Con la scomparsa di Ervin László, annunciata dal Laszlo Institute il 29 giugno 2026, si chiude il percorso terreno di una delle menti più originali e difficilmente classificabili del pensiero contemporaneo. L’annuncio ufficiale ha comunicato che László è venuto a mancare nelle prime ore di quella giornata, circondato dalla famiglia poco tempo prima e ricordato come una presenza che lascia un’eredità intellettuale e umana non facilmente riducibile a una formula commemorativa.[1]
Forse non tutti lo hanno conosciuto, e forse ancora meno lo hanno davvero letto, perché László apparteneva a quella categoria di autori che non si lasciano consumare rapidamente. Filosofo della scienza, teorico dei sistemi, pianista di formazione, studioso della coscienza, promotore di una nuova visione del rapporto tra umanità, natura e futuro, egli ha attraversato discipline, linguaggi e istituzioni senza lasciarsi rinchiudere in una sola appartenenza. Il Laszlo Institute ricorda il suo passaggio dalla carriera musicale alla ricerca scientifica e umanistica, il Doctorat ès Lettres et Sciences Humaines ottenuto alla Sorbona, il lavoro universitario e i progetti condotti presso lo United Nations Institute for Training and Research, oltre al rapporto con il Club of Rome e alla fondazione di percorsi poi confluiti nel Club of Budapest e nel Laszlo Institute of New Paradigm Research.[2]
Questa traiettoria biografica spiega solo in parte la ragione per cui il suo pensiero continua a parlare al nostro tempo, perché il nucleo della sua opera non consisteva nella semplice elaborazione di una teoria dei sistemi, ma nel tentativo, più radicale e più difficile, di mostrare che il mondo non può essere compreso come una somma di parti isolate. Le società, le economie, gli ecosistemi, le istituzioni, le culture, le tecnologie e le forme della coscienza collettiva sono, per László, dimensioni interdipendenti, e proprio per questo le crisi del nostro tempo non possono essere trattate come problemi settoriali, separabili l’uno dall’altro, risolvibili attraverso aggiustamenti tecnici o politiche puramente adattive.
In uno scritto pubblicato dal Laszlo Institute, egli sintetizzava questa esigenza di mutamento interiore e culturale con una frase che, nella sua semplicità, restituisce bene la radice del suo pensiero: “We are one with our fellow humans and with all things in this living and evolving universe.”[3] Non è una dichiarazione ornamentale, né una generica formula spirituale, perché in László l’unità non è evasione dalla realtà, ma il presupposto per interpretarla responsabilmente. La sua ricerca non va ricondotta a una specifica appartenenza religiosa, ma non può nemmeno essere letta come estranea alla dimensione spirituale, poiché essa cerca una convergenza tra scienza, coscienza, responsabilità etica e sapienze profonde dell’umanità, in una visione nella quale il mondo appare come un sistema vivente e relazionale, non come un insieme casuale di frammenti separati.[7][8]
Da qui deriva anche il suo modo di guardare alla politica e alle istituzioni, che resta particolarmente attuale proprio perché non si limita a chiedere migliori strumenti di governo, ma sollecita un diverso principio di orientamento dell’azione collettiva. Nel white paper Holism in Nation-State Politics, pubblicato nella biblioteca del Laszlo Institute, László proponeva un rovesciamento della logica secondo la quale ciò che è buono per il singolo, per l’impresa, per la comunità o per lo Stato finirebbe necessariamente per essere buono anche per il sistema complessivo. La sua tesi era opposta e molto più esigente: “the good of the whole is always and necessarily the good of the individual part.”[4] In questa frase si concentra una parte essenziale della sua proposta democratica, pacifica e anti-autoritaria, perché il bene della parte non viene negato, ma ricollocato dentro il bene del sistema umano, sociale ed ecologico in cui ogni parte vive, agisce e trova le proprie condizioni di possibilità.
Questo passaggio consente di comprendere anche il rapporto tra László e il tema dei beni comuni, senza attribuirgli una teoria giuridica dei commons nel senso tecnico con cui oggi il tema viene spesso trattato. In László, il discorso sui common goods, sul common good e sui commons naturali e collettivi nasce da una visione più ampia, nella quale ciò che è comune non è soltanto un bene da amministrare, ma l’insieme delle condizioni che rendono possibile la vita, la convivenza, la cooperazione e l’evoluzione dell’umanità sulla Terra. In un testo cofirmato con Marco Roveda, dedicato alla necessità di orientare politica, economia e vita quotidiana verso pace e sostenibilità, si parla della disponibilità di “natural common goods at acceptable cost, including energy, water, and land.”[5] È un riferimento sobrio, ma significativo, perché collega acqua, energia e terra non a una disponibilità puramente economica, bensì alla sicurezza della vita, all’accessibilità sociale, alla responsabilità ecologica e alla qualità delle scelte pubbliche.
Questa linea risulta coerente con l’impostazione del Laszlo Institute, che colloca le New Paradigm Policy Sciences dentro la gestione della presenza collettiva dell’umanità sulla Terra e richiama espressamente la governance of the collective commons, collegandola alla partecipazione civica, all’interdipendenza delle decisioni e alla capacità di autodeterminazione informata della specie umana.[6] Anche qui il punto non è aggiungere una parola nuova al lessico della sostenibilità, ma riconoscere che i commons costringono la governance contemporanea a pensare insieme vita, istituzioni, fiducia, conoscenza, responsabilità e futuro.
In questi anni, lavorando sul Paradigma 5.0 e sui Beni Comuni Multilivello, mi è capitato spesso di tornare, direttamente o indirettamente, a questioni che attraversano il pensiero di László, non per sovrapporre piani diversi o per ricondurre la sua opera a categorie nate in altri contesti, ma perché alcune domande restano comuni: come superare la frammentazione dei saperi e delle politiche; come evitare che tecnologia, economia e sostenibilità procedano come percorsi separati; come riconoscere che persona, organizzazioni, ecosistemi, istituzioni e territorio appartengono a una stessa architettura di relazioni; come governare ciò che è comune senza ridurlo a proprietà esclusiva, merce, interesse di parte o semplice esternalità.
Il Paradigma 5.0, così come ho provato a interpretarlo con Paola Rinaldi, nasce dall’esigenza di non trattare Industry 5.0 e Society 5.0 come formule parallele o come evoluzioni soltanto tecniche dei paradigmi precedenti, ma come parti di una transizione più profonda, nella quale centralità della persona, sostenibilità, resilienza, responsabilità tecnologica e capacità di generare valore comune devono essere comprese insieme. La riflessione sui beni comuni multilivello, sviluppata con Gilda Farrell, si muove in una direzione affine nella misura in cui considera acqua, suolo, ecosistemi, conoscenza, salute, infrastrutture relazionali e condizioni istituzionali non come elementi isolati, ma come livelli interdipendenti di una stessa architettura della vita collettiva.
Rileggere László oggi significa quindi accettare una sfida intellettuale non semplice, perché il suo pensiero non concede molto alle semplificazioni e chiede di non separare l’innovazione dalla responsabilità, la governance dalla qualità delle relazioni, la scienza dalla domanda di senso e la tecnologia dalla domanda sul fine. È un pensiero che può apparire scomodo proprio perché non permette di restare dentro recinti disciplinari troppo rassicuranti e non autorizza ad affrontare crisi sistemiche con strumenti concettuali nati per gestire problemi lineari.
Vi è in questo una lezione che riguarda anche le organizzazioni, le imprese e le istituzioni. Molte parole che oggi utilizziamo con frequenza, come transizione, resilienza, sostenibilità, innovazione responsabile, impatto, governance, ecosistemi e beni comuni, rischiano di restare deboli se non vengono sostenute da un cambiamento del modo di pensare. László chiamava questo passaggio nuovo paradigma, intendendo non una moda intellettuale, ma una diversa comprensione della realtà, capace di integrare conoscenza, responsabilità e azione dentro la consapevolezza del legame che unisce le parti al tutto.
Forse il modo più serio per ricordarlo non consiste soltanto nel rendergli omaggio, ma nel tornare a leggere le sue opere con maggiore attenzione, senza relegarle alla categoria del pensiero visionario e senza neutralizzarle in formule generiche. László ha avuto il coraggio di proporre una visione ampia quando il pensiero ampio veniva spesso considerato sospetto, ha cercato connessioni quando prevaleva la frammentazione disciplinare e ha parlato di coscienza planetaria quando il linguaggio pubblico era ancora dominato da categorie troppo strette per comprendere la portata delle trasformazioni in corso.
Se ne va una grande mente, forse meno conosciuta e meno letta di quanto avrebbe meritato, ma resta una consegna discreta e impegnativa per chi si occupa di innovazione, sostenibilità, beni comuni, governance, impresa, istituzioni e trasformazione sociale. Non basta cambiare strumenti se non cambia il paradigma, e non basta parlare di futuro se non impariamo a riconoscere la trama comune che rende quel futuro ancora possibile.
Fonti:
| [1] | Laszlo Institute of New Paradigm Research, “Public Announcement regarding Ervin Laszlo”, 29 giugno 2026. |
| [2] | Laszlo Institute of New Paradigm Research, “About Ervin Laszlo”. |
| [3] | Ervin László, “Change Your Mindset!”, Laszlo Institute of New Paradigm Research, 3 febbraio 2022. |
| [4] | Ervin László, “Holism in Nation-State Politics”, Laszlo Institute of New Paradigm Research, 7 gennaio 2021. |
| [5] | Ervin László, Marco Roveda, Finding Bliss in the Shift, LifeGate e-book, p. 27. |
| [6] | Laszlo Institute of New Paradigm Research, “Research Program / New Paradigm Policy Sciences”. |
| [7] | Laszlo Institute of New Paradigm Research, “Research Program / New Paradigm Spirituality”. |
| [8] | Alexander László, Ervin László, “Understanding Oneness: How Science and Spirituality See the World”, World Futures. |

