Da Lauro di Sessa Aurunca, la lingua della comunità come memoria viva e responsabilità condivisa
di Oliviero Casale
Ci sono luoghi dai quali ci si può allontanare senza riuscire mai davvero a separarvisi. Lauro di Sessa Aurunca, nella Valle del Garigliano, è uno di questi luoghi. E il dialetto laurese è una delle forme attraverso cui continua a vivere anche quando si è lontani.
Il paese resta nei ricordi, nei gesti quotidiani, nei sapori dell’infanzia. Ma soprattutto resta nelle parole: quelle ascoltate da bambini, pronunciate dai nonni, ripetute nelle case, nei cortili e lungo le strade. Parole che una traduzione può spiegare, senza sempre restituirne il suono, l’ironia o la familiarità.
Il dialetto laurese appartiene a questa geografia intima. Non è una versione imperfetta dell’italiano, né soltanto un elenco di vocaboli pittoreschi. Ha forme, costruzioni e modi di dire che raccontano rapporti fra persone, mestieri, feste, stagioni e luoghi.
È una lingua della vita comunitaria, anche quando una parte del suo repertorio viene affidata soprattutto ai ricordi.
Ed è proprio qui che il dialetto incontra un concetto al quale ho cercato di dare un nome: l’originanza.
Originanza: vivere lontano da Lauro senza perdere le proprie radici
Nell’articolo La doppia appartenenza: vivere altrove, pensare da due luoghi, già pubblicato su Officina0823, ho spiegato che l’originanza non è il semplice rimpianto di un luogo lasciato.
È il legame durevole con il territorio d’origine che continua ad agire anche quando si vive altrove. Una doppia appartenenza capace, nella sua espressione più matura, di generare conoscenza, relazioni e valore tanto nel luogo in cui si è costruita la propria vita quanto in quello da cui si proviene.
So che cosa significa, perché vivo da molti anni lontano da Lauro, dove ho trascorso una parte intensa della mia giovinezza.
I miei genitori sono stati entrambi insegnanti e hanno lavorato a lungo tra Lauro e San Castrese. La storia della nostra famiglia è rimasta intrecciata con quella di queste comunità.
A volte, per dire quanto un luogo continui ad appartenerci, la sua stessa parlata sembra più vicina di qualsiasi spiegazione.
Ho provato a esprimere questo sentimento con una frase personale, usando parole e grafie della tradizione laurese:
«Pure se stongo fore paese, ro Laoro ro tengo sempe rendo a ro core.»
Vale a dire: «Anche se vivo lontano dal paese, Lauro lo porto sempre nel cuore».
Non è un proverbio né una citazione di un autore locale. È una frase mia, un modo di affidare al laurese un sentimento che l’italiano può spiegare, ma al quale la voce dell’infanzia dà un timbro diverso.
Non pretende di rappresentare l’unico modo possibile di parlare nel paese.
Questa frase racconta soprattutto un sentimento. L’originanza, però, non si esaurisce nel conservare un paese dentro di sé.
È un’appartenenza che continua a prendere forma nel presente: nel modo di guardare le persone, di riconoscere ciò che abbiamo ricevuto e di attribuire valore ai legami che resistono alla distanza.
Il dialetto laurese nelle parole e nei ricordi della comunità
Nella presentazione della raccolta di canzoni lauresi Laoro bieglio, Laoro caro, don Valentino Simoniello riporta un’espressione che condensa una dimensione diversa e complementare dell’appartenenza:
«Stammo rend’a ro Laoro e se sapemo.»
Siamo a Lauro e ci conosciamo.
In queste poche parole si ritrova qualcosa che va oltre la semplice familiarità. Nel riconoscersi per nome, per voce e per storia c’è un sapere che non compare sulle carte amministrative.
Le parole custodiscono vicinati e soprannomi, l’ironia che unisce e talvolta punge, il modo in cui una comunità si percepisce e si racconta.
I racconti di Franco D’Addeo, con pseudonimo di Franco Sollyman, restituiscono altri frammenti della vita collettiva del paese. In Il Cinema a Lauro si legge:
«Ro cinema è sempe stato cino re gente, a cumincià ra me.»
Il cinema, ricordato come luogo di ritrovo, riappare attraverso chi lo frequentava.
Non è soltanto la memoria di un edificio o di uno spettacolo: è quella delle persone che si davano appuntamento, delle abitudini condivise, del paese che si incontrava.
In questo modo il dialetto laurese conserva non soltanto nomi e vocaboli, ma anche relazioni umane.
Custodire il dialetto laurese senza fermarlo nel passato
Non tutte queste espressioni hanno oggi la stessa vitalità.
Alcune continuano a circolare nella conversazione, altre sopravvivono soprattutto nei racconti e nelle pagine degli autori locali. Altre ancora potrebbero conoscere usi diversi secondo l’età, la famiglia o la frazione.
Scambiare la scrittura di un autore per la pronuncia uniforme di un intero paese significherebbe impoverire proprio la pluralità che si vuole conoscere.
Per questo custodire il dialetto non vuol dire congelarlo, imporre una grafia unica o contrapporlo all’italiano.
Vuol dire riconoscerne il valore nelle situazioni in cui la comunità si ritrova: nelle conversazioni, nei canti, nelle feste e nei racconti.
Nessuno possiede da solo queste parole. Ciascuno può contribuire a mantenerle vive senza cancellarne le differenze.
La memoria linguistica, del resto, non si conserva soltanto nelle pagine di un libro. Continua a esistere anche nelle persone che ricordano, interpretano, raccontano e trasmettono ciò che hanno ricevuto.
Lauro, le tradizioni popolari e le parole della vita quotidiana
Un esempio concreto emerge dallo studio di Nadia Ciampaglia sulle rappresentazioni carnevalesche dell’area aurunca.
Fra le persone che hanno collaborato alla ricerca compare Fabio Del Mastro, presidente del gruppo folklorico I Figli di Lauro.
Per allestire una rappresentazione della farsa Ri paisi, Del Mastro utilizzò un dattiloscritto e vi apportò personalmente correzioni linguistiche, adeguando fra l’altro alcune forme all’uso laurese.
Ciampaglia gli attribuisce inoltre la segnalazione di
«ro tiano a quatto manici»,
il grande recipiente adoperato nelle occasioni festive per preparare il ragù.
È un esempio preciso di come la memoria linguistica viva nelle persone che custodiscono testi, oggetti e consuetudini e li rendono nuovamente condivisibili.
Un recipiente, una preparazione collettiva, una rappresentazione popolare possono così diventare occasioni per ritrovare parole che appartengono alla vita di una comunità.
Il dialetto, in questo senso, non è una collezione di termini isolati.
È una pratica di relazione: tra anziani e giovani, tra chi abita il paese e chi lo porta con sé altrove, tra la vita quotidiana e i momenti in cui la comunità si ritrova.
Lauro e la Valle del Garigliano: una geografia che si ascolta
Una comunità non conserva la propria memoria soltanto restaurando edifici o valorizzando paesaggi.
Può farlo anche dando ascolto alle parole con cui ha imparato a chiamare le cose e a riconoscere le persone.
Nella Valle del Garigliano, dove i confini politici non hanno mai esaurito la trama dei rapporti umani, il laurese aiuta a leggere una geografia che non si vede, ma si ascolta.
Ogni parola può richiamare una persona, una strada, un incontro o un’abitudine. E ciò che sembra appartenere soltanto al passato può tornare a essere un modo per riconoscersi nel presente.
Non voglio riportare Lauro a com’era nella mia giovinezza, né chiedere alle sue parole di restare immobili.
L’origine non è una fotografia: è una presenza che cambia insieme a chi parte e a chi rimane.
Ciò che ho ricevuto dal paese continua ad accompagnarmi nel presente, non come un passato da ripetere, ma come un legame capace di dare senso anche a ciò che verrà.
Questa è forse la responsabilità più importante che nasce dall’originanza: non limitarsi a ricordare il luogo da cui proveniamo, ma continuare a riconoscere il valore delle persone, delle parole e delle relazioni che lo rendono vivo.
Anche se vivo lontano, Lauro non è rimasto alle mie spalle. È nel modo in cui guardo le cose, riconosco gli altri e immagino il futuro. Questa, per me, è l’originanza.

