Oggi: 03 Set, 2026
Quaderno CNEL n.18 e Beni Comuni Multilivello Oliviero Casale
Quaderno CNEL n.18 e Beni Comuni Multilivello Oliviero Casale

Dal potenziale inespresso alla capacità civica: rileggere il Quaderno CNEL attraverso i Beni Comuni Multilivello

3 settimane fa

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Diversità, prossimità e generatività dei territori: alcune intuizioni del Quaderno CNEL del 2023 acquistano oggi un significato nuovo se lette attraverso le condizioni comuni, le capacità civiche e gli effetti condivisi.

di Oliviero Casale, consigliere Fondazione Communia – Rete per i Beni Comuni

Rileggere oggi Per una Italia che cresca. Diversità, prossimità e generatività dei territori fra transizioni e diseguaglianze, il Quaderno n. 18 del CNEL curato da Saverio Mecca e pubblicato nel 2023 a partire dai seminari promossi nel 2022 dall’Osservatorio delle Politiche Urbane e Territoriali, significa ritrovare alcune domande che non hanno perso attualità. Cambiano le tecnologie, le politiche e le emergenze che occupano lo spazio pubblico, ma resta aperta una questione di fondo: quanta parte delle capacità già presenti nelle persone e nei territori riesce realmente a trasformarsi in iniziativa, innovazione, responsabilità e possibilità di sviluppo?

Il Quaderno non parla di Beni Comuni Multilivello nel significato che questa categoria ha assunto nel working paper sviluppato successivamente da me con Gilda Farrell, Beni comuni multilivello. Interdipendenze, democrazia ecologica e nuove istituzioni per la decisione, disponibile su Amazon. Sarebbe quindi improprio attribuire retrospettivamente al CNEL concetti che appartengono a un percorso diverso. È però interessante rileggerlo attraverso quella prospettiva, perché diversi suoi contributi si concentrano proprio sulle condizioni che permettono alle persone, alle organizzazioni e ai territori di esprimere capacità altrimenti destinate a rimanere latenti.

La proposta dei Beni Comuni Multilivello è stata poi presentata pubblicamente anche nell’approfondimento ASviS I beni comuni multilivello hanno bisogno di governance, scritto con Gilda Farrell, dove il punto di partenza è la necessità di governare condizioni e interdipendenze che nessun attore può custodire da solo. In questa rilettura del Quaderno CNEL, diversità, prossimità e generatività diventano quindi tre modi di interrogare il rapporto tra ciò che una società possiede e ciò che riesce effettivamente a mettere in movimento.

Un Paese di innovatori che disperde innovazione

Fra le molte pagine del Quaderno, una frase di Francesco Cicione colpisce per la sua immediatezza. Il problema viene posto attraverso un paradosso che riguarda la capacità del sistema italiano di trasformare inventiva diffusa in innovazione strutturale:

«è un paese di innovatori ma non di innovazione.» Francesco Cicione, “Una via italiana all’innovazione. Ecosistemi innovativi, aree marginali e prossimità”, pp. 267-268.

Cicione collega questa diagnosi a ragioni culturali, sociali e organizzative e osserva come l’ambiente normativo e istituzionale possa scoraggiare e perfino soffocare energie di cambiamento, pur continuando a produrre, quasi per reazione, esperienze fuori dall’ordinario. Non è necessario condividere ogni elemento della diagnosi per riconoscere la questione che essa pone: un sistema può avere persone inventive senza riuscire a trasformare l’inventiva in capacità collettiva. Può possedere competenze, ricerca, esperienza professionale, associazionismo, imprese, memoria dei luoghi e iniziativa civica e, nello stesso tempo, lasciare queste risorse separate, intermittenti o prive dei collegamenti attraverso cui potrebbero diventare utili.

La scarsità, in questi casi, non riguarda soltanto ciò che manca. Riguarda anche ciò che esiste ma non riesce a entrare in relazione. È un problema che la discussione sull’innovazione tende talvolta a sottovalutare: si investe comprensibilmente per produrre nuove competenze, attrarre talenti, finanziare ricerca e creare nuove imprese, ma ci si interroga meno sulla quantità di capacità già disponibile che rimane inutilizzata perché non trova luoghi, regole, interlocutori e processi capaci di riconoscerla.

La generatività riguarda prima di tutto le condizioni

Nel contributo di Saverio Mecca questa prospettiva emerge con particolare chiarezza. La generatività di un territorio viene ricondotta alle condizioni che permettono alle persone di sviluppare una vita generativa, intraprendere, fare ricerca e innovazione, costruire organizzazioni sociali e coltivare una speranza credibile nel futuro.

«la generatività di un territorio significa che esistono le condizioni affinché le persone possano avere una vita generativa» Saverio Mecca, “Dalle diseguaglianze alla crescita equa e sostenibile”, p. 22.

Il punto decisivo è la parola condizioni. Un territorio non è generativo perché possiede astrattamente risorse o perché un’amministrazione dichiara di voler favorire l’innovazione. Lo diventa quando persone e organizzazioni dispongono concretamente di possibilità per mettere in gioco competenze, costruire relazioni, intraprendere iniziative, apprendere e produrre qualcosa che possa a sua volta generare ulteriori possibilità.

La prospettiva dei Beni Comuni Multilivello parte da una relazione analoga: il compito resta personale, perché nessuna istituzione può creare, apprendere, scegliere o assumere responsabilità interamente al posto di una persona; le condizioni che rendono possibile quel compito sono però in larga parte comuni, perché comprendono linguaggi, formazione, conoscenze, infrastrutture, regole, reti, fiducia e sistemi viventi; gli effetti, infine, possono oltrepassare il soggetto che agisce e incidere sulle possibilità di altri. La questione politica non consiste quindi nel decidere che cosa le persone debbano fare, ma nel costruire condizioni nelle quali possano effettivamente fare e nelle quali gli effetti rilevanti possano essere conosciuti e governati.

La grande riserva del potenziale inespresso

Poche pagine dopo, Mecca pone una domanda ancora più vicina al problema che oggi dovremmo affrontare: le diseguaglianze possono essere lette anche come una riserva che, se si interviene sulle condizioni che impediscono alle capacità di emergere, può trasformarsi in generatività e crescita?

«una riserva di potenzialità inespressa di generatività, di crescita, di creazione di ricchezza» Saverio Mecca, p. 24.

La domanda può essere estesa. Quanto potenziale professionale, imprenditoriale, scientifico e civico rimane inespresso non perché le persone non possiedano capacità, ma perché tali capacità non vengono riconosciute o collegate? Possiamo essere perfettamente visibili amministrativamente e contemporaneamente invisibili come portatori di capacità. Una persona è riconosciuta come residente, contribuente, lavoratore, utente di un servizio, pensionato, studente o beneficiario di una misura, ma può non esistere per l’istituzione come persona che conosce un problema, possiede un’esperienza utile, vede un rischio, potrebbe proporre una soluzione o mettere a disposizione una competenza.

È a partire da questa distinzione che propongo di parlare di dispersione della capacità civica. L’espressione non indica che ogni proposta debba essere accolta o che qualsiasi esperienza personale debba trasformarsi in politica pubblica. Indica una perdita più elementare: una capacità potenzialmente pertinente non riesce neppure a entrare in un processo nel quale possa essere riconosciuta, confrontata, collegata ad altre conoscenze, valutata ed eventualmente sperimentata. Non utilizzare una proposta dopo averla esaminata è una decisione; non possedere i dispositivi per accorgersi che quella capacità esiste è dispersione.

Non soltanto portatori di interessi

Un contributo di Antonio Viscomi contiene un passaggio particolarmente utile per compiere questo salto. Riflettendo sui modelli partecipativi e sullo strumento pattizio, Viscomi invita a non considerare gli stakeholder soltanto come portatori di interessi specifici da controllare, ma soprattutto come:

«portatori di competenze ed esperienze da ascoltare con attenzione» Antonio Viscomi, “Lavoro e politiche del lavoro al tempo delle grandi transizioni: le sfide delle aree deboli”, pp. 259-260.

La distinzione sembra piccola, ma modifica profondamente la funzione della partecipazione. Se guardo un soggetto soltanto come portatore di interesse, il problema consiste soprattutto nel rappresentarlo, negoziare con lui e bilanciare la sua posizione con quella degli altri. Se lo considero anche come portatore di conoscenza, esperienza e capacità, la partecipazione assume una seconda funzione: diventa una infrastruttura attraverso la quale il sistema pubblico può conoscere meglio il problema sul quale deve decidere.

Una persona che vive quotidianamente un territorio può vedere effetti che non entrano negli indicatori; un lavoratore possiede una conoscenza operativa che può sfuggire alla direzione dell’organizzazione; un’impresa conosce vincoli tecnici e possibilità che il decisore pubblico può non percepire; un’associazione può intercettare bisogni e capacità che non compaiono nelle banche dati; un’università dispone di conoscenza scientifica che, senza adeguati canali di interazione, può rimanere confinata nel proprio circuito. La qualità della decisione dipende anche dalla capacità di far incontrare questi saperi senza confondere i ruoli e senza trasformare la partecipazione nella pretesa che tutti debbano decidere tutto.

Abilitare le molteplici abilità

Angela Colucci formula lo stesso problema attraverso il linguaggio della resilienza e della diversità creativa. Nel suo contributo, dopo aver ricordato che i problemi complessi richiedono più conoscenze di quelle possedute da una singola persona e che gli stakeholder devono partecipare, comunicare, collaborare e imparare gli uni dagli altri, arriva a una formulazione particolarmente significativa:

«includere tutti nei processi e garantire strutture e servizi capaci di abilitare le molteplici abilità» Angela Colucci, “Resilienza urbana e salute: creative diversity for our common futures”, p. 189.

Il verbo decisivo è abilitare. La persona non deve essere semplicemente invitata; deve trovarsi nelle condizioni di poter utilizzare la propria capacità. Questo vale in modo particolare per chi dispone di minori risorse, tempo, autonomia o accesso ai normali luoghi della decisione. L’uguaglianza formale nell’accesso non basta se alcuni soggetti possono partecipare con competenze, linguaggio, reti e tempo e altri restano presenti soltanto nominalmente. Colucci aggiunge che tutti, attraverso le proprie abilità, costituiscono una fonte di diversità e possono contribuire alla resilienza della comunità. È un’intuizione importante perché cambia lo sguardo sulla persona: non soltanto qualcuno da assistere quando incontra un bisogno, ma anche qualcuno che può possedere una capacità utile.

Generatività e cittadinanza attiva

Leonardo Becchetti, nel contributo dedicato al benessere equo e sostenibile e alle nuove prossimità, collega la generatività non soltanto alle dotazioni disponibili, ma alla possibilità di mettere in gioco capacità e produrre effetti sulla vita altrui. Il Quaderno riporta inoltre i risultati di un lavoro su centinaia di migliaia di cittadini europei, nel quale la generatività risulta positivamente associata a soddisfazione di vita, resilienza, capitale sociale e cittadinanza attiva.

«la generatività incida in maniera positiva su soddisfazione di vita, resilienza, capitale sociale e cittadinanza attiva» Leonardo Becchetti, “Benessere equo e sostenibile e nuove prossimità”, p. 54.

Questo passaggio consente di evitare una lettura passiva della generatività. Non basta che esistano servizi, risorse o opportunità: occorre che le persone possano convertirli in iniziativa, relazione, apprendimento e contributo. Nella prospettiva dei Beni Comuni Multilivello, le condizioni comuni non devono soltanto evitare che una persona venga esclusa; devono anche impedire, per quanto possibile, che capacità socialmente utili rimangano sistematicamente invisibili o inutilizzabili.

Questa lettura si collega anche all’idea sviluppata nell’articolo pubblicato su Officina0823, I Beni Comuni Multilivello come abilitatori dell’economia sociale del futuro: l’economia sociale può diventare più generativa quando non viene pensata come un settore separato, ma come un insieme di processi capaci di mettere in relazione persone, imprese, Terzo settore, amministrazioni e territori attorno a condizioni e finalità condivise. Anche qui il punto non è sostituire l’iniziativa personale o imprenditoriale, ma costruire condizioni che consentano a capacità differenti di incontrarsi e produrre valore senza consumare il terreno comune dal quale dipendono.

Diversità e ridondanza: l’efficienza non basta

Nel saggio di Colucci compare un’altra indicazione che acquista particolare valore nel nostro presente. Tra le proprietà dei sistemi resilienti vengono richiamate diversità creativa e ridondanza, flessibilità, modularità, feedback e memoria. La diversità viene descritta come una riserva di possibilità che permette al sistema di disporre di più risposte quando incontra shock o trasformazioni.

«Molteplici proprietà contribuiscono alla resilienza di un ecosistema: diversità creativa e ridondanza, proprietà emergenti, flessibilità e modularità, meccanismi funzionali e cicli di rinnovamento, cicli di feedback e memoria.» Angela Colucci, p. 184.

La stessa analisi osserva che la pandemia ha messo in luce fragilità legate all’eccessiva centralizzazione e ottimizzazione di alcune funzioni e servizi. Ciò che appare ridondante in una situazione ordinaria può diventare essenziale quando cambia il contesto. Lo stesso ragionamento può essere applicato alle capacità civiche. Un territorio ricco di associazioni, piccoli presìdi, reti professionali, conoscenze locali, iniziative informali, competenze distribuite e luoghi di incontro può sembrare meno efficiente di una struttura fortemente centralizzata; ma quella pluralità costituisce una riserva di conoscenza, relazioni e possibilità di azione. La capacità civica non è quindi soltanto la somma delle competenze individuali: è anche la diversità delle possibilità di risposta che un territorio riesce a conservare.

Una infrastruttura della capacità civica

Se accettiamo questa lettura, la domanda successiva diventa inevitabile: quali strutture permettono alle capacità disperse di incontrarsi? Propongo di chiamare infrastruttura della capacità civica l’insieme di luoghi, relazioni, regole, dati e diritti di attivazione attraverso cui una società riesce a riconoscere e collegare le capacità distribuite tra cittadini, professionisti, imprese, università, amministrazioni, lavoratori e organizzazioni sociali. Non significa necessariamente creare un nuovo ente.

«il Resilience-Hub non dovrebbe essere un’ulteriore “struttura” o “servizio” da calare nel contesto locale ma un nodo fisico e immateriale di coordinamento per il rafforzamento delle funzioni, servizi e reti sociali già in essere» Angela Colucci, p. 188.

È una indicazione preziosa anche oltre il tema della resilienza urbana. Un’infrastruttura della capacità civica può essere un osservatorio territoriale, un laboratorio permanente, un patto di collaborazione, una piattaforma conoscitiva, un processo strutturato di co-programmazione, un hub universitario aperto al territorio o un sistema pubblico attraverso cui presentare proposte e ricevere risposte motivate. La forma viene dopo; la funzione viene prima: evitare che capacità già esistenti rimangano isolate e fare in modo che la loro eventuale mancata utilizzazione derivi da una valutazione motivata, non dalla semplice assenza di canali.

Quando il problema supera il Comune

La questione diventa ancora più evidente quando si passa alla scala istituzionale. Viscomi osserva che molti problemi affrontati dagli enti locali hanno raggiunto un livello di complessità che non può più essere governato dal singolo Comune e richiede comprensori, distretti o ambiti adeguati alla reale dimensione del problema. La conclusione del suo contributo lega questo tema a una pubblica amministrazione più attenta alle competenze, al saper fare, e richiama:

«la partecipazione consapevole di tutti gli attori e la mobilitazione di tutte le energie disponibili» Antonio Viscomi, p. 260.

Il passaggio intercetta direttamente la logica dei Beni Comuni Multilivello. Il multilivello non significa infatti soltanto più livelli amministrativi. Significa riconoscere che il confine dell’istituzione non coincide necessariamente con il confine degli effetti. Una falda attraversa proprietà e Comuni; una filiera attraversa imprese e territori; la qualità dell’aria non si ferma a un confine amministrativo; un’infrastruttura digitale può incidere contemporaneamente su servizi, lavoro, conoscenza e capacità di decisione. Un cambiamento tecnologico può produrre benefici immediati in un luogo e costi differiti altrove.

Nel working paper sui Beni Comuni Multilivello abbiamo proposto cinque criteri congiunti per evitare che qualsiasi realtà importante venga definita comune: una funzione vitale o essenziale, la propagazione degli effetti oltre soggetto, luogo o tempo della decisione, una pluralità di scale non governabili separatamente, l’insufficienza di un solo attore o regime e la necessità di soglie, monitoraggi e responsabilità coordinate. Quando questi elementi convergono, la governance deve seguire la struttura reale delle interdipendenze e la proprietà o la competenza formale di una singola componente non possono esaurire la responsabilità complessiva.

Generatività e antifragilità: quando dalla perturbazione restano più capacità

Il rapporto tra generatività e capacità civica acquista un significato ulteriore quando il Quaderno affronta resilienza, apprendimento e trasformazione dei sistemi territoriali. Nel contributo di Luciano De Bonis compare un riferimento esplicito all’antifragilità: ragionando sui sistemi ecologici e socio-ecologici, distingue la capacità di recuperare dopo una perturbazione dalla possibilità di raggiungere un nuovo equilibrio dinamico che possa risultare migliore del precedente.

«ed eventualmente migliore nel caso di un sistema anti-fragile» Luciano De Bonis, “Oltre la trasversalità del territorio nel PNRR: per una nuova urbanità territoriale”, p. 229.

La formulazione è importante perché introduce un criterio che va oltre il semplice recupero. Resistere a uno shock, assorbirlo o ripristinare una funzione non significa ancora diventare antifragili. Il passaggio ulteriore avviene quando ciò che è accaduto produce conoscenza, modifica assetti insufficienti, amplia il repertorio delle risposte e lascia nel sistema capacità che prima non esistevano o non erano disponibili. Una crisi non rende automaticamente migliore un territorio: può distruggere competenze, interrompere relazioni e produrre nuove diseguaglianze. L’antifragilità riguarda quindi la qualità della risposta, non un valore positivo attribuito allo shock.

In questa direzione diventano particolarmente significative anche le proprietà richiamate da Angela Colucci: diversità creativa e ridondanza, flessibilità e modularità, feedback e memoria. La diversità viene descritta come una riserva utile proprio nelle situazioni di shock e stress, mentre l’apprendimento dal passato o dalle crisi in corso impedisce che il sistema riproduca semplicemente la configurazione precedente. Letti insieme, questi elementi mostrano che la capacità di migliorare non deriva da una sola struttura più robusta, ma da un insieme di alternative, conoscenze, connessioni e possibilità di riconfigurazione.

L’antifragilità territoriale non va perciò interpretata come celebrazione della crisi. Una perturbazione può avere costi umani, sociali, economici e ambientali gravissimi. Il punto è un altro: quando la perturbazione arriva, il sistema può limitarsi a sopportarla e tornare al precedente equilibrio, oppure può trasformare l’esperienza in memoria, apprendimento, nuove opzioni e capacità distribuite. È questa seconda traiettoria che consente di parlare propriamente di una direzione antifragile.

Il collegamento con la capacità civica è diretto. Se dopo una crisi cittadini, amministrazioni, professionisti, imprese, università e organizzazioni sociali hanno imparato a conoscersi, hanno costruito nuovi canali di collaborazione, hanno reso accessibili dati prima dispersi e hanno acquisito capacità di intervento che restano utilizzabili anche in futuro, il territorio non si è semplicemente ripreso: ha accresciuto il proprio patrimonio di possibilità. Al contrario, se ogni emergenza mobilita competenze e relazioni che vengono nuovamente disperse quando l’emergenza finisce, anche l’apprendimento prodotto dallo shock viene perduto.

Generatività e antifragilità, quindi, non coincidono ma possono incontrarsi. La generatività riguarda la capacità di produrre e lasciare nuove possibilità anche in condizioni ordinarie; l’antifragilità qualifica più specificamente la situazione nella quale perturbazioni, variabilità e incertezza vengono trasformate in un aumento delle capacità del sistema. La prima descrive una qualità produttiva delle condizioni; la seconda interroga ciò che accade a quelle capacità quando il sistema viene messo alla prova.

Istituzioni civicamente generative

Arriviamo così alla questione istituzionale. Una istituzione non è generativa soltanto perché apre una consultazione o raccoglie proposte. Può dirsi civicamente generativa quando aumenta nel tempo la capacità delle persone e delle organizzazioni di conoscere, collegarsi, proporre, verificare e contribuire, mantenendo al contempo chiare le responsabilità di chi deve decidere e rispondere degli esiti.

Una istituzione civicamente generativa non deve accogliere ogni proposta, ma dovrebbe possedere canali attraverso cui una capacità pertinente possa essere vista, valutata e collegata. Non sostituisce i professionisti con i volontari, non scarica sui cittadini responsabilità pubbliche e non confonde la partecipazione con la gratuità del lavoro. Riconosce ruoli e responsabilità differenti, ma evita che la conoscenza distribuita venga considerata irrilevante soltanto perché non proviene dal luogo nel quale formalmente si decide.

Anche una proposta non accolta può produrre conoscenza se viene esaminata e riceve una risposta motivata; una sperimentazione può essere utile anche quando non viene generalizzata se permette al sistema di apprendere; una collaborazione può generare relazioni che rimangono disponibili per problemi successivi. Il contrario avviene quando la partecipazione consuma tempo e fiducia senza lasciare apprendimento, quando il sapere raccolto scompare alla fine di un progetto o quando una rete costruita con risorse pubbliche viene dispersa alla conclusione del finanziamento. In questo senso, una istituzione generativa dovrebbe lasciare più capacità di quanta ne abbia trovata.

Dal potenziale inespresso alla capacità civica

Rileggendo il Quaderno CNEL attraverso questa prospettiva emerge un filo che attraversa contributi differenti. Cicione pone il paradosso di un Paese ricco di innovatori che fatica a trasformare quella capacità in innovazione; Mecca parla delle condizioni della generatività e di potenzialità inespresse; Becchetti collega generatività, resilienza, capitale sociale e cittadinanza attiva; Colucci insiste sulla diversità delle abilità, sull’apprendimento e sulla necessità di abilitare tutti; Viscomi invita a considerare gli attori non soltanto come portatori di interessi, ma come portatori di competenze ed esperienze, fino a chiedere la mobilitazione delle energie disponibili; De Bonis introduce infine in modo esplicito l’antifragilità, aprendo alla possibilità di sistemi che, attraverso l’esperienza della perturbazione, non si limitino a recuperare ma possano acquisire capacità ulteriori.

Sono contributi diversi e non vanno trasformati artificialmente in una teoria unitaria che il Quaderno non propone. Letti insieme, tuttavia, mettono in evidenza una questione politica molto concreta: forse non abbiamo soltanto un problema di scarsità di risorse, ma anche un problema di capacità che esistono e non diventano possibilità. E una parte decisiva della capacità di un territorio di diventare più forte attraverso le perturbazioni dipende proprio dalla possibilità di non disperdere conoscenze, relazioni e apprendimenti generati nel momento in cui il sistema viene messo alla prova.

È qui che il dialogo con i Beni Comuni Multilivello diventa più evidente. Una persona può possedere inventiva, esperienza e conoscenza e il compito di utilizzarle resta personale; le condizioni attraverso cui quella capacità può diventare utile — conoscenza accessibile, luoghi di relazione, possibilità di proposta, riconoscimento, reti, infrastrutture, regole e istituzioni disponibili ad apprendere — sono però inevitabilmente comuni. E gli effetti non riguardano soltanto chi possiede quella capacità: una comunità che riesce a far emergere competenze, idee e disponibilità può generare nuove imprese, servizi, relazioni, conoscenza e capacità di risposta; una comunità che le disperde perde possibilità che avrebbero potuto produrre effetti anche per altri e per chi verrà dopo.

La relazione può essere espressa in modo semplice: l’inventiva può essere personale; le condizioni che permettono di trasformarla in contributo sono comuni; gli effetti della sua utilizzazione o della sua dispersione sono condivisi. Quando un territorio riesce inoltre a trasformare perturbazioni e incertezza in apprendimento, nuove connessioni e capacità che restano disponibili, questa generatività assume anche una direzione antifragile. Rileggere oggi il Quaderno CNEL non significa cercare in un testo del 2023 risposte già pronte ai problemi del 2026. Significa riconoscere alcune intuizioni che continuano a interrogare il presente e che possono essere sviluppate attraverso una grammatica ulteriore delle interdipendenze, delle capacità e delle responsabilità.

Un Paese cresce non soltanto quando accumula nuove risorse. Cresce anche quando diventa capace di non disperdere quelle che possiede già.

Riferimenti pubblici essenziali

Oliviero Casale e Gilda Farrell, Beni comuni multilivello. Interdipendenze, democrazia ecologica e nuove istituzioni per la decisione, Working Paper, 2026, ISBN 9791224335924 — disponibile su Amazon.

Oliviero Casale e Gilda Farrell, “I beni comuni multilivello hanno bisogno di governance”, ASviS, 9 giugno 2026.

Oliviero Casale, “I Beni Comuni Multilivello come abilitatori dell’economia sociale del futuro”, Officina0823, 7 agosto 2026.

Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, Per una Italia che cresca. Diversità, prossimità e generatività dei territori fra transizioni e diseguaglianze, a cura di Saverio Mecca, Quaderni CNEL n. 18, CNEL 2023.

Nota sulle citazioni dal Quaderno CNEL: gli estratti testuali riportati nell’articolo sono brevi e riferiti ai contributi e alle pagine indicate; la lettura attraverso i Beni Comuni Multilivello costituisce un’elaborazione dell’autore e non viene attribuita al CNEL o ai singoli autori del Quaderno.

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