anni. In cui i femminicidi sono oramai quotidiani e i morti sui luoghi di lavoro non si contano. È questo il tempo che respiriamo. Se la risposta pubblica si limita a preparare alla crisi, senza volerla disinnescare alla radice, allora la speranza si assottiglia e la democrazia arretra.

L’Europa può e deve proteggere le sue funzioni vitali. Ma la protezione non basta. Una democrazia che si definisce bene comune deve pronunciare con chiarezza la sua gerarchia di fini. Prima la pace, la giustizia sociale, la cura degli ultimi, la custodia del creato. Poi gli strumenti, i protocolli, i manuali operativi. Altrimenti la pedagogia dell’allarme sostituisce l’educazione alla speranza.

Serve una cultura dell’Europa che riconosca la verità semplice. Nessuno si salva da solo. Per questo è necessaria una cultura della fraternità e della sussidiarietà, non una cultura dello scontro e dell’alzare muri. Fraternità significa prendersi carico dei più fragili e considerare la sicurezza come bene condiviso. Sussidiarietà significa responsabilità dal basso verso l’alto, con istituzioni che sostengono comunità, città e territori senza sostituirsi a loro. Insieme formano un civismo europeo che cura i legami, riduce i divari, mette in comune conoscenze e risorse e orienta le decisioni verso il bene comune invece che verso la paura.

Leggere per credere

  • Relazione di previsione strategica 2025. Resilienza 2.0. Consentire all’UE di prosperare tra turbolenze e incertezze. COM 2025 484 final. Bruxelles, 9 settembre 2025
  • Strategia europea per l’Unione della preparazione. JOIN 2025 130 final. Bruxelles 2025
  • Strategia europea per l’Unione della preparazione. Allegato piano d’azione. JOIN 2025 130 final Allegato. Bruxelles 2025. Prevede l’autosufficienza della popolazione di almeno 72 ore
  • Scudo europeo per la democrazia. Documento di lavoro del Parlamento europeo EUDS. Bruxelles 2025
  • Safer Together. Strengthening Europe’s Civilian and Military Preparedness and Readiness. Rapporto Niinistö. 2024
  • Un’Europa più semplice e più rapida. Comunicazione sull’attuazione e la semplificazione. COM 2025 47. Bruxelles 2025
  • Avanti insieme. Un’Unione più coraggiosa, più semplice e più rapida. Programma di lavoro della Commissione 2025. COM 2025 45 e Allegati. Bruxelles 2025

Un esempio concreto è la preparazione all’autosufficienza per almeno settantadue ore della popolazione in caso di interruzioni di energia, acqua, comunicazioni e approvvigionamenti, misura prevista nell’Allegato piano d’azione della Strategia europea per l’Unione della preparazione JOIN 2025 130.

Quando la cittadinanza è chiamata a essere pronta, informata, reattiva, autosufficiente, la politica ha il dovere di essere all’altezza in un altro modo. Deve ridurre le disuguaglianze che amplificano i danni, riaccendere la fiducia che rende credibili le istituzioni, ricucire conflitti prima che diventino emergenze. Prepararsi senza questa bussola rischia di trasformare il bene comune in un perimetro da presidiare e non in un orizzonte da costruire.

Per questo servono istituzioni della pace e non soltanto della risposta e addirittura dell’attacco preventivo. L’Europa istituisca una direzione per la pace presso il Consiglio con mandato permanente su prevenzione, mediazione e riconciliazione e gli Stati membri istituiscano Ministeri della Pace con responsabilità operative, bilanci dedicati e indicatori pubblici. Non nuovi nomi per vecchi ministeri, ma strutture che riducano le disuguaglianze che alimentano i conflitti, proteggano lo spazio civico, attivino corridoi umanitari, sostengano scuole e città nella costruzione di legami. Una scelta chiara. più Ministeri della Pace, non Ministeri della Guerra.

Pace non significa ingenuità. Significa criteri verificabili. Ogni legge, ogni grande programma, ogni investimento dovrebbe passare un controllo di impatto sulla pace che chieda quanto riduce le disuguaglianze, quanto rafforza la fiducia, quanto previene la violenza. La preparazione che resta senza questi criteri diventa muscolo senza cuore. Con questi criteri diventa infrastruttura del bene comune. Le scuole possono insegnare la gestione del rischio e insieme la cultura della nonviolenza, la cura delle parole, la responsabilità nell’informazione. Le città possono gemellarsi per scambi di lavoro, ricerca e tutela del creato, costruendo legami che resistono più delle paure del momento. La società civile può animare corpi civili di pace che agiscono dove l’odio prova a radicarsi.

Non dovremmo parlare di guerra come non dovremmo parlare di tregue o di pace come eccezione. Dovremmo lavorare per un mondo in cui democrazia, libertà e diritti umani siano il normale. La normalità che educa al rispetto e non alla paura, che rende superflue le sirene perché nessuno ha interesse ad accenderle, che mette al centro la dignità delle persone e il limite della natura. Questa è la misura del successo delle politiche pubbliche. Quando la tutela dei diritti e la libertà effettiva di ciascuno diventano abitudine quotidiana, allora la pace non va annunciata, semplicemente si vive.

Solo allora si può parlare davvero di benessere e di bene comune. Benessere come qualità diffusa della vita che unisce lavoro dignitoso, salute accessibile, scuola inclusiva, ambiente sano, relazioni di fiducia. Bene comune come orizzonte che orienta ogni decisione pubblica e privata verso ciò che giova a tutti e non solo a pochi. Se democrazia, libertà e diritti sono la normalità, il benessere smette di essere un indice da misurare e torna a essere una condizione da abitare insieme.

Un mondo in cui si sappia che stiamo facendo il massimo per la tutela dell’ambiente e degli ecosistemi, dove ogni scelta pubblica e privata tenga conto dell’impatto sulle generazioni che verranno. Questo significa pensare davvero al futuro, non riempirlo di slogan. Tutto il resto sono chiacchiere e parole al volo. Solo così il bene comune diventa reale, misurabile nella cura del pianeta e nella dignità della vita. Quando la politica si assume questa responsabilità, allora sì che si può parlare di pace, di benessere e di futuro condiviso.

Mi vorrei svegliare come se avessi fatto un brutto sogno, ma poi ti accorgi che le sirene, in alcuni Paesi, già stanno suonando.

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