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voto risoluzione onu clima
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20 maggio 2026, clima e diritto internazionale. L’ONU rafforza il parere della Corte internazionale di giustizia

3 mesi fa

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di Oliviero Casale, consigliere Fondazione Communia – Rete Permanente per i Beni Comuni

Il 20 maggio 2026 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione destinata a incidere in modo rilevante sul rapporto tra clima e diritto internazionale, rafforzando il significato del parere consultivo reso nel 2025 dalla Corte internazionale di giustizia sugli obblighi degli Stati in materia di cambiamento climatico. Con 141 voti favorevoli, 8 contrari e 28 astensioni, la comunità internazionale ha inviato un messaggio chiaro, secondo cui la risposta alla crisi climatica non può essere considerata soltanto una scelta politica rimessa alla discrezionalità dei governi, ma deve essere letta anche alla luce degli obblighi giuridici che derivano dal diritto internazionale.

La risoluzione, promossa da Vanuatu insieme ad altri Paesi, assume un valore particolare perché si colloca dentro un percorso avviato dai Paesi insulari del Pacifico e dai giovani, che hanno chiesto alle istituzioni multilaterali di chiarire in che modo il diritto internazionale esistente si applichi alla crisi climatica. Proprio da questa iniziativa è nata la richiesta, formulata all’unanimità dall’Assemblea generale nel marzo 2023, di un parere consultivo alla Corte internazionale di giustizia, chiamata a pronunciarsi sugli obblighi degli Stati rispetto alla protezione del sistema climatico globale.

Clima e diritto internazionale nella crisi climatica

Il punto centrale della risoluzione riguarda la progressiva qualificazione giuridica dell’azione climatica. La Corte internazionale di giustizia ha chiarito che gli Stati hanno obblighi nella protezione dell’ambiente rispetto alle emissioni di gas a effetto serra e che tali obblighi richiedono diligenza, cooperazione e urgenza per prevenire danni significativi al sistema climatico globale. Anche se il parere consultivo non ha la stessa forza vincolante di una sentenza pronunciata in una controversia tra Stati, esso possiede un rilevante valore giuridico, politico e morale, perché contribuisce a chiarire il contenuto del diritto internazionale e a orientare le future decisioni degli Stati.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha definito la risoluzione una potente affermazione del diritto internazionale, della giustizia climatica e della scienza. Questo richiamo è particolarmente importante perché sposta il dibattito climatico da una dimensione esclusivamente politica o economica a una dimensione più ampia, nella quale la protezione del clima viene collegata alla tutela delle persone, delle comunità e dei diritti fondamentali.

Giustizia climatica e responsabilità degli Stati

La risoluzione dell’Assemblea generale ONU rafforza il messaggio secondo cui gli Stati devono adottare tutte le misure possibili per evitare danni significativi al clima e all’ambiente, comprese le emissioni prodotte all’interno dei propri confini, e devono dare seguito agli impegni assunti nell’ambito dell’Accordo di Parigi. Il tema non riguarda quindi soltanto la riduzione delle emissioni, ma anche il modo in cui le politiche climatiche incidono sul diritto alla vita, alla salute e a un adeguato tenore di vita.

Il riferimento alla giustizia climatica evidenzia una delle contraddizioni più profonde della crisi attuale, perché i Paesi e le comunità che hanno contribuito meno alle emissioni storiche sono spesso quelli che subiscono gli effetti più gravi del riscaldamento globale. L’innalzamento del livello del mare, gli eventi meteorologici estremi, la perdita di territori abitabili, l’insicurezza alimentare, idrica e sanitaria dimostrano che la crisi climatica non colpisce tutti allo stesso modo e che la responsabilità internazionale deve tenere conto delle disuguaglianze tra chi ha prodotto maggiormente il problema e chi ne sopporta le conseguenze più pesanti.

Il ruolo dei Paesi del Pacifico

Il contributo dei Paesi insulari del Pacifico conferisce a questo passaggio una forza ulteriore, perché mostra come comunità particolarmente esposte agli effetti del cambiamento climatico abbiano saputo trasformare la propria vulnerabilità in iniziativa giuridica, diplomatica e politica. La richiesta di chiarezza rivolta alla Corte internazionale di giustizia non nasceva da un esercizio astratto, ma dall’esigenza concreta di dare fondamento giuridico a una domanda di protezione, equità e responsabilità condivisa.

Il comunicato del Coordinatore residente delle Nazioni Unite per Fiji, Isole Salomone, Tonga, Tuvalu e Vanuatu sottolinea proprio questo aspetto, ricordando che per il Pacifico la risoluzione ha un significato specifico, perché riflette un cammino iniziato da giovani e governi della regione, impegnati a ottenere chiarezza giuridica attraverso le istituzioni multilaterali. In questa prospettiva, l’Assemblea generale non si limita a prendere atto del parere della Corte, ma riconosce il valore di un percorso costruito attraverso cooperazione, equità e responsabilità condivisa.

Dalla responsabilità climatica alla transizione energetica

Uno dei passaggi più concreti riguarda la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. Secondo Guterres, la strada verso la giustizia climatica passa attraverso una trasformazione rapida, giusta ed equa, capace di ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e di accelerare l’adozione delle energie rinnovabili, ormai riconosciute come una delle forme di energia più economiche e sicure.

Il mantenimento dell’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali resta possibile, ma richiede decisioni coerenti, tempestive e misurabili. La risoluzione contribuisce quindi a rafforzare il quadro entro il quale gli Stati dovranno costruire le proprie politiche climatiche, energetiche e industriali, sapendo che la mancata azione può assumere anche un rilievo giuridico e non soltanto politico.

Un passaggio che può incidere sulle politiche future

Il significato della risoluzione non si esaurisce nel voto dell’Assemblea generale, ma si inserisce in un processo più ampio di progressiva giuridicizzazione della responsabilità climatica, destinato a incidere sulle strategie nazionali di decarbonizzazione, sulle politiche energetiche, sugli investimenti pubblici e privati, sulle decisioni industriali e sulle future controversie climatiche. La crisi climatica viene così sempre più chiaramente ricondotta al campo della responsabilità, della cooperazione internazionale e della protezione effettiva delle condizioni che rendono possibile la vita delle persone e delle comunità.

In questa prospettiva, il rapporto tra clima e diritto internazionale diventa sempre più centrale, perché gli Stati non possono più trattare il cambiamento climatico come un problema rinviabile o come un costo da bilanciare genericamente con altri interessi. La protezione del clima, dell’ambiente e delle generazioni presenti e future assume progressivamente la forma di un obbligo comune, fondato sulla cooperazione, sulla responsabilità e sulla consapevolezza che la giustizia climatica è ormai parte essenziale della giustizia internazionale.

La decisione vista dalla Valle del Garigliano

Vista dalla Valle del Garigliano, questa decisione non riguarda soltanto i grandi scenari della diplomazia internazionale o le responsabilità astratte degli Stati, ma richiama direttamente il modo in cui ogni territorio vive, subisce e può contribuire ad affrontare la crisi climatica. Anche una valle attraversata da un fiume, da ecosistemi agricoli, aree naturali, paesaggi storici, attività produttive e comunità locali percepisce ormai con chiarezza che il cambiamento climatico non è un fenomeno lontano, perché incide sulla qualità dell’aria, sulla disponibilità dell’acqua, sulla fertilità dei suoli, sulla sicurezza idrogeologica, sulla biodiversità e sulle condizioni concrete dell’abitare. In questa prospettiva, il rapporto tra clima e diritto internazionale diventa anche una questione territoriale e di beni comuni, perché l’acqua, il suolo, il paesaggio, la biodiversità, l’aria e gli ecosistemi locali non possono essere considerati soltanto risorse da utilizzare, ma condizioni condivise di vita, salute, sicurezza e futuro. Per la Valle del Garigliano, come per tanti territori italiani che custodiscono insieme fragilità ambientali e potenzialità di sviluppo sostenibile, il messaggio che arriva dalle Nazioni Unite è quindi molto chiaro: la tutela del clima non può essere rinviata, né trattata come un tema separato dalla salute, dall’agricoltura, dall’energia, dalla cura del paesaggio, dalla responsabilità verso le nuove generazioni e dal bene comune delle comunità locali.

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