di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano
Nel lessico dell’Italia contemporanea, soprattutto quando si parla di aree interne, migrazioni e paesi svuotati, la parola restanza ha assunto un peso speciale. Non indica semplicemente il fatto di restare, ma una scelta più profonda: rimanere nel proprio luogo d’origine non per inerzia o rassegnazione, bensì per custodirlo, reinventarlo, riaprirlo al futuro. L’Accademia della Crusca ricostruisce bene questa fortuna recente del termine e ricorda come Vito Teti l’abbia definita non come debolezza o eroismo, ma come una condizione che può diventare “modello di essere”, una vocazione inquieta, consapevole, non subalterna. Restare, in questa prospettiva, significa perfino sperimentare il paradosso di sentirsi “fuori luogo” pur non essendosi mai mossi.
La restanza, dunque, non è immobilità. È un atto di presenza. È il tentativo di opporsi allo svuotamento materiale e simbolico dei luoghi, di trasformare il legame con il territorio in cura, progetto, responsabilità. Non a caso la parola è stata adottata anche in contesti sociali, culturali e persino di sviluppo locale, come segno di una volontà di rigenerazione dei territori marginali.
Ma la storia italiana, e soprattutto la storia meridionale, non è fatta solo di chi resta. È fatta anche di chi parte. Qui entra in scena la parola spartenza, termine denso, doloroso, più profondo della semplice “partenza”. In uno studio dedicato alla grande emigrazione, Carmela Maria Spadaro mostra come spartenza non designi soltanto l’andare via, ma una separazione radicale da affetti, luoghi, oggetti, abitudini e perfino da ciò che si era stati fino a quel momento. Nei canti popolari, la spartenza è un trauma: chi parte si “sparte”, si divide, si disperde nel mondo, come il seme lanciato lontano. Il termine rimanda infatti alla dispersione, alla solitudine, a una lacerazione quasi irreversibile.
I canti di spartenza condensano questo dramma con una forza che nessun lessico burocratico potrebbe restituire. In uno dei versi citati da Spadaro si legge: “Iò partu e lassu stu filici locu, ma lu me’ cori resta ‘cca cu tia…”; parto e lascio questo luogo felice, ma il mio cuore resta qui con te. In questi versi è già contenuto tutto: il corpo si allontana, ma il cuore no. La vita si divide tra necessità dell’andare e desiderio del restare. Per questo Spadaro può scrivere che spartenza e restanza sono le due dimensioni dell’anima entro cui si snoda la vicenda dell’emigrazione.
Eppure, proprio qui si apre uno spazio ulteriore di riflessione. Per molto tempo abbiamo pensato il fenomeno migratorio o di chi abbandona i paesi di origine entro una coppia oppositiva: da una parte chi resta, dall’altra chi parte. Ma questa distinzione, pur utile, non basta. Non basta perché ci sono persone che sono partite da anni, a volte da decenni, e tuttavia continuano a vivere in un rapporto intenso, permanente, costitutivo con il proprio luogo d’origine. Non vi abitano più fisicamente, ma continuano ad abitarlo interiormente. Non lo amministrano con la presenza quotidiana, ma lo portano dentro come una geografia affettiva, morale, simbolica.
La stessa esperienza migratoria raccontata da Spadaro va in questa direzione. L’emigrato, osserva l’autrice, spesso finisce per vivere in una condizione sospesa: considera l’Italia la propria homeland, il paese d’origine a cui si resta legati e verso cui si ritorna periodicamente, ma al tempo stesso sviluppa un’appartenenza anche alla nuova patria. Ne deriva una doppia tensione: due patrie, due immaginari, due fedeltà, senza sentirsi del tutto a casa in nessuna delle due. L’origine, allora, non scompare; si trasforma in presenza interiore, in richiamo persistente, in appartenenza che non si lascia sciogliere dalla distanza.
Ed è proprio per nominare questa condizione che si può proporre un nuovo termine: originanza.
Originanza non è la restanza di chi rimane, né la spartenza di chi si separa. È qualcosa di diverso e ulteriore: è la persistenza dell’origine nella vita di chi è partito. È il legame che dura nonostante la distanza, la continuità affettiva e simbolica con il luogo da cui si proviene, anche quando la biografia si è svolta altrove. Se la restanza è l’arte del restare, e la spartenza è il dolore del partire, l’originanza è l’esperienza di continuare a essere dell’origine anche fuori dall’origine.
Si potrebbe dunque coniare così il termine:
originanza s.f.
Legame durevole con il luogo d’origine che permane anche dopo essersene allontanati e che si esprime nella capacità di generare valore sia nel luogo in cui si vive sia in quello d’origine.
(Neologismo coniato da Oliviero Casale)
La forza di questa parola sta nel fatto che non coincide con la nostalgia. La nostalgia guarda soprattutto al passato e al rimpianto; l’originanza, invece, indica una relazione ancora attiva. Non è solo memoria di ciò che è stato, ma permanenza di ciò che continua a formare l’identità. Non è semplice malinconia del ritorno impossibile; è fedeltà profonda a una provenienza che continua a parlare dentro la persona, a orientarne i gesti, la lingua, i ricordi, perfino le scelte.
In questo senso, bene la condizione di tante persone che vivono lontano dal proprio luogo d’origine. Donne e uomini che hanno costruito altrove la loro casa, il loro lavoro, i loro figli, ma che hanno continuato a misurare il tempo sui riti del paese, sulle feste patronali, sui lutti e sui ritorni, sui sapori e sulle parole dell’infanzia. Anche quando diventano “americani”, “canadesi”, “australiani”, restano attraversati da un’origine che non smette di interrogarli. E perfino quando il ritorno mette in crisi l’identità, rendendoli stranieri in patria, il legame con quel luogo non si spezza: semmai si fa più complesso, più sofferto, più vero.
L’originanza permette allora di uscire da una semplificazione. Non esistono solo i restanti e i partenti. Esistono anche coloro che, pur essendo partiti, non si sono mai del tutto separati. Persone il cui corpo ha attraversato mari, confini, continenti, ma la cui interiorità continua a tornare, a custodire, a risuonare con il luogo d’origine. In loro, l’origine non è un punto lasciato alle spalle: è una presenza che accompagna.
Nell’originanza sopravvivono i ricordi dell’infanzia come una seconda patria interiore: una strada, un cortile, un odore di cucina, il suono di una campana, una parola detta in dialetto bastano a riaprire il luogo d’origine dentro chi è partito. Ma non è solo memoria. È una forma di ambidestria del sentire e del pensare: si sta altrove, eppure una parte di sé continua a ragionare come se fosse ancora lì. Il mondo viene letto da una doppia soglia, attraverso una doppia appartenenza, e il paese lasciato non smette di essere una misura segreta del tempo, delle relazioni, delle emozioni.
Se volessimo disporre queste tre parole in una piccola costellazione concettuale, potremmo dirlo così: restanza è il legame di chi resta; spartenza è la lacerazione di chi parte; originanza è la permanenza dell’origine in chi, pur essendo partito, continua ad appartenerle. La prima riguarda il presidio del luogo, la seconda il trauma della separazione, la terza la fedeltà che sopravvive alla distanza.
Coniare una parola non significa soltanto inventare un suono nuovo. Significa riconoscere un’esperienza che esisteva già ma non aveva ancora trovato il suo nome. Originanza può servire proprio a questo: a dare dignità linguistica e concettuale a quella forma di appartenenza profonda per cui si vive altrove, ma non si smette mai davvero di venire da un luogo. E forse, in tempi di mobilità continua, identità plurime e geografie spezzate, nominare questa condizione diventa un modo per comprenderla meglio.
Perché c’è chi resta, c’è chi parte, e c’è anche chi, pur essendo partito, continua a portare dentro di sé la casa da cui è venuto. Questa, appunto, è l’originanza.

