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gomorra e mare fuori
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Altro che fiction: Gomorra e Mare Fuori, casting tra criminali veri. Arrestato il padre di Danielino, la Campania affondata da serie che spacciano degrado come intrattenimento

9 mesi fa

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Pasquale Sacchettino, padre di Vincenzo Sacchettino,l’attore di “Danielino” in Gomorra, è stato arrestato con cocaina e un sistema di sorveglianza per eludere i controlli. L’ennesimo tassello di una vergogna annunciata: attori scelti tra pregiudicati, minorenni diventati simboli criminali, fiction che hanno trasformato la camorra in un brand e il carcere minorile in una soap patinata. Gomorra e Mare Fuori non hanno raccontato il disagio: l’hanno sfruttato, romanzato e venduto come cultura. E intanto la Campania paga il conto, tra reputazione distrutta e ragazzi che imparano il copione della delinquenza prima ancora della grammatica. Lo stesso figlio di Sacchettino, Vincenzo, alias Danielino, è stato arrestato più volte per droga e armi. Marco Macor, noto per la scena sul lago nel film Gomorra, finito in carcere per truffe agli anziani. Salvatore Abbruzzese, Salvatore Russo, Pjamaa Azize, Nicola Battaglia, Marcello D’Angelo, Giovanni Venosa, Bernardino Terracciano: arresti, condanne, legami con clan, omicidi, estorsioni, droga. Un cast più adatto a un’aula di tribunale che a un set cinematografico. Eppure, sono diventati volti noti della serie che ha contribuito a marchiare Napoli e la Campania come terre senza riscatto. Per anni si è parlato di “realismo”. Ma questo realismo è degenerato in una fiction tossica, dove la camorra non viene raccontata per combatterla, ma viene spettacolarizzata per vendere. Non si spiega altrimenti perché nessuno, né in Rai né a Sky né nelle istituzioni locali, abbia mai pensato di fermare questo disastro culturale. Gomorra non ha raccontato la verità: l’ha deformata, romanzata, resa moda, riducendo un’intera regione a cartolina criminale. Il risultato? Il Nord guarda il Sud con ancora più diffidenza. E tanti giovani meridionali iniziano a pensare che, tutto sommato, quello sia l’unico futuro possibile. Poi è arrivata Mare Fuori. Cambia il tono, non la sostanza. Carcere minorile, ragazzi dentro per spaccio, omicidi, violenza. Tutto raccontato come fosse un grande palcoscenico emotivo, condito da storie d’amore, canzoni e drammi adolescenziali. Ma resta un punto: Nisida, dove la serie è ambientata, viene rappresentata come un luogo dove lo Stato non comanda, dove i giovani detenuti continuano a fare quello che vogliono. Ed è gravissimo che nessuno all’interno dell’Istituto penale minorile abbia detto basta a questa narrazione. Perché non è fiction: è danno. Chi guarda queste serie non vede mai un’alternativa alla delinquenza. Non vede scuole che funzionano, educatori che riescono, famiglie che resistono. Vede solo il crimine come punto di partenza e punto d’arrivo. Così si forma un immaginario deformato, che entra nelle scuole, nelle case, nei telefoni dei ragazzi. E li spinge a imitare, non a riflettere. La camorra esiste, ha fatto e fa danni veri. Ma non è l’unica faccia del Sud. Raccontare solo quella, e farlo con attori che spesso ne fanno parte davvero, non è denuncia: è complicità. È vendere il dolore al miglior offerente. Serve coraggio per dirlo: Gomorra è stata una vergogna, e Mare Fuori rischia di esserlo. Altro che “valorizzazione del territorio”. Qui si è venduto il Sud come una fogna senza via d’uscita. E ci si è pure guadagnato sopra.

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