
I profili fake sui social spuntano come funghi. Sembrano forti solo perché nascosti. Scrivono, giudicano, colpiscono e poi spariscono nell’anonimato. C’è chi non ha il coraggio di metterci la faccia e trova rifugio in un nome inventato. E c’è chi per ruolo non può esporsi e usa l’alter ego digitale per scaricare una rabbia che nasce dalla solitudine e dall’amarezza. Sono vite che cercano una valvola e la trovano lì, dentro un commento che dura un minuto. Il problema è che queste maschere durano poco. Si tradiscono da sole. Basta un like di troppo, un termine da fan di casa, una difesa goffa messa lì per proteggere qualcuno che ha bisogno di scudi. Il risultato è sempre lo stesso: la finta identità cade senza troppa fatica. E poi c’è il punto più amaro. Con questi profili falsi si prova a ripulire la misoginia di qualche protetto, facendolo passare per difensore delle donne. Ma chi sa leggere tra le righe lo vede subito. Soprattutto in questo ultimo mese dove le donne sono state usate solo per portare acqua al mulino del misogino. Una strumentalizzazione triste, fatta da chi pensa che un profilo inventato basti per cambiare la realtà. Ma la realtà non si trucca con un alias. E qui sta la parte che dovrebbe farci fermare un secondo. I social non sono solo vetrine. Sono specchi. Ci mostrano chi siamo davvero, anche quando proviamo a nasconderci. Se hai bisogno di un nome finto per dire ciò che pensi, il problema non è Facebook. Il problema sei tu. Un volto vero pesa più di mille maschere. Un’opinione detta con nome e cognome ha dignità. Un commento scritto dietro un travestimento digitale è solo rumore. E allora la domanda finale è semplice: siamo diventati spettatori di maschere o persone che scelgono di parlare con la propria voce? Perché alla fine resta una verità che non si può aggirare. Le maschere proteggono solo dalla responsabilità. Non dalla verità. E quella, prima o poi, arriva sempre.



