
Nel 2015, nell’area della ex Pozzi di Calvi Risorta, gli scavi riportarono alla luce ciò che per anni era rimasto nascosto sotto terra: rifiuti industriali, sostanze tossiche, tracce di un inquinamento profondo e stratificato. In quel contesto Gaetano Fisicaro, tossicologo ambientale e autore del progetto fotografico Sangue Nero, documentò da vicino uno dei casi più emblematici di contaminazione del territorio nel sud Italia.
In questa intervista ripercorriamo con lui quei momenti, tra memoria visiva e reportage, per comprendere cosa è stato visto allora e cosa resta oggi di quella realtà. Le sue parole restituiscono un racconto che intreccia fotografia, ricerca e testimonianza, accompagnato da immagini inedite realizzate all’epoca.
Nel 2015 lei fotografò gli scavi nell’area della ex Pozzi di Calvi Risorta mentre lavorava al progetto fotografico Sangue Nero. Cosa l’ha portata alla Ex Pozzi? Che tipo di paesaggio si trovò davanti e qual è stata la prima immagine che le è rimasta impressa? In ciò che vide quel giorno riconobbe qualcosa che aveva già incontrato altrove nei suoi studi o nel suo lavoro?
Il progetto Sangue Nero nasceva dalla volontà di raccontare ciò che “scorre sotto la terra e che sta avvelenando tutto quello che ci vive sopra, attorno e sotto”. Quando emerse la notizia della discarica interrata nell’area della ex Pozzi, fu naturale per me raggiungere quel luogo: rappresentava in modo quasi emblematico il tema che stavo indagando. La scena che trovai fu di una crudezza assoluta: ruspe e forze dell’ordine scavavano buche profonde, e nelle stratificazioni veniva fuori quanto seppellito, dai semplici buste di plastica a fusti di solventi e chimici. Era la prima volta che mi trovavo davanti a un paesaggio del genere, un terreno che letteralmente restituiva ciò che per anni era stato nascosto.

Nel suo lavoro lei non si limita a documentare i luoghi, ma cerca di raccontare anche gli stati d’animo delle persone che vivono accanto a questi siti contaminati. Che cosa ha visto negli sguardi e nelle reazioni di chi abita questi territori segnati dall’inquinamento?
Negli abitanti ho colto soprattutto una forma di rassegnazione, una stanchezza sedimentata nel tempo. Come se il fenomeno non fosse mai finito ma solo meno attenzionato. Non era indifferenza, ma la consapevolezza amara di convivere con un problema che non ha mai avuto una vera conclusione.
Lei è anche tossicologo ambientale. In base alle informazioni circolate negli ultimi mesi, sarebbe emerso che i carotaggi più recenti del 2025 non avrebbero evidenziato inquinanti di particolare pericolosità e criticità. Se fosse confermata una difformità tra quei risultati e ciò che emergeva nel 2015 dalle immagini e dalle analisi di allora, come si potrebbe spiegare questa differenza dal punto di vista scientifico e ambientale?
Nel 2015 furono rilevate “quantità di metalli pesanti massicce e presenza di idrocarburi”. Parliamo di sostanze che non scompaiono spontaneamente: sono persistenti, possono migrare, dilavarsi, cambiare corpo recettore. Se oggi i carotaggi mostrassero valori diversi, le spiegazioni possibili sarebbero molte: differenze nei punti di campionamento, profondità diverse, processi di dilavamento verso le falde, oppure interventi parziali non documentati. Senza una bonifica strutturata, sarebbe comunque anomalo che in dieci anni tutto sia “del tutto sparito”.
Partendo da ciò che ha visto e documentato negli anni nell’area della ex Pozzi di Calvi Risorta, come immaginerebbe un reale processo di riqualificazione ambientale del sito? Quali passaggi sarebbero indispensabili per restituire sicurezza a quel territorio?
Il nodo principale dei siti abbandonati è sempre lo stesso: gestione e costi. Un percorso serio dovrebbe partire da uno studio di caratterizzazione e bonifica, seguito da un progetto finanziato e affidato a una società specializzata. Solo un monitoraggio costante e prolungato nel tempo può portare alla dichiarazione finale di sito bonificato. Senza questa filiera, ogni intervento resta incompleto.
Di quegli anni restano numerose immagini realizzate da giornalisti e fotografi che hanno documentato ciò che emergeva dal sottosuolo della ex Pozzi di Calvi Risorta. Forse è proprio questo uno dei sensi più profondi della fotografia di reportage: non soltanto raccontare un fatto nel momento in cui accade, ma contribuire a costruire una memoria storica e una narrazione identitaria delle comunità che quei luoghi li abitano.
È anche così che lei interpreta il ruolo della fotografia oggi?
La fotografia è cambiata radicalmente con i social: oggi le fotografie vivono per il tempo minimo ad essere visualizzate e questo ha eroso il senso di memoria storica. Nonostante questo, continuo a credere che il reportage abbia un valore sociale imprescindibile: deve provare a generare coscienza critica, a restituire complessità, a non farci voltare lo sguardo. Viviamo immersi in immagini di guerra che non ci spaventano più, e l’arrivo dell’AI sta creando ulteriore confusione tra reale e non reale. Proprio per questo il reportage, quello autentico, ha ancora più responsabilità: essere un punto fermo, un atto di testimonianza.


