WEF e ONU: minacce sempre più connesse, strumenti collettivi sempre più deboli. La mia proposta è ripartire dai beni comuni.
di Oliviero Casale, consigliere Fondazione Communia – Rete Permanente per i Beni Comuni
Le crisi sistemiche globali non nascono sempre da un solo evento catastrofico. Possono svilupparsi quando guerra, clima, economia e tecnologia si rafforzano a vicenda e nessuno riesce a interrompere la catena. Leggendo il Global Risks Report 2026 del World Economic Forum (WEF) e il Global Risk Report 2026 delle Nazioni Unite, mi colpisce soprattutto un paradosso: aumentano i rischi interconnessi proprio mentre si indeboliscono gli strumenti collettivi per prevenirli. È una questione di potere, ma anche di democrazia e di beni comuni.
Non sono profezie. Il WEF esamina 33 rischi fino al 2036; l’ONU ne considera 28 fino al 2050, valutando anche probabilità, imminenza e preparazione istituzionale. Le graduatorie non sono sovrapponibili. La convergenza, però, è significativa: nel WEF il 50% prevede un mondo turbolento o tempestoso entro due anni e il 57% entro dieci.
Geopolitica: la competizione diventa rischio sistemico
Per il WEF, il confronto geoeconomico è il rischio più grave nell’orizzonte di due anni. Tra le possibili cause di una crisi globale già nel 2026, il 18% dei rispondenti indica la contrapposizione geoeconomica e il 14% i conflitti armati tra Stati. Dazi, sanzioni, limitazioni agli investimenti e controlli sulle materie prime diventano strumenti di pressione politica. Inoltre, il 68% degli intervistati prevede entro dieci anni un ordine internazionale multipolare o frammentato.
L’ONU concentra l’attenzione sulla guerra su larga scala, salita di sedici posizioni nella classifica dell’imminenza rispetto al 2024. Il 36% degli intervistati ritiene che possa manifestarsi entro un anno e il 76% entro sette. Non sono probabilità scientifiche di una guerra mondiale, ma valutazioni soggettive: ci dicono quanto sia mutata la percezione della sicurezza.
La competizione tra potenze colpisce filiere alimentari, energia, prezzi e società. Una scelta nazionale produce effetti lontani. L’interdipendenza aumenta, mentre diminuisce la volontà di governarla insieme.
Il multilateralismo arretra proprio quando serve di più
Il WEF parla di «multipolarità senza multilateralismo»: più potere distribuito, meno regole comuni. L’ONU descrive una frattura complementare: le istituzioni sono considerate più capaci di identificare le minacce che di ridurle. Rispetto al 2024, la fiducia nella capacità di riduzione peggiora per 23 dei 28 rischi esaminati.
L’86% dei rispondenti ONU ritiene inadeguati i finanziamenti per mitigare e ridurre i rischi; il 79% giudica insufficienti quelli per la ripresa e la ricostruzione. Sono percezioni, non un rendiconto. Ma indicano che la prevenzione non ha risorse proporzionate alle minacce.
C’è anche un segnale di speranza. Interrogati sulle risposte più efficaci, i partecipanti all’indagine ONU privilegiano nettamente l’azione congiunta dei governi, seguita dalle collaborazioni con società civile e imprese. Non è la cooperazione a essere diventata inutile. È la capacità di realizzarla a essere sotto pressione. E questa contraddizione va affrontata, non accettata come inevitabile.
Crisi sistemiche globali: clima, finanza e infrastrutture
I rischi non rispettano i confini dei ministeri. Una siccità può ridurre raccolti e commerci, facendo salire i prezzi. I rincari possono aggravare le disuguaglianze e frenare la prevenzione.
Il WEF ricorda un caso concreto: la siccità del Canale di Panama nel 2023-2024 ridusse di circa un terzo i transiti navali, causando deviazioni, ritardi e rincari. È la prova che un bene naturale, l’acqua, condiziona commerci e vite anche a migliaia di chilometri di distanza.
In economia, il WEF segnala il rialzo della preoccupazione per rallentamento, inflazione e bolle speculative. L’ONU sottolinea il peso della crisi finanziaria globale e della frammentazione economica. Bilanci pubblici sotto pressione costringono a scegliere tra welfare, difesa, reti e adattamento climatico.
Per me, la sicurezza non si misura soltanto in termini militari. Una rete idrica efficiente, un territorio protetto dal dissesto, ospedali accessibili e infrastrutture energetiche robuste sono parte della sicurezza collettiva. Quando cedono, insieme ai servizi può incrinarsi la fiducia nelle istituzioni.
Il clima perde attenzione, non pericolosità
Entrambi i rapporti registrano un calo della priorità relativa dei rischi ambientali nel breve periodo. Ma la graduatoria delle preoccupazioni non è la temperatura del pianeta. Guardando al 2036, il WEF colloca ai primi tre posti per gravità eventi meteorologici estremi, perdita di biodiversità e cambiamenti critici dei sistemi terrestri. Per l’ONU, l’inazione climatica resta il rischio più importante nella valutazione combinata di probabilità e gravità.
Trovo pericolosa la politica che rincorre soltanto l’urgenza del momento. Ogni rinvio sulla tutela del suolo, dell’acqua e degli ecosistemi può aumentare i costi futuri. La sostenibilità non è un capitolo separato dalla sicurezza: è una sua condizione. Ridurla a voce sacrificabile significa preparare l’emergenza successiva.
Intelligenza artificiale: più potere, poca governance
Il WEF colloca la disinformazione al secondo posto per gravità nei prossimi due anni e la cybersicurezza al sesto. I possibili esiti negativi dell’intelligenza artificiale passano dal trentesimo posto a due anni al quinto a dieci anni. L’ONU registra una crescente preoccupazione per AI, tecnologie emergenti e concentrazione del potere tecnologico, mentre giudica debole la preparazione multilaterale.
Non considero la tecnologia una minaccia in sé. Temo piuttosto che avanzi più velocemente della nostra capacità democratica di governarla. Algoritmi opachi, manipolazione dell’informazione, concentrazione del mercato, effetti sul lavoro e applicazioni militari possono amplificare fragilità già esistenti. Inoltre, il digitale dipende da acqua, suolo, energia e materie prime.
Perciò parlo di beni comuni digitali: conoscenza, informazione affidabile, dati protetti e sistemi interoperabili. Come ho già osservato parlando della governance dell’intelligenza artificiale, non possiamo affidare queste scelte soltanto al mercato o alla competizione tra potenze. Servono controllo umano, trasparenza e partecipazione.
Disuguaglianze e coesione sociale: chi paga le crisi?
Il WEF identifica la disuguaglianza come il rischio maggiormente interconnesso: può amplificare disoccupazione, sfiducia e polarizzazione. Nella rete dell’ONU sono soprattutto tensioni geopolitiche, guerra e cedimento dello stato di diritto a occupare il centro; disuguaglianze, migrazioni e perdita di coesione compaiono in larga parte come conseguenze. Metodi diversi, ma effetti sociali convergenti.
Una famiglia senza risparmi affronta peggio i rincari. Un’area interna con servizi fragili soffre di più un’interruzione dell’acqua o dell’energia. Una comunità esclusa dalle opportunità digitali rischia di pagare la trasformazione senza riceverne i benefici. La resilienza non è distribuita in modo uguale: dipende dall’accesso ai beni essenziali e dalla possibilità di partecipare alle decisioni.
Quattro percorsi che possono alimentare la guerra
Un passaggio del rapporto ONU mi sembra decisivo. Attraverso il backcasting, una ricostruzione a ritroso di uno scenario ipotetico e non una previsione, il documento esplora i passaggi che potrebbero condurre a una guerra su larga scala. Alla base delle tensioni geopolitiche individua quattro fattori: scarsità di risorse naturali, frammentazione economica, disinformazione e indebolimento delle istituzioni multilaterali.
Per ciascuno esiste un possibile antecedente: inazione climatica per le risorse, crisi finanziaria per l’economia frammentata, AI per la disinformazione, declino dello stato di diritto per il collasso delle istituzioni multilaterali. Non è un destino obbligato.
Ne traggo una convinzione: prevenire la guerra significa agire anche dove non si parla di armi. Significa governare acqua e clima, ridurre vulnerabilità economiche, difendere informazioni affidabili e rafforzare il diritto. La pace si costruisce anche nella gestione di ciò che condividiamo.
Beni comuni: una governance capace di prevenire
Personalmente sostengo che sia insufficiente una lettura solo tecnica del rischio. Acqua, suolo, ecosistemi, salute, conoscenza e servizi essenziali sono condizioni della vita collettiva. Richiedono responsabilità pubblica, accesso equo e partecipazione democratica, non soltanto gestione dell’emergenza.
Le crisi sistemiche mostrano che viviamo in una rete di interdipendenze ecologiche, sociali, economiche e tecnologiche. Non basta riconoscere che i rischi sono connessi: persone, comunità e territori dipendono gli uni dagli altri e dagli ecosistemi che sostengono la vita. Governare queste interdipendenze significa assumere responsabilità anche per le conseguenze delle nostre scelte su altri territori e sulle generazioni future.
Per questo considero la cura del vivente un principio dell’azione pubblica. Non significa soltanto prevenire le emergenze o riparare i danni, ma custodire e rigenerare acqua, suolo, biodiversità, salute, relazioni sociali e servizi essenziali. La cura non può essere delegata alla buona volontà individuale: richiede politiche finanziate, responsabilità istituzionali e partecipazione democratica. I beni comuni sono il terreno concreto sul quale trasformare l’interdipendenza in cooperazione e la cura in responsabilità collettiva.
Non intendo sostituire lo Stato con il volontariato, né trasferire alle comunità oneri che spettano alle istituzioni. Propongo una governance multilivello dei beni comuni: accordi internazionali per le minacce transfrontaliere, politiche nazionali finanziate, coordinamento regionale e decisioni locali aperte ai cittadini, con responsabilità verificabili. Questo modello non elimina i rischi, ma permette di riconoscere prima le vulnerabilità e di intervenire sulle loro connessioni: una crisi dell’acqua, per esempio, riguarda contemporaneamente ambiente, salute, attività economiche e coesione sociale. Coordinare competenze, risorse e decisioni può impedire che un problema locale produca effetti a catena.
Il WEF valorizza espressamente la resilienza locale e le forme di governance guidate dalle comunità. L’ONU indica governance debole, scarso consenso politico e mancanza di fiducia tra gli ostacoli principali. Partecipare serve a conoscere le vulnerabilità e rendere più giuste le scelte.
Dalla diagnosi ai fatti: le mie proposte
Propongo anzitutto investimenti stabili nella prevenzione, con indicatori pubblici e verificabili. Dovremmo sapere quanto si spende per ridurre il rischio prima di un disastro, non solo quanto si spende dopo. Manutenzione delle reti idriche, adattamento climatico, sanità territoriale e continuità dei servizi devono entrare nei bilanci come priorità misurabili.
Servono poi patti territoriali di resilienza. Comuni, regioni, università, associazioni e gestori dei servizi possono condividere mappe delle vulnerabilità, dati accessibili, sistemi di allerta e verifiche periodiche. Ogni patto dovrebbe indicare interventi prioritari, risorse disponibili, soggetti responsabili, scadenze e risultati da verificare pubblicamente. I cittadini devono partecipare; le istituzioni devono finanziare e attuare le scelte. Questi patti non dovrebbero creare nuovi apparati burocratici, ma collegare strumenti e competenze già esistenti, spesso separati. La loro efficacia andrebbe misurata sulla riduzione delle vulnerabilità e sulla continuità dei servizi essenziali.
Propongo inoltre standard digitali aperti, protezione dei dati personali, controlli sugli strumenti di AI utilizzati nei servizi pubblici ed educazione critica all’informazione. E chiedo una cooperazione effettiva tra livelli istituzionali: le crisi attraversano i confini amministrativi e i territori più fragili hanno bisogno di solidarietà finanziaria e competenze condivise.
Infine, ogni strategia dovrebbe rispondere a tre domande: chi beneficia della protezione, chi rimane esposto e chi partecipa alle decisioni? Senza giustizia sociale, anche l’intervento tecnicamente migliore può produrre nuove disuguaglianze.
La sicurezza del futuro è una responsabilità condivisa
WEF e ONU non dicono che una crisi sistemica sia inevitabile. Mostrano quanto sia pericoloso il divario tra minacce interdipendenti e istituzioni frammentate. Non basta prevedere meglio: dobbiamo rafforzare gli strumenti collettivi di prevenzione e tutelare le condizioni materiali e immateriali della convivenza. La cooperazione internazionale deve affrontare le cause globali; la governance territoriale deve ridurre le vulnerabilità concrete. Entrambe devono riconoscere le interdipendenze e assumere la cura del vivente come criterio delle scelte pubbliche.
La cooperazione non è un lusso dei tempi tranquilli. Per me è il primo bene comune da difendere nei tempi difficili. Trattare ogni territorio come un’isola ci rende più vulnerabili. Se trasformeremo l’interdipendenza in responsabilità democratica, potremo contenere gli shock prima che diventino crisi sistemiche globali.
Fonti: WEF, Global Risks Report 2026; ONU, Global Risk Report 2026, Beni Comuni Multilivello

