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terremoto irpinia
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SESSA AURUNCA- Il ricordo di tre amici sul Ponte Aurunco il 23 novembre 1980: “terremoto in Irpinia”

5 mesi fa
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Erano le 19 e 34 del 23 novembre 1980 quando una Fiat 500 blu, con a bordo tre persone, percorreva l’inizio del Ponte Aurunco. L’aria era umida, il cielo già scuro, e la piccola utilitaria affrontava la curva come ogni altra sera. Ma qualcosa, improvvisamente, cambiò. La vettura divenne inguidabile, quasi sfuggisse alle mani del guidatore. In una frazione di secondo cominciò a sbandare, trascinata verso la balaustra del ponte, allora fatta di cemento-amianto. Un respiro trattenuto, un colpo al cuore, e poi il silenzio di quei momenti in cui la vita sembra appesa a un filo. I tre occupanti reagirono con rimbrotti, rimproveri, qualche imprecazione: “Ma che fai?! Non stai attento?” Forse i freni, forse una barra della ruota… o forse qualcos’altro che nessuno poteva immaginare. L’unica certezza era che erano stati a un passo da un grave incidente. Dovevano arrivare alla stazione ferroviaria: uno di loro doveva prendere il treno per il nord, per rientrare in caserma, impegnato nel servizio militare. Ma quando giunsero, trovarono una quindicina di persone confuse, incredule, che parlavano tra loro cercando spiegazioni. Eppure nessuno sapeva dire cosa fosse davvero accaduto. Non esistevano i telefonini, non esisteva Facebook, nessuna notizia immediata. Solo voci, ipotesi e un’inquietudine crescente. Risalirono in macchina e, lentamente, iniziarono a tornare verso le Toraglie. Man mano che percorrevano la strada del ritorno, comparivano persone fuori dalle case: prima una, poi cinque, poi dieci… e arrivando a Sessa videro tutta la popolazione in strada. Era chiaro che era successo qualcosa di enorme, ma nessuno riusciva a capire esattamente cosa. Quando finalmente giunsero a casa, la verità fu chiara: un cataclisma aveva colpito Avellino e le province vicine. Era il terremoto dell’Irpinia. La paura fu tale che si dormì in macchina per dieci giorni, sempre pronti a fuggire a ogni minimo tremolio. Quel 23 novembre sarebbe diventato una delle pagine più nere della storia d’Italia. Il soldato, partito in ritardo il giorno dopo, riuscì a raggiungere la caserma. I due compagni rimasti, invece, si mobilitarono subito per aiutare: raccolsero denaro per comprare acqua e beni di prima necessità per i sopravvissuti. Dopo qualche giorno un gruppo di amici, partì con un camion carico di aiuti. Il mezzo si ruppe a Napoli, ma non si fermarono: grazie al permesso della Prefettura di Caserta proseguirono fino al comune di Santomenna, allora definito il comune più piccolo d’Italia, devastato dal sisma. Sulla strada di accesso al paese, sotto una pioggia incessante, s’intravedevano cumuli di bare, sparse ovunque, testimonianza muta di una tragedia immensa. Il sindaco, unico riferimento istituzionale rimasto, aveva allestito un ufficio di fortuna: nel bagagliaio dell’auto aveva qualche timbro, poche carte recuperate tra le macerie. Era ciò che restava dell’amministrazione comunale. Sono passati 45 anni, ma quell’immagine, quel viaggio, quelle voci e quel silenzio continuano a vivere nella memoria. Il ricordo di quella sera, iniziata come tante altre e trasformata in una ferita profonda nella storia dell’Italia.

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