
di Oliviero Casale*
Il 16 gennaio 2026 segna una data destinata a entrare nella storia del diritto internazionale e della tutela ambientale globale: entra ufficialmente in vigore il Trattato delle Nazioni Unite sull’alto mare, noto come Agreement on the Conservation and Sustainable Use of Marine Biological Diversity of Areas Beyond National Jurisdiction (Biodiversity Beyond National Jurisdiction – BBNJ).
Un passaggio che cambia profondamente il modo in cui l’umanità guarda agli oceani e che impone una domanda fondamentale: di chi è il mare?

La risposta che emerge dal nuovo quadro giuridico internazionale è chiara e, per molti aspetti, dirompente: l’alto mare non è una terra di conquista, né uno spazio senza regole, ma un patrimonio comune dell’umanità, da proteggere e gestire nell’interesse di tutti. È una svolta culturale prima ancora che normativa, perché incrina l’idea — rimasta dominante per decenni — di un oceano come spazio residuale, disponibile allo sfruttamento di chi possiede mezzi tecnologici ed economici sufficienti.
Gli oceani coprono oltre due terzi della superficie del pianeta, regolano il clima, assorbono una quota rilevante del calore in eccesso prodotto dalle attività umane, contribuiscono alla produzione di ossigeno e rendono possibile la vita sulla Terra così come la conosciamo. Eppure, proprio perché collocato oltre i confini statali, l’alto mare è rimasto a lungo un vuoto normativo, esposto alla pesca eccessiva, all’inquinamento, alla distruzione degli habitat e a una perdita di biodiversità sempre più accelerata.
Il Trattato ONU nasce per colmare questo vuoto e per affermare un principio tanto semplice quanto radicale: ciò che non appartiene a nessuno appartiene a tutti, e proprio per questo richiede regole comuni e responsabilità condivise.
Un trattato che nasce da un lungo negoziato globale
Il Trattato ONU sull’alto mare non è il frutto di una decisione improvvisa, ma l’esito di oltre un decennio di lavoro diplomatico e di più di cinque anni di negoziati formali condotti in seno alle Nazioni Unite. Il testo definitivo dell’Accordo è stato adottato il 19 giugno 2023 a New York, al termine della quinta sessione della Conferenza intergovernativa sulla biodiversità marina delle aree oltre la giurisdizione nazionale.
L’intesa politica sul contenuto del Trattato era stata raggiunta già il 3 marzo 2023, ma l’adozione formale venne rinviata per consentire una revisione tecnico-editoriale del testo e la sua traduzione nelle sei lingue ufficiali dell’ONU. L’Accordo è stato aperto alla firma il 20 settembre 2023 e resterà tale fino al 20 settembre 2025; ad oggi è stato sottoscritto da 91 Stati.
L’obiettivo del Trattato è regolamentare l’utilizzo e la gestione delle aree marine oltre la giurisdizione nazionale (Areas Beyond National Jurisdiction – ABNJ), ossia quelle porzioni di oceano sottratte al controllo dei singoli Stati e che costituiscono il cosiddetto alto mare, secondo la definizione della Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS).
Si tratta di spazi immensi: circa due terzi degli oceani del pianeta e circa il 95% del loro volume. Proprio perché “di nessuno”, sono stati a lungo lo spazio più vulnerabile allo sfruttamento incontrollato. Il Trattato BBNJ nasce per colmare questo vuoto e si inserisce in un impegno globale più ampio: contribuire a garantire, entro il 2030, la protezione effettiva di almeno il 30% delle terre e delle acque del pianeta.
Questo obiettivo è stato definito e politicamente assunto con il Kunming–Montreal Global Biodiversity Framework, adottato alla COP15 della Convenzione ONU sulla biodiversità. In quel documento gli Stati riconoscono che la perdita di biodiversità, inclusa quella marina, rappresenta una minaccia sistemica e si impegnano a conservare e gestire in modo efficace almeno il 30% degli ecosistemi terrestri e marini entro il 2030. Il Trattato sull’alto mare rappresenta dunque uno degli strumenti giuridici essenziali per rendere operativi quegli impegni politici.
Non a caso, il Segretario generale dell’ONU António Guterres ha parlato apertamente di una vera e propria “Ocean Emergency”.
Di quale “mare” parla il Trattato ONU
Quando si parla di Trattato ONU “sul mare”, è necessario essere precisi. Il BBNJ non riguarda un mare specifico, né una particolare area geografica, ma tutte le aree marine oltre la giurisdizione nazionale: l’alto mare e i fondali marini internazionali.
Secondo le Nazioni Unite, l’IUCN e i principali programmi internazionali coordinati da FAO e UNEP, queste aree rappresentano oltre il 60% della superficie degli oceani e la quasi totalità del loro volume. Proprio perché nessuno Stato ne ha la responsabilità esclusiva, le ABNJ sono state a lungo governate da un mosaico frammentato di regole settoriali.
Il Trattato interviene esattamente qui: non ridisegna confini, non attribuisce sovranità, ma introduce regole comuni là dove mancavano, rafforzando la cooperazione internazionale e il principio di responsabilità condivisa.
Il mare come bene comune globale (e come fonte di cibo)
Nel testo del Trattato questo cambio di paradigma è espresso in modo giuridicamente esplicito. Tra i principi generali figura, infatti, il riferimento al principio del “patrimonio comune dell’umanità” (common heritage of humankind). È su questa base che l’alto mare viene sottratto alla logica della competizione e ricondotto a una dimensione di interesse collettivo globale.
Ma il mare non è solo biodiversità astratta. Le aree oltre la giurisdizione nazionale contribuiscono in modo diretto alla sicurezza alimentare globale. Tra il 4,2% e il 12% della pesca mondiale proviene dall’alto mare; il pesce rappresenta una fonte primaria di proteine per circa il 17% della popolazione mondiale, percentuale che sale a quasi il 25% nei Paesi a basso reddito.
Un documento FAO presentato nel 2023 alla Western Central Atlantic Fishery Commission (WECAFC) sottolinea che l’attuazione del Trattato BBNJ avrà inevitabili implicazioni anche per il settore della pesca, in particolare attraverso strumenti come le aree marine protette e le valutazioni di impatto ambientale. Lo stesso documento richiama il principio del “not undermining”: il Trattato dovrà essere attuato in cooperazione con le organizzazioni regionali di gestione della pesca, evitando sovrapposizioni e rafforzando le sinergie.
La tutela dell’alto mare non è quindi pensata contro le attività umane, ma per renderle compatibili con la sopravvivenza degli ecosistemi da cui dipendono.
Il ruolo dell’Unione europea
L’Unione europea ha svolto un ruolo centrale e riconosciuto nel percorso che ha portato all’adozione e all’entrata in vigore del Trattato BBNJ. Fin dalle prime fasi negoziali, l’UE e i suoi Stati membri hanno promosso un approccio fondato sulla scienza, sul principio di precauzione e sulla necessità di una governance globale degli oceani, guidando la High Ambition Coalition, una coalizione di oltre quaranta Paesi.
Con l’entrata in vigore del Trattato, l’UE ha avviato il processo per tradurre gli impegni ONU in norme giuridicamente vincolanti all’interno dell’ordinamento europeo. Questo percorso si è concretizzato in:
- una proposta legislativa della Commissione europea per l’attuazione del BBNJ;
- la definizione della posizione dell’UE negli organismi istituiti dal Trattato;
- il pieno coinvolgimento del Parlamento europeo nel controllo democratico di questo processo.
Nei testi normativi europei l’espressione bene comune globale non compare sempre in modo esplicito, ma il concetto è presente in modo sostanziale: nella costruzione di una governance globale degli oceani, nel richiamo all’interesse dell’umanità nel suo insieme, nella condivisione equa dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine e nel sostegno ai Paesi in via di sviluppo attraverso capacity building e trasferimento tecnologico.
È significativo che proprio nel dibattito parlamentare europeo questo passaggio venga formulato in modo diretto: in un report preparatorio si legge che “l’oceano è un bene comune globale dell’umanità” (global common of humanity).
Il voto a Strasburgo e il caso italiano
Nella seduta plenaria del Parlamento europeo del 18 dicembre 2025, il voto sull’attuazione del Trattato ONU sull’alto mare ha registrato una larga maggioranza favorevole.
Tra gli eurodeputati italiani, il sostegno al testo si è concentrato soprattutto nelle forze progressiste ed europeiste, mentre le posizioni contrarie si sono collocate prevalentemente nei gruppi conservatori e sovranisti. Alcuni esponenti dell’area moderata hanno scelto l’astensione.
Hanno votato a favore
Partito Democratico
Alessandra Annunziata, Stefano Bonaccini, Paolo Corrado, Antonio Costanzo, Giorgio Gori, Elisabetta Gualmini, Camilla Laureti, Alessandra Moretti, Pina Picierno, Matteo Ricci, Sandro Ruotolo, Delara Sargiacomo, Andreas Schieder, Cecilia Strada, Marco Tarquinio, Irene Tinagli, Alessandro Zan, Nicola Zingaretti.
Movimento 5 Stelle
Ignazio Corrao, Mario Furore, Laura Morace, Giuseppina Palmisano, Gaetano Pedullà, Ilaria Salis, Valentina Tamburrano, Pasquale Tridico.
Alleanza Verdi e Sinistra
Eleonora Evi, Andrea Orlando, Benedetta Scuderi.
Area PPE
Herbert Dorfmann, Cristian Ripa.
Hanno votato contro
Fratelli d’Italia
Carlo Fidanza, Nicola Procaccini, Sergio Berlato, Elena Donazzan, Francesco Torselli, Carlo Ciccioli, Marco Squarta, Cinzia Magoni, Paolo Inselvini, Massimo Milazzo, Giuseppina Nesci, Massimiliano Picaro, Raffaele Razza, Matteo Ventola.
Lega
Paolo Borchia, Susanna Ceccardi, Anna Maria Cisint, Silvia Sardone, Isabella Tovaglieri, Roberto Vannacci, Angelo Ciocca.
Si sono astenuti
Forza Italia / PPE
Fulvio Martusciello, Salvatore De Meo, Letizia Moratti, Giuseppe Princi, Massimiliano Salini, Caterina Morano.
Nel loro insieme, le posizioni espresse nel voto riflettono approcci differenti alla governance degli oceani: da un lato, l’orientamento favorevole a un rafforzamento della cooperazione multilaterale e di regole condivise per la tutela dell’alto mare; dall’altro, un approccio più cauto, attento alla salvaguardia dei margini di autonomia nazionale e alle possibili implicazioni economiche dei nuovi strumenti internazionali.
Il mare, la Terra e la “casa comune”
A dare ulteriore spessore a questa visione non è solo il diritto internazionale, ma anche una riflessione etica che ha inciso profondamente nel dibattito globale contemporaneo. Nell’enciclica Laudato si’, Papa Francesco richiama con forza la responsabilità dell’umanità nella cura della “casa comune”, un’espressione che include l’intero sistema terrestre e, in modo esplicito, anche gli oceani.
Nel testo dell’enciclica, il Papa affronta più volte il tema degli ambienti marini. Egli richiama il prelievo incontrollato delle risorse ittiche e la drastica riduzione di alcune specie, denunciando una gestione che ignora i limiti degli ecosistemi e mette a rischio la loro capacità di rigenerazione. Descrive inoltre il declino delle barriere coralline, collegandolo all’inquinamento, all’uso di metodi distruttivi di pesca e all’aumento della temperatura degli oceani, fenomeni che compromettono uno degli habitat più ricchi di biodiversità del pianeta. In un altro passaggio, lega l’aumento della concentrazione di CO₂ all’acidificazione degli oceani, sottolineando i rischi che questo processo comporta per la catena alimentare marina e per le comunità che dipendono dal mare.
Ma la riflessione di Laudato si’ va oltre la descrizione dei fenomeni ambientali. Papa Francesco afferma che la Terra — e tutto ciò che la rende vivibile, quindi anche il mare — è “essenzialmente una eredità comune”, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti. Il bene comune è inseparabile dalla giustizia intergenerazionale: non possiamo rivendicare diritti sul pianeta ignorando quelli delle generazioni future. In questa prospettiva, la tutela degli oceani diventa una questione non solo ambientale, ma profondamente politica ed etica, che chiama in causa modelli di sviluppo, rapporti di potere e responsabilità collettive.
In questo senso, Laudato si’ fornisce una cornice valoriale che dialoga direttamente con il principio del patrimonio comune dell’umanità affermato dal Trattato ONU sull’alto mare, rafforzandone il significato culturale e morale.
Dal mare nostrum al mare dell’umanità
Il Trattato ONU sull’alto mare non è perfetto e potrà essere migliorato nel tempo, ma rappresenta un passaggio storico. Il mare non è più una frontiera senza legge, ma uno spazio riconosciuto come patrimonio comune dell’umanità.
In questo quadro, l’espressione “mare nostrum” ha senso solo se profondamente ripensata. Il mare è “nostro” solo quando lo proteggiamo, quando lo riconosciamo come bene comune, nell’interesse di tutti e nel rispetto dei limiti ecologici del pianeta.
L’Italia, Paese profondamente legato al mare per storia, geografia e cultura, è chiamata a scegliere quale significato dare a quelle parole. Perché non può esistere un vero “mare nostrum” se non lo si riconosce, prima di tutto, come un bene comune da tutelare e salvaguardare nell’interesse di tutti, senza che interessi particolari possano sovraccaricare o compromettere la tutela del bene comune, oggi e per le future generazioni.
Bibliografia
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World Economic Forum. Governing Marine Biodiversity beyond National Jurisdiction. World Economic Forum, 2024.
Francis. Laudato si’: On Care for Our Common Home. Libreria Editrice Vaticana, 2015.
Autore:
* Oliviero Casale, di Lauro, frazione di Sessa Aurunca, componente del Gruppo Valle del Garigliano.


