Tra me e Pina Picierno non è mai corso buon sangue. Anzi, per essere del tutto chiara, in passato mi ha anche querelata. Una querela che ho vinto, per fortuna, ma che non ho dimenticato. Quindi no, non è la simpatia che mi ha spinto a sedermi davanti al computer per scrivere queste righe. È qualcosa di più fastidioso della simpatia, è la coscienza. Quando ho letto che lasciava il Partito Democratico, mi sono fermata un momento. Non perché mi dispiacesse per lei. Ma perché quella frase, “la casa dei riformisti non c’è più”, me la sono sentita mia. E questo mi ha dato un certo fastidio, vi dirò. Perché io nel PD ci sono cresciuta davvero. C’ero il 14 ottobre 2007, quando quel partito nacque dalla fusione dei Democratici di Sinistra e della Margherita. Ero delegata nazionale, e ricordo bene l’entusiasmo di quei giorni, la sensazione che si stesse costruendo qualcosa di serio, capace di parlare a tutti, non solo a una fetta di paese. Un partito riformista, che credeva nel lavoro, nella crescita, nel garantismo. Un partito che non aveva paura di stare al centro senza vergognarsene. Oggi quel partito non lo riconosco più. E non lo dico con rancore, lo dico con la tristezza di chi vede una casa cambiare faccia fino a diventare irriconoscibile. Quando Elly Schlein ha vinto le primarie, qualcosa si è rotto in modo definitivo. Lo aveva capito subito Matteo Renzi, che con la sua solita schiettezza aveva scritto nero su bianco che il PD era diventato un partito di sinistra-sinistra, in diretta concorrenza con il Movimento Cinque Stelle, con un linguaggio completamente diverso su reddito di cittadinanza, nucleare, politica estera, tasse. Non è un giudizio, è una constatazione. E quella constatazione mi pesa. Come si fa a militare in un partito che ha cambiato pelle così in profondità? Me lo chiedo spesso, e non trovo una risposta soddisfacente. Ci sono tante persone che ancora portano quella tessera per abitudine, per affezione alla storia, perché non sanno bene dove altro andare. Le capisco. Ci sono passata anch’io. L’addio di Picierno, al di là di tutto quello che ci divide, racconta una storia che va oltre lei. Racconta di un partito che ha smesso di essere la casa di chi crede nella politica come arte del possibile, come capacità di governare i processi senza inseguire le piazze. Racconta di uno spazio che si è svuotato, e che qualcuno prima o poi dovrà riempire. La domanda è chi, e con cosa. Per ora non vedo risposte convincenti. E questo, più di qualsiasi querela vinta o persa, mi preoccupa davvero.

EDITORIALE | Picierno lascia il PD e quella sua frase “la casa dei riformisti non c’è più” la sento mia. Cosa è rimasto di quel partito del 2007?
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