Oggi: 02 Set, 2026

Intelligenza artificiale nella PA: il rischio della disumanizzazione delle decisioni

Aiiministrazioni Pubblice e Intelligenza Artificiale Oliviero Casale
Aiiministrazioni Pubblice e Intelligenza Artificiale Oliviero Casale
3 mesi fa

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di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano

L’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione non è più un tema futuristico. Può aiutare gli uffici, ridurre i tempi, ordinare dati, supportare la redazione degli atti e migliorare il rapporto tra amministrazione, cittadini e imprese.

Ma proprio perché è utile, veloce e apparentemente efficiente, l’IA porta con sé un rischio profondo: la disumanizzazione delle attività e delle decisioni pubbliche. Il problema nasce quando il supporto tecnologico si trasforma in sostituzione cognitiva; quando la decisione diventa il risultato di elaborazioni opache; quando il cittadino non riesce più a comprendere chi abbia valutato la sua posizione, su quali elementi e con quale responsabilità.

Il rischio diventa sistemico quando tutti lasciano che ciò accada. Il funzionario si affida all’output senza verificarlo, il dirigente firma, l’amministrazione si abitua, il cittadino subisce e il sistema accetta che il potere pubblico funzioni così. La disumanizzazione non nasce solo dalla macchina. Nasce dall’abitudine umana a lasciarla decidere.

Automazione e disumanizzazione non sono la stessa cosa

Automatizzare alcune attività amministrative può essere positivo. Un sistema che aiuta a cercare documenti, ordinare fascicoli o sintetizzare informazioni può liberare tempo umano e migliorare il lavoro pubblico.

La disumanizzazione nasce quando l’amministrazione smette di governare lo strumento e comincia ad adattarsi al suo ritmo: la sintesi sostituisce lo studio, la bozza sostituisce il ragionamento, il testo ben scritto sostituisce la motivazione reale.

Il cittadino rischia così di non essere più visto come persona portatrice di una posizione concreta, ma come dato, profilo, rischio o anomalia. Una posizione amministrativa non è mai soltanto un insieme di dati. È un contesto, una sequenza di fatti, documenti, interessi, norme e condizioni personali.

Il limite tra supporto e sostituzione è difficile da vedere

Il punto più delicato è che il limite non è sempre chiaro. Nella pratica quotidiana non esiste una linea evidente tra l’uso dell’IA come ausilio e l’uso dell’IA come sostituto del ragionamento umano.

All’inizio il sistema aiuta a cercare, ordinare e sintetizzare. Poi comincia a suggerire connessioni, costruire argomenti, proporre formule motivazionali. Infine, senza che nessuno lo decida apertamente, l’output diventa il punto di partenza, poi il parametro di riferimento, infine la soluzione più comoda da recepire.

Non serve che una macchina firmi un provvedimento perché vi sia disumanizzazione. Può bastare che la macchina orienti l’istruttoria, selezioni le fonti, riassuma male le difese o proponga una motivazione standardizzata. A quel punto la decisione resta formalmente umana, ma il ragionamento umano è già stato eroso.

Velocità, presunzione e perdita del confronto

L’IA introduce una pressione nuova: la pressione della velocità. Se uno strumento produce in pochi minuti ciò che prima richiedeva ore di studio, verifica e confronto, chi rallenta per ragionare può apparire meno efficiente.

Si crea l’idea che chi usa l’IA sia più veloce e quindi più bravo. Ma la rapidità non coincide con la qualità. Un testo rapido non è necessariamente corretto. Una motivazione ordinata non è necessariamente fondata. Una citazione plausibile non è necessariamente vera.

Qui nasce anche un errore molto umano: sentirsi più furbi degli altri. Pensare che conoscere qualche modello di IA, qualche prompt o qualche tecnica operativa consenta di saltare il tempo della competenza. L’IA può dare all’incompetenza una forma elegante, alla fretta una struttura argomentativa, alla superficialità un tono autorevole.

Questo equivoco può generare i danni maggiori. L’errore di chi dubita può essere corretto; l’errore di chi si sente superiore tende invece a consolidarsi. Chi confonde la familiarità con lo strumento con la comprensione del problema rischia di diventare soltanto più veloce nel produrre errori.

La riserva di umanità come argine

Nel diritto amministrativo emerge con forza il concetto di riserva di umanità. Le decisioni pubbliche che incidono su cittadini, imprese, diritti e interessi non possono essere integralmente delegate a sistemi automatizzati.

Nel settore dei contratti pubblici, l’articolo 30 del decreto legislativo 36/2023 ammette procedure automatizzate, incluse soluzioni di intelligenza artificiale, ma richiede conoscibilità, comprensibilità, non discriminazione e non esclusività della decisione algoritmica. Deve esserci un contributo umano capace di controllare, validare o smentire.

La legge 132/2025 rafforza questa prospettiva per tutta la pubblica amministrazione. L’IA può essere usata per aumentare efficienza, ridurre i tempi e migliorare i servizi, ma deve restare strumentale e di supporto. Devono inoltre essere assicurate conoscibilità del funzionamento e tracciabilità dell’utilizzo.

La firma umana, però, non basta. Se il funzionario recepisce una bozza generata dall’IA senza verificarla, la decisione è umana solo in apparenza. La riserva di umanità non è la riserva della firma. È la riserva del ragionamento. L’IA può assistere, ma non sostituire, il dovere umano di comprendere il caso, valutare i documenti, ascoltare le difese e motivare.

Il rischio politico: IA e poteri pubblici ad alto impatto

Esiste poi un pericolo ancora più profondo, di natura politica. L’intelligenza artificiale potrebbe essere usata non solo per migliorare i servizi, ma per rendere più rapide e automatiche le attività pubbliche che incidono sulla vita delle persone: controlli, accertamenti, sanzioni, recupero crediti, revoche, esclusioni, dinieghi, procedimenti impositivi o altre decisioni sfavorevoli.

Questo non significa negare la necessità dei controlli. Il contrasto agli abusi, all’evasione e agli inadempimenti è una funzione legittima e doverosa dello Stato. Un’amministrazione pubblica deve poter recuperare ciò che è dovuto, sanzionare ciò che è illecito e tutelare l’interesse collettivo. Proprio perché questi poteri sono necessari al bene comune, però, devono essere esercitati con proporzione, chiarezza, responsabilità e attenzione al caso concreto.

In astratto, l’uso dell’IA in questi ambiti può sembrare efficienza. In concreto, se non governata, può trasformarsi in un moltiplicatore di pressione amministrativa. Il rischio è che la tecnologia venga usata per fare più velocemente ciò che prima richiedeva valutazione, gradualità, interlocuzione e discernimento.

Efficienza non significa automatismo

Il problema non è agire contro chi viola consapevolmente le regole. Il problema è costruire sistemi che non distinguono abbastanza. Dietro una posizione debitoria, un’omissione, un ritardo o una situazione irregolare possono esserci condotte molto diverse: dolo, negligenza, errore, incertezza interpretativa, difficoltà economica, mancata comprensione, comunicazioni poco chiare o fragilità personale.

Trattare tutte queste situazioni con la stessa logica automatica significa perdere la funzione più importante dell’amministrazione: distinguere. Una pubblica amministrazione moderna non deve essere più debole verso chi viola le regole. Deve essere più capace di riconoscere le differenze.

Prima della velocità deve venire la comprensibilità. Prima dell’automazione deve venire la verifica umana. Prima dell’atto deve venire, quando possibile, l’interlocuzione. Prima della sanzione deve venire la distinzione tra errore, incertezza, difficoltà e condotta consapevolmente illecita.

Tracciabilità, confronto e responsabilità

Per evitare la disumanizzazione non basta invocare il controllo umano. Bisogna organizzarlo. Ogni amministrazione dovrebbe sapere quando usa l’IA, per quale attività, con quali dati e con quali controlli. Bisogna distinguere gli usi banali dagli usi sensibili.

Quando l’IA incide sull’istruttoria, sulla valutazione o sulla motivazione, l’uso deve essere tracciato. Il funzionario deve poter dimostrare di avere verificato fonti, dati, argomenti e conclusioni. L’amministrazione deve costruire prassi condivise, non affidarsi all’iniziativa individuale di chi si ritiene più abile con lo strumento.

Una provocazione necessaria: la politica sperimenti prima su se stessa

C’è infine una domanda scomoda, ma necessaria: se l’intelligenza artificiale deve servire a rendere più efficiente, misurabile e controllabile l’azione pubblica, perché non iniziare dalla politica?

Una politica etica dovrebbe sperimentare prima su se stessa gli strumenti che intende estendere alle amministrazioni e ai cittadini. Dovrebbe accettare che l’IA venga utilizzata, con adeguate garanzie, per analizzare l’efficacia dei programmi elettorali, la coerenza tra promesse e decisioni, l’impatto delle politiche economiche, la qualità della spesa pubblica e gli effetti concreti delle scelte compiute.

Non si tratterebbe di sostituire il giudizio democratico con un giudizio algoritmico. Sarebbe un modo per rendere più trasparente la responsabilità politica. Se ai cittadini si chiede di accettare amministrazioni più digitali e controlli più rapidi, anche la politica dovrebbe accettare di essere valutata con strumenti capaci di mostrare risultati, incoerenze, effetti collaterali e promesse non mantenute.

Il cittadino non deve essere amministrato come un dato

Il cittadino non ha diritto a un’amministrazione lenta o arretrata. Ha però diritto a un’amministrazione che lo consideri come persona. Ha diritto a sapere se l’IA è stata usata, a comprendere quale ruolo abbia avuto, a ricevere una motivazione aderente al caso concreto e a confrontarsi con un potere pubblico responsabile.

La regola di fondo dovrebbe essere semplice: più l’IA incide sulla vita delle persone, più deve essere forte, documentato e responsabile non solo il controllo umano, ma soprattutto il primato dell’attività umana. L’uomo non deve intervenire a valle per correggere la macchina; deve restare a monte e al centro del procedimento, come soggetto che ascolta, comprende, valuta, motiva e decide.

L’IA può essere supporto, mai baricentro. Può accelerare alcune attività, ma non sostituire il tempo del giudizio. Solo così l’innovazione resterà compatibile con la funzione più alta dell’amministrazione pubblica: servire la persona, tutelare il bene comune e non amministrare il cittadino come un dato.

Fonti normative e documentali di base: art. 30 d.lgs. 36/2023, art. 14 legge 132/2025, TAR Marche n. 758/2026 e contributo Barberio su IA, appalti pubblici e controllo umano

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