
di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano
C’è un settore dell’economia europea che sfugge alle semplificazioni, non appare nei listini di borsa e raramente conquista le prime pagine. Eppure sostiene milioni di famiglie, tiene insieme territori fragili e produce un impatto economico che molti analisti tradizionali continuano a sottovalutare. È il Terzo Settore, protagonista silenzioso ma sempre più decisivo di un’Europa che invecchia, che fatica a garantire servizi essenziali e che si trova a dover ridisegnare il proprio modello di welfare.
A dirlo con chiarezza è il rapporto congiunto OCSE–Commissione Europea “Social Economy in Europe”, un documento mastodontico che mette in fila dati difficili da ignorare. L’economia sociale europea – che comprende associazioni, fondazioni, cooperative, mutue e imprese sociali – conta 4,3 milioni di organizzazioni e 11,5 milioni di lavoratori, pari al 6,3% dell’occupazione dell’Unione. Altro che nicchia: qui parliamo di un’infrastruttura economica e sociale su cui si regge buona parte della vita quotidiana.

Il cuore della crisi europea: cura e abitare
Il rapporto punta i riflettori su due problemi diventati il banco di prova della tenuta dei sistemi sociali: la cura e l’abitare.
La cura: una domanda che esplode
L’Europa invecchia, e lo fa in fretta. Già oggi un europeo su tre ha responsabilità di cura, formali o informali. Nel frattempo, i sistemi pubblici arrancano nel tenere il passo, con liste d’attesa che si allungano e servizi domiciliari spesso insufficienti.
In questo vuoto si inserisce il Terzo Settore, che in molti Paesi copre quote impressionanti di assistenza: nei servizi residenziali non-profit si arriva in alcuni casi al 98% degli occupati. Stiamo parlando di milioni di persone che, ogni giorno, garantiscono sostegno ad anziani, disabili, famiglie monoparentali. L’Europa sociale si regge qui, nelle reti di prossimità animate da organizzazioni spesso sconosciute al grande pubblico.
La casa: l’emergenza che nessuno può più ignorare
Il rapporto registra un dato che dovrebbe far tremare le capitali europee: il 51% dei residenti nelle città ritiene che l’alloggio accessibile sia il principale problema sociale.
La crisi abitativa non riguarda solo i più fragili, ma anche giovani, lavoratori e famiglie a reddito medio.
Il Terzo Settore interviene con modelli che vanno ben oltre l’affitto calmierato: cooperative abitative, progetti di abitare intergenerazionale, rigenerazione urbana, Community Land Trust. E soprattutto numeri che impressionano: nei Paesi Bassi quasi un terzo dell’intero stock abitativo è gestito da enti dell’economia sociale; in Austria il 25%, in Svezia il 24%, in Polonia il 16%, in Repubblica Ceca il 12%. In molti casi sono proprio queste organizzazioni a garantire case dignitose, reinvestendo gli utili nella manutenzione e nei servizi di comunità.
Perché il mondo delle imprese dovrebbe interessarsene
Ciò che colpisce del rapporto OCSE–UE è la sua lettura economica: non si limita a descrivere un settore solidale o ideale, ma dimostra che senza il Terzo Settore anche il sistema produttivo perde competitività.
Quando i servizi di cura sono insufficienti e gli alloggi inaccessibili, accade l’inevitabile: diminuisce la partecipazione femminile al lavoro, aumenta l’assenteismo, si riduce la mobilità dei lavoratori e le imprese faticano a trovare personale. In altre parole, la competitività non si misura più solo in termini industriali, ma anche sulla capacità di un territorio di garantire i servizi essenziali. E oggi, sempre più spesso, questi servizi sono erogati dal Terzo Settore.
FOCUS ITALIA – Il motore silenzioso del welfare europeo
Se c’è un Paese che incarna in modo emblematico ciò che il rapporto OCSE–UE descrive, questo Paese è l’Italia. Lungi dall’essere un caso marginale, l’Italia viene citata come uno dei sistemi più avanzati nel costruire infrastrutture sociali basate sull’economia sociale e sulla cooperazione.
Il documento dedica all’Italia un box dal titolo eloquente: “Social co-operatives as pioneers of care services (Italy)”. Qui si ricorda come le cooperative sociali italiane siano nate negli anni Sessanta e Settanta, anticipando modelli che l’Europa sta scoprendo solo ora: domiciliarità, servizi educativi integrati, assistenza territoriale, inclusione lavorativa.
Oggi il dato più impressionante è questo: il 79% dell’occupazione nei servizi residenziali e sociali italiani è generata da cooperative sociali.
Un valore senza paragoni in Europa.
Questo significa che il welfare italiano è sostenuto, in larga parte, da reti comunitarie strutturate, capaci di supplire alle carenze del settore pubblico e di integrare in modo innovativo i servizi territoriali.
Ma proprio qui emerge il rovescio della medaglia: il protagonismo del Terzo Settore non è solo un segno di forza, è anche il sintomo di uno Stato che ha progressivamente arretrato. Quando quasi otto lavoratori su dieci della cura appartengono a organizzazioni non-profit, è evidente che le istituzioni pubbliche non riescono più a garantire da sole il funzionamento del sistema.
Quando il Terzo Settore fa da scudo, lo Stato resta scoperto
Gli indicatori parlano chiaro. Le liste d’attesa aumentano, il personale pubblico diminuisce, i budget sociali sono spesso insufficienti, e l’invecchiamento della popolazione continua a crescere a un ritmo che la programmazione pubblica non riesce a seguire.
In questo scenario, il Terzo Settore è diventato il primo presidio, il più vicino alle persone e il più capace di intercettare bisogni immediati. È una grande storia di resilienza, certo, ma è anche una storia che rivela un vuoto: quello di uno Stato che, per ragioni storiche, economiche e politiche, ha lasciato sempre più spazio alle reti civiche e comunitarie.
Un attore stabilmente istituzionale, ma ancora senza un quadro all’altezza
Il rapporto OCSE ricorda che undici Stati membri hanno già una legge completa sull’economia sociale, e altri sette possiedono quadri giuridici avanzati. L’Italia è tra questi. Ma la presenza di norme non basta se non è accompagnata da investimenti strutturali e politiche stabili.
Il rischio, oggi, è che il Terzo Settore sia considerato fondamentale senza essere trattato come tale.
Le sue organizzazioni garantiscono servizi essenziali, ma non sempre godono di riconoscimento, risorse e tutele adeguate.
Conclusione: un settore centrale che ha bisogno di regole chiare e investimenti stabili
Se questo è il quadro, allora l’Europa – e l’Italia in particolare – non possono più limitarsi a celebrare il Terzo Settore come una risorsa preziosa. Perché ciò che permette al welfare di reggere non può poggiare sulle sole spalle di organizzazioni che operano in condizioni spesso precarie.
Se davvero il Terzo Settore è destinato a essere uno dei pilastri del modello sociale europeo, deve esserlo per tutti, non solo nei territori più forti o più organizzati. Servono politiche chiare, stabili, coordinate. Servono investimenti strutturali, non misure sporadiche. Serve un’attenzione istituzionale capace di riconoscere il valore economico e sociale delle organizzazioni che garantiscono la cura e i servizi fondamentali.
E serve, soprattutto, un cambio di paradigma nel riconoscimento del lavoro: i lavoratori del Terzo Settore devono avere pari dignità, tutele e retribuzioni confrontabili con quelle degli operatori delle amministrazioni pubbliche. Non è solo una questione di giustizia sociale, ma di qualità dei servizi e di sostenibilità del sistema.
Il futuro del welfare europeo dipenderà dalla capacità di costruire una partnership reale tra Stato, comunità e organizzazioni sociali. Se l’Europa vuole affrontare l’invecchiamento, la crisi abitativa e le nuove fragilità, deve scegliere il Terzo Settore, sostenerlo e considerarlo per ciò che già è: una infrastruttura pubblica essenziale, il cuore invisibile del welfare di domani.


