La nostra collaboratrice Miriam Mercone ha voluto regalarci, a urne quasi aperte, un’analisi lucida e senza sconti di questa campagna elettorale a Pignataro Maggiore. Abbiamo scelto di pubblicarla, perché rispecchia esattamente la linea che Officina0823 ha tenuto in queste settimane, equilibrata, senza pendere da nessuna parte, senza tifare per nessuno dei due candidati. Un’analisi che fa male, forse, ma che ha il pregio della onestà. Prima di cedere la parola a Miriam, vogliamo rivolgere un sincero in bocca al lupo a entrambi i candidati, chiunque vinca avrà davanti una comunità che merita il meglio. E ai cittadini di Pignataro, buon voto. Scegliete con il cuore e con la testa.
Siamo agli sgoccioli di una campagna elettorale da manuale, il manuale della politica politicante, s’intende.
Il prodigioso matrimonio d’amore tra il diavolo e l’acqua santa si è ripetuto ancora una volta; chi sia il diavolo e chi l’acqua santa, ormai, non siamo più in grado di dirlo.
Poche idee, confuse e ripetitive: questa resta la sintesi più efficace dei programmi elettorali, che sono, quelli sì, una vera accozzaglia.
Elemento di novità, peraltro prevedibile, è la riscoperta vocazione ambientalista. Non del territorio, ma di alcuni irriducibili protagonisti della vita politica locale, determinati a capitalizzare elettoralmente il consenso costruito attorno alla battaglia ambientalista dell’ultimo ciclo di lotte, uno dei più importanti della storia recente della comunità.
Si rincorrono proclami da Prima Repubblica: uomini e donne di partito, convergenze sui problemi concreti, tavoli programmatici.
Così si cancella, come di consueto, la storia politica recente. I responsabili siedono accanto agli incolpevoli, le carte vengono mischiate fino a non riconoscerle più.
Così si nasconde, ancora una volta, la realtà: a Pignataro la politica continua a essere gestione del potere fondata esclusivamente sul conteggio dei voti.
La verità è che a Pignataro la politica non produce più classe dirigente: produce sopravvissuti. Sopravvissuti a ogni stagione, a ogni fallimento, a ogni cambio di bandiera. Cambiano i simboli, cambiano gli slogan, ma restano sempre gli stessi nomi, le stesse logiche, gli stessi rancori. La politica non è più motore del cambiamento, ma amministrazione delle convenienze. Niente altro.

