di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano
Nel mio precedente articolo ho definito l’originanza come il legame durevole con il luogo d’origine che permane anche dopo essersene allontanati e che si esprime nella capacità di generare valore sia nel luogo in cui si vive sia in quello d’origine. Ma se l’originanza è questo, allora occorre chiedersi in che modo essa agisca davvero nella vita di chi la vive, come entri nel modo di guardare il mondo, di abitare il presente e di costruire valore senza recidere il filo con ciò da cui si proviene.
Quando l’origine non si riduce a nostalgia o rimpianto, infatti, non resta immobile nel fondo della memoria, ma continua a operare nel modo in cui si sente il tempo, si riconosce ciò che conta e si interpreta la realtà. È qui che il discorso sull’originanza si approfondisce, perché smette di essere soltanto una riflessione sulla distanza e diventa una riflessione sulla doppia appartenenza, cioè su quella condizione per cui si vive in un luogo senza cessare davvero di essere anche dell’altro.

Chi abita lontano dal proprio luogo d’origine difficilmente appartiene a un solo spazio in modo semplice e lineare. La vita si svolge altrove, dentro una terra nuova di cui si assumono i ritmi, le regole, le opportunità e i legami concreti, e tuttavia la realtà continua a essere letta anche attraverso ciò da cui si proviene. Non si abita più quel luogo in senso fisico, eppure lo si continua ad abitare interiormente; allo stesso tempo, quel luogo continua in qualche modo ad abitare noi. Per questo non si è semplicemente tra due luoghi, ma si vive più profondamente con due luoghi dentro.
È qui che prende forma quella che ho chiamato ambidestria interiore, non tanto come immagine suggestiva, quanto come postura concreta del sentire e del pensare. Da un lato c’è la vita quotidiana nel luogo in cui si vive, fatta di lavoro, relazioni, responsabilità e prove reali; dall’altro continua a pulsare una trama più nascosta ma tenace, composta dai ricordi dell’infanzia, dalle voci ascoltate da piccoli, dai nomi dialettali delle cose, dai ritmi delle feste, dai lutti condivisi, dai silenzi delle case e delle strade da cui si proviene. Non è soltanto questione di ricordare, perché qui la memoria non si limita a custodire il passato, ma continua a offrire una soglia da cui guardare il presente.
Se però ci si fermasse a questo livello, l’originanza rischierebbe di essere letta soltanto come una condizione emotiva. In realtà la doppia appartenenza può produrre qualcosa di più esigente, perché il legame con la propria origine, quando non si lascia consumare dal rimpianto, sviluppa spesso il desiderio di fare bene nei luoghi che si abitano. Non si tratta soltanto di riuscire per sé, ma di avvertire che ciò che si costruisce nel presente non è mai del tutto separabile da ciò che ci ha generati, e che dunque la qualità del nostro agire può diventare anche una forma di fedeltà a quella provenienza.
È forse proprio qui che l’originanza rivela il suo tratto più maturo, perché smette di coincidere con il solo permanere interiore dell’origine e comincia a mostrarsi come una forza che orienta il modo di stare nel mondo. Ciò da cui si proviene non è più soltanto ciò che manca o ciò che si ricorda, ma diventa una radice attiva, una fedeltà che non trattiene ma apre, che non chiude nel rimpianto ma spinge a costruire. In questo senso l’originanza può essere letta come una forma di generatività, vale a dire come la capacità di trasformare il legame con la propria provenienza in azioni, relazioni, opere e responsabilità capaci di produrre valore. E quando questa spinta non si ripiega nell’interesse individuale ma si apre agli altri, allora essa si orienta naturalmente verso il bene comune.
Si potrebbe allora dire che l’originanza è generativa quando trasforma il legame con l’origine nella capacità di produrre bene comune nei luoghi che si abitano e di generare, per riflesso, valore anche per quelli da cui si proviene. Presa sul serio, questa idea cambia il significato stesso della distanza, dal momento che vivere altrove non vuol dire più soltanto sopportare una separazione o custodire un ricordo, ma anche lasciare che ciò da cui si viene continui a parlare attraverso ciò che si costruisce.
A questo punto si può nominare anche la figura che vive questa condizione:
originanziano s. m. / originanziana s. f. [neologismo]
Persona che vive l’originanza: mantiene un legame durevole con il luogo d’origine anche dopo essersene allontanata e lo traduce nella capacità di generare valore sia nel luogo in cui vive sia in quello d’origine.
(Neologismo coniato da Oliviero Casale)
In questa luce, la persona che vive l’originanza non è soltanto colui o colei che porta dentro di sé la propria origine, ma anche chi cerca di non tradirla nel modo in cui vive altrove, sapendo che il lavoro ben fatto, la serietà, la capacità di costruire relazioni, di creare cultura, di generare comunità e di lasciare un segno positivo nei luoghi abitati possono diventare forme indirette ma reali di fedeltà all’origine. Quando la propria riuscita non si riduce all’affermazione individuale, essa può trasformarsi in testimonianza di un’appartenenza che continua a generare senso.
Non si tratta soltanto di un’ipotesi teorica. La storia delle migrazioni mostra più volte che il legame con il luogo lasciato può diventare una forza concreta di generazione di valore. Nel caso italiano, per esempio, le rimesse non hanno sostenuto soltanto le famiglie rimaste nei paesi, ma sono state reinvestite anche in case, proprietà e interventi che hanno cambiato il volto di molti centri di provenienza. Ancora più chiaro è il caso delle associazioni formate da persone provenienti dalla stessa città o dalla stessa regione, realtà che nascono nei luoghi nuovi e lì costruiscono reti di mutuo aiuto, partecipazione e integrazione, ma che nello stesso tempo raccolgono risorse e promuovono progetti per il luogo d’origine. In diversi casi questi progetti hanno riguardato opere molto concrete, e qui si vede bene il doppio movimento dell’originanza, perché il legame con la terra lasciata produce bene comune nella terra abitata e insieme genera un ritorno positivo verso quella di provenienza.
Anche le cosiddette social remittances aiutano a comprendere meglio questo passaggio, perché non si tratta soltanto di denaro inviato indietro, ma di idee, capacità organizzative, pratiche civiche, sensibilità nuove e forme di partecipazione apprese altrove e poi rimesse in circolo anche nei luoghi da cui si proviene. In questi casi ciò che si costruisce nella nuova terra non torna alla vecchia come rimpianto, ma come possibilità concreta, competenza condivisa, energia trasformativa.
A questo livello la doppia appartenenza mostra il suo volto più maturo, non come divisione sterile tra due mondi, ma come possibilità di abitare il presente senza recidere il legame con ciò che ci ha formati, non come nostalgia chiusa nel rimpianto, ma come energia morale e capacità di trasformare la distanza in valore. L’origine, allora, non è soltanto ciò che manca, ma ciò che orienta.
Se il primo tratto dell’originanza consiste nel custodire interiormente la propria provenienza, il suo tratto più maturo è forse un altro, cioè trasformare quell’origine in una forza generativa, non soltanto continuando a venire da un luogo, ma lasciando che quel luogo parli ancora attraverso ciò che si costruisce altrove. Tra le figure che rendono più visibile questo passaggio vi sono certamente ricercatori, studiosi e professionisti che, dopo essersi formati nei luoghi d’origine, hanno vissuto altrove contribuendo con il proprio sapere e il proprio lavoro ai contesti nei quali si sono inseriti, ma anche persone comuni, che senza particolare visibilità hanno continuato a portare dentro la propria provenienza e a trasformarla in serietà, impegno, capacità di costruire relazioni, cura dei luoghi e attenzione agli altri. In tutti questi casi si vede che l’originanza non coincide con il semplice ricordo del luogo lasciato, ma con la possibilità di farne una radice attiva, capace di accompagnare la vita e di generare valore tanto dove si vive quanto, per riflesso, dove tutto è cominciato.
Originanza, allora, non è soltanto il nome di un legame, ma il nome di una promessa silenziosa: vivere altrove senza smettere di portare con sé il bene esigente dell’origine.


