Dalla restituzione dei beni alla fraternità: san Francesco d’Assisi e il bene comune nel magistero di papa Francesco
di Oliviero Casale, consigliere Fondazione Communia – Rete Permanente dei Beni Comuni
Il punto di partenza: il bene non è mio
Quando provo a mettere in rapporto san Francesco d’Assisi con il bene comune, sento anzitutto un dovere di precisione: non voglio trasformare Francesco in un economista contemporaneo o in un teorico dello Stato sociale, né attribuirgli formule che non ha mai pronunciato, ma partire dalle sue parole e lasciare che siano esse a indicare fin dove può spingersi il mio ragionamento.
Negli Scritti autentici di Francesco non trovo la formula tecnica «bene comune». Trovo però qualcosa che, a mio giudizio, viene prima e va più in profondità: una concezione del bene che ne impedisce l’appropriazione assoluta, perché il bene non nasce da me, non termina in me e non può essere trasformato semplicemente in possesso esclusivo.
| «Tutti i beni restituiamo al Signore Dio altissimo e sommo, e riconosciamo che tutti i beni sono suoi.» Regola non bollata XVII, 17-18 — FF 49 |
Il testo è decisivo, perché Francesco non dice che «tutti i beni sono di tutti», ma afferma che tutti i beni sono di Dio; se gli facessi dire altro, finirei per usare Francesco a sostegno di una teoria già costruita, invece di ascoltare la logica propria dei suoi Scritti.
Proprio da questa affermazione nasce, per me, una conseguenza rilevante per il bene comune: se il bene è di Dio, io non posso considerarmene proprietario assoluto, ma soltanto destinatario, utilizzatore o amministratore di qualcosa che ricevo e posso far fruttificare senza trasformare la sua disponibilità in un assoluto «mio».
Qui individuo la prima radice francescana del bene comune: prima di domandarmi che cosa possiedo, devo domandarmi da chi proviene ciò che possiedo e per che cosa mi è stato dato.
«Senza nulla di proprio»: libertà dall’appropriazione
Francesco definisce la vita dei frati con una formula essenziale: vivere «senza nulla di proprio». La formula compare tanto nella Regola non bollata quanto nella Regola bollata.
Io leggo qui una distinzione fondamentale tra uso e appropriazione. Francesco non nega che l’essere umano abbia bisogno delle cose, perché i frati devono mangiare, vestirsi, abitare, curare gli infermi e lavorare; ciò che contesta è piuttosto la trasformazione del bene utile alla vita in un bene chiuso nell’ego, sottratto alla relazione con gli altri.
Per questo, parlando oggi di bene comune, non partirei soltanto dalla domanda «chi è formalmente proprietario?», ma da una questione più esigente: il bene è ancora capace di servire la vita oppure, attraverso l’appropriazione, è stato sottratto alla relazione e reso indifferente alla necessità altrui?
Il bene comune non richiede necessariamente che tutto appartenga giuridicamente a tutti; richiede però, in una prospettiva francescana, che il rapporto con le cose non diventi mai così assoluto da distruggere la fraternità o da rendere irrilevante la condizione di chi vive accanto a noi.
La necessità dell’altro crea una responsabilità
Nel capitolo IX della Regola non bollata questa logica diventa concreta. Francesco chiede che ciascun fratello manifesti con fiducia all’altro la propria necessità e che l’altro gli procuri e gli dia ciò che gli occorre. Subito dopo usa l’immagine materna: il fratello deve amare e nutrire il fratello come una madre ama e nutre il proprio figlio.
La formula «la necessità non ha legge» (Rnb IX; FF 33) concentra un principio che considero centrale per una lettura francescana del bene comune. Francesco non costruisce una teoria astratta dell’uguaglianza distributiva; mette la necessità reale della persona al centro della relazione con i beni.
Se un fratello ha bisogno, la comunità non può limitarsi a rispondergli che ciò che gli occorre appartiene a qualcun altro, perché il bisogno interpella direttamente chi dispone della possibilità di rispondervi e modifica il significato morale della disponibilità dei beni.
Questo non significa che Francesco elabori un moderno diritto sociale universale; significa, però, che dentro la fraternità viene radicalmente indebolita la pretesa di restare indifferenti, perché la necessità dell’altro entra nella sfera delle mie responsabilità e non può essere trattata come un fatto estraneo.
Da promotore del bene comune considero questo criterio estremamente attuale, proprio perché mi obbliga a riconoscere che il bisogno dell’altro modifica il significato etico di ciò che possiedo e introduce nel possesso una responsabilità che non si esaurisce nel titolo giuridico.
Il lavoro: produrre senza fare del guadagno il padrone dell’uomo
Nel Testamento Francesco ricorda di avere lavorato con le proprie mani e vuole che anche gli altri frati lavorino. Chiede che chi non sa lavorare impari, ma precisa che questo non deve avvenire per cupidigia della ricompensa; il lavoro deve allontanare l’ozio e avere valore esemplare.
La Regola bollata aggiunge un elemento importante: come ricompensa del lavoro i frati possono ricevere le cose necessarie per sé e per i fratelli. Qui intravedo un’economia profondamente relazionale.
Il lavoro non viene affatto disprezzato, ma richiesto come parte della vita dei frati; nello stesso tempo non deve essere dominato dalla cupidigia, e il suo frutto non viene pensato esclusivamente in funzione dell’individuo che lo ha prodotto, perché accanto al lavoratore rimane sempre presente la fraternità.
Per me questo è un criterio essenziale del bene comune: l’economia è sana quando il lavoro produce dignità e autonomia senza separare l’individuo dalla comunità.
Non vedo quindi in Francesco una condanna del compenso, dal momento che il testo mostra il contrario; ciò che egli rifiuta è che il compenso si trasformi in cupidigia e che l’accumulazione finisca per governare la persona invece di rimanere subordinata alla vita e alle relazioni.
Anche la conoscenza può diventare proprietà
La critica francescana dell’appropriazione non riguarda soltanto le cose materiali. Nell’Ammonizione VII Francesco distingue tra chi usa la conoscenza per alimentare la propria superiorità e chi, invece, non attribuisce al proprio io ciò che conosce, ma lo restituisce attraverso la parola e l’esempio a Dio, al quale appartiene ogni bene.
Nell’Ammonizione VIII condanna poi l’invidia per il bene che Dio opera attraverso un’altra persona: invidiare quel bene significa, per Francesco, invidiare Colui dal quale il bene proviene.
Questo allarga notevolmente il discorso, perché non soltanto il denaro ma anche il sapere, la competenza, una carica, una capacità, una reputazione e perfino un bene spirituale possono essere accumulati e trattati come capitale privato dell’io, diventando strumenti di superiorità anziché doni da restituire attraverso il servizio.
Per questo il bene comune, nella prospettiva che ricavo dai suoi testi, riguarda anche la circolazione del sapere, delle competenze, delle opportunità e dei doni.
Neppure il potere è una proprietà
La stessa logica compare quando Francesco parla degli incarichi. Nella Regola non bollata ordina che nessun ministro o predicatore consideri come propria proprietà il ministero o l’ufficio ricevuto e che sia pronto a lasciarlo quando gli viene chiesto.
Qui vedo una delle intuizioni francescane più feconde per il bene comune politico: il potere non può essere considerato proprietà di chi lo esercita, perché un incarico ha senso soltanto in rapporto alle persone e alla responsabilità che esso comporta.
Una carica pubblica, un ruolo amministrativo, una responsabilità economica o istituzionale sono beni ricevuti in funzione di altri. Quando l’incaricato comincia a considerare il ruolo come una propria estensione personale, si produce esattamente quella forma di appropriazione che Francesco combatte.
Nella Lettera ai reggitori dei popoli Francesco si rivolge direttamente a podestà, consoli, magistrati e governanti, ricordando loro la precarietà del potere e la responsabilità legata alla funzione esercitata; ne ricavo, senza attribuirgli una moderna teoria costituzionale, l’idea che il potere debba essere inteso in senso fiduciario e non proprietario.
«Nulla trattenere»: dal possesso al dono di sé
Nella Lettera a tutto l’Ordine Francesco arriva al punto più alto di questa logica. Contemplando l’umiltà di Dio che si dona totalmente, invita i fratelli a non trattenere nulla di sé per sé.
Questo testo mi impedisce di ridurre il francescanesimo a una teoria della redistribuzione economica, perché il problema posto da Francesco non riguarda soltanto quanto denaro io trattenga, ma più radicalmente quanto di me stesso io sottragga alla relazione, conservandolo esclusivamente per me.
Il possesso materiale è infatti soltanto una delle forme dell’appropriazione: posso trattenere denaro, ma posso trattenere allo stesso modo tempo, capacità, attenzione, conoscenza e autorità, trasformando in proprietà dell’io ciò che potrebbe invece diventare relazione e servizio.
A questa profondità, il bene comune non nasce semplicemente quando dividiamo meglio i beni, ma quando impariamo a concepire noi stessi come esseri che hanno ricevuto e che, proprio per questo, possono donare, invece di pensarci come individui autosufficienti che concedono occasionalmente qualcosa agli altri.
La terra che «sustenta et governa»
Nel Cantico di frate Sole Francesco non guarda il creato come un magazzino di oggetti disponibili. Acqua, fuoco, sole, vento e terra entrano in un linguaggio di fraternità. La terra diventa «sora nostra matre Terra»; essa ci sostiene, ci governa e produce frutti, fiori ed erbe.
Non attribuirei a Francesco una moderna teoria dello sviluppo sostenibile, perché sarebbe anacronistico; non posso però ignorare la forza antropologica del suo linguaggio, che colloca l’essere umano dentro una fraternità creaturale e ridimensiona ogni pretesa di dominio assoluto sul mondo naturale.
Se considero la terra soltanto come una cosa, il mio rapporto con essa può facilmente ridursi allo sfruttamento; se invece mi percepisco dentro una rete di fraternità creaturale, anche l’uso delle risorse incontra un limite, perché ciò da cui dipendo per vivere non può essere trattato come semplice materiale disponibile senza misura.
Il bene comune diventa allora anche bene delle generazioni, bene della casa condivisa, bene di ciò che non posso produrre da solo e da cui dipendo per vivere.
Ciò che Francesco non dice
Proprio perché considero Francesco un riferimento decisivo per il bene comune, ritengo necessario proteggerlo dalle letture ideologiche e distinguere con precisione ciò che egli afferma dalle categorie politiche ed economiche che appartengono alla nostra epoca.
Francesco non afferma che tutti i beni appartengano giuridicamente a tutti, né formula una dottrina della proprietà collettiva, propone l’abolizione universale della proprietà privata o costruisce un sistema economico e politico; attribuirgli queste posizioni significherebbe sovrapporre ai suoi Scritti categorie che non vi appartengono.
Le norme radicali del sine proprio riguardano anzitutto la forma di vita dei frati minori e, a mio giudizio, questa precisazione non indebolisce il rapporto tra Francesco e il bene comune, ma lo rende più serio, perché consente di passare dall’esperienza francescana alle nostre categorie senza confondere i piani.
Francesco, dunque, non ci consegna un sistema politico da copiare, ma criteri antropologici ed etici con i quali posso interrogare qualsiasi sistema, chiedendomi quale idea di persona, di bene, di potere e di relazione esso presupponga.
Da san Francesco a papa Francesco: la fraternità diventa bene comune
A questo punto il passaggio a papa Francesco non mi appare come un’aggiunta esterna al ragionamento, ma come il luogo in cui molte intuizioni del Poverello vengono riprese nel linguaggio contemporaneo della dottrina sociale della Chiesa, purché si mantenga ferma la distinzione tra i due piani: san Francesco non usa la categoria tecnica di «bene comune», mentre papa Francesco la usa esplicitamente e, nello stesso tempo, dichiara di assumere Francesco d’Assisi come riferimento spirituale e antropologico.
Non intendo quindi costruire una genealogia artificiale, come se san Francesco avesse già formulato ciò che il magistero sociale avrebbe definito secoli dopo; sostengo piuttosto che papa Francesco riconosce nella fraternità, nella povertà non possessiva, nella cura del creato, nella vicinanza ai poveri e nella pace vissute dal Santo di Assisi una sorgente capace di illuminare, nelle condizioni contemporanee, la ricerca del bene comune.
Laudato si’: san Francesco come paradigma dell’ecologia integrale
La Laudato si’ si apre con il Cantico delle creature e presenta immediatamente san Francesco come colui che insegna a guardare la casa comune non con lo sguardo del dominatore, ma con quello del fratello. Il richiamo non è ornamentale. Nei nn. 10-12 papa Francesco descrive il Santo di Assisi come esempio nel quale cura della natura, giustizia verso i poveri, impegno nella società e pace interiore non possono essere separati.
Considero questo passaggio decisivo perché il bene comune non nasce dalla semplice somma di settori amministrativi – ambiente, economia, assistenza sociale, lavoro – trattati separatamente, ma dalla comprensione delle relazioni che li uniscono; è ciò che papa Francesco chiama «ecologia integrale», leggendo la crisi ambientale e quella sociale come aspetti di un’unica crisi del modo in cui l’uomo abita le relazioni con gli altri e con il creato.
Al n. 156 la formulazione diventa esplicita: «L’ecologia integrale è inseparabile dalla nozione di bene comune». Il bene comune è presentato come principio centrale e unificante dell’etica sociale; nei numeri successivi viene collegato ai diritti fondamentali della persona, alla sussidiarietà, alla famiglia, alla pace sociale e alla giustizia distributiva. La società nel suo insieme, e in modo particolare lo Stato, è chiamata a difenderlo e promuoverlo (Laudato si’, nn. 156-158).
Dalla restituzione alla destinazione universale dei beni
È qui che vedo uno dei ponti più solidi tra i due Francesco. San Francesco afferma che tutti i beni sono di Dio e invita a restituirli a Dio. Papa Francesco, parlando nel lessico della dottrina sociale della Chiesa, afferma che la terra è un’eredità comune e che i suoi frutti devono andare a beneficio di tutti; richiama quindi la subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni (Laudato si’, n. 93).
Le due proposizioni non coincidono e non devono essere confuse: la prima è un’affermazione teologica e spirituale contenuta negli Scritti del Santo, mentre la seconda è una formulazione sociale, giuridica ed etica maturata nella tradizione della Chiesa; vedo tuttavia una continuità di fondo, perché se il bene è ricevuto e non creato assolutamente dall’io, il possesso non può trasformarsi in una sovranità morale illimitata sul bene stesso.
In questa prospettiva la proprietà non viene negata, ma ricollocata dentro una responsabilità, perché possedere significa anche rispondere dell’uso e chiedersi se ciò che è legittimamente nella mia disponibilità continui a servire la vita e la dignità o sia diventato, attraverso l’accumulazione e l’esclusione, uno strumento che sottrae ad altri il necessario.
Fratelli tutti: il Santo di Assisi all’origine della fraternità sociale
Con Fratelli tutti il legame diventa ancora più esplicito. L’enciclica si apre direttamente con le parole di san Francesco d’Assisi e papa Francesco precisa che il Santo che lo aveva ispirato nella Laudato si’ lo motiva nuovamente a dedicare il documento alla fraternità e all’amicizia sociale (Fratelli tutti, nn. 1-2).
Questa scelta ha una conseguenza teorica importante, perché la fraternità non rimane un sentimento privato aggiunto alla vita pubblica, ma diventa una categoria con effetti sociali: se l’altro è realmente fratello, la sua dignità, la sua esclusione, la sua fame, la sua solitudine e la sua possibilità di partecipare alla vita comune non possono essermi indifferenti.
Papa Francesco arriva così a una critica dell’individualismo, osservando che la semplice somma degli interessi individuali non produce automaticamente un mondo migliore per tutti (Fratelli tutti, n. 105); per me questa affermazione è centrale, perché il bene comune non coincide con la somma dei beni privati, ma riguarda la qualità delle condizioni e delle relazioni che permettono alle persone di svilupparsi insieme senza che la crescita di alcuni sia costruita sull’esclusione di altri.
Proprietà, uso comune e priorità della persona
Nel n. 120 di Fratelli tutti il discorso diventa particolarmente netto. Papa Francesco richiama la tradizione secondo cui l’uso comune dei beni creati per tutti costituisce un principio originario dell’ordine etico-sociale e afferma che il diritto alla proprietà privata è secondario e derivato rispetto alla destinazione universale dei beni. Nei numeri successivi collega questo principio ai diritti delle persone, alle opportunità di vita dignitosa e alla responsabilità economica.
Questo passaggio non autorizza a mettere in bocca a san Francesco la moderna dottrina sociale sulla proprietà, ma permette di comprendere perché il suo sine proprio conservi una forza provocatoria: il problema francescano non riguarda soltanto chi abbia il titolo giuridico su una cosa, bensì il rischio che il rapporto con quella cosa diventi appropriazione assoluta, chiusura, dominio e indifferenza verso chi è nel bisogno.
Per me il punto decisivo è che la fraternità non cancella il diritto, ma impedisce di concepirlo senza responsabilità sociale; il bene comune diventa così lo spazio nel quale libertà personale, iniziativa, proprietà e impresa sono riconosciute e, nello stesso tempo, ordinate alla dignità delle persone e alla possibilità concreta che nessuno sia escluso dal necessario.
La politica come servizio al vero bene comune
Fratelli tutti estende coerentemente questa logica alla politica. Papa Francesco chiede una politica posta al servizio del vero bene comune e richiama la tradizione secondo cui la politica può essere una forma alta di carità quando cerca il bene di tutti (cfr. Fratelli tutti, nn. 154 e 180).
Sul piano istituzionale ritrovo la stessa intuizione che negli Scritti di san Francesco emerge quando il ministro viene pensato come servo: il potere non è un possesso, ma una responsabilità ricevuta, e la funzione pubblica non dovrebbe servire ad appropriarsi della comunità, bensì a costruire le condizioni affinché persone, famiglie, corpi intermedi e territori possano svilupparsi con giustizia.
Parlare di bene comune significa allora evitare due riduzioni opposte, quella di una politica trasformata in semplice gestione tecnica e quella di una politica ridotta alla conquista del potere, perché in entrambi i casi si smarrisce il fine; il criterio decisivo non è soltanto l’efficienza di una decisione o il vantaggio del gruppo che la sostiene, ma la sua capacità di custodire dignità, partecipazione, pace sociale, equità e futuro condiviso.
La fraternità come volto “caldo” del bene comune
Un messaggio del 12 novembre 2024 ai partecipanti all’incontro “Bene Comune: Teoria e Pratica” rende esplicito questo raccordo. Papa Francesco definisce la fraternità universale un modo «personale», caldo, di intendere il bene comune e insiste sul fatto che esso non è soltanto un’idea o un programma: è una pratica fatta di volti, storie, accoglienza fraterna e ricerca comune della verità e della giustizia.
Questa formulazione mi sembra particolarmente utile per leggere san Francesco oggi, perché il bene comune rischia sempre di diventare una categoria astratta, pronunciata nei convegni e dimenticata nelle relazioni concrete; la fraternità gli restituisce un volto e mi costringe a chiedermi chi rimane fuori, chi non viene ascoltato, chi paga il prezzo delle scelte economiche e chi non riesce a trasformare un diritto formale in una possibilità reale di vita.
Direi quindi che la fraternità è il modo francescano di impedire che il bene comune si riduca a retorica, poiché esso diventa credibile soltanto quando prende la forma di esperienza condivisa, istituzioni giuste e responsabilità concreta verso chi è più fragile.
Una “mistica del bene comune” e una nuova economia
Nel videomessaggio del 21 novembre 2020 all’Economy of Francesco, papa Francesco invita a tornare alla «mistica […] del bene comune», un’espressione che sposta il discorso oltre la sola ingegneria istituzionale e suggerisce che, per costruire strutture più giuste, servano anche motivazioni interiori, senso di appartenenza, cultura dell’incontro e disponibilità a superare gli interessi settoriali.
Nel 2021, rivolgendosi ancora all’Economy of Francesco, formula una sintesi che considero quasi un ponte diretto con la restituzione francescana: «Noi siamo amministratori dei beni, non padroni»; da questa premessa ricava il dovere di custodire e distribuire i beni senza escludere nessuno, cosicché il bene economico non coincide più soltanto con ciò che produce rendimento, ma con ciò che può essere amministrato responsabilmente dentro una relazione con l’intera famiglia umana e con il creato.
Nel discorso del 25 settembre 2024 alla delegazione dell’Economy of Francesco, papa Francesco chiarisce infine la scelta del nome e del riferimento affermando di avere voluto «incardinare tutto il movimento Economy of Francesco su San Francesco d’Assisi»; ricorda che Francesco era figlio di un mercante, conosceva quel mondo e, attraverso la sua scelta evangelica, introdusse una logica differente nel rapporto con ricchezza, povertà e sviluppo economico.
Per me questo è un punto essenziale, perché promuovere il bene comune non significa essere contro l’economia, ma domandarsi quale economia vogliamo e quale idea di persona essa presupponga: se l’uomo viene considerato soltanto come consumatore, lavoratore o portatore di capitale, la visione rimane inevitabilmente incompleta, mentre un’economia orientata al bene comune deve riconoscerlo come soggetto di dignità, relazioni, bisogni, capacità e responsabilità.
La continuità che propongo
Posso così formulare con maggiore precisione il rapporto tra i due Francesco: san Francesco non ci ha lasciato una teoria sistematica del bene comune, ma una grammatica spirituale nella quale il bene viene da Dio, non può essere appropriato come se nascesse dall’io, la necessità del fratello interpella, il lavoro non deve essere dominato dalla cupidigia, il potere è servizio e il creato è relazione e fraternità.
Papa Francesco assume questa grammatica e, dentro la dottrina sociale della Chiesa, la porta sul terreno delle istituzioni contemporanee, traducendola nelle categorie della destinazione universale dei beni, della funzione sociale della proprietà, della giustizia distributiva, dell’ecologia integrale, della solidarietà, della politica al servizio del bene comune, dell’economia inclusiva e della fraternità universale.
La parola che, a mio giudizio, unisce i due percorsi è fraternità, perché in san Francesco essa impedisce l’appropriazione e trasforma il rapporto con il povero, con il potere e con il creato, mentre in papa Francesco diventa anche criterio sociale e istituzionale, chiamato a entrare nell’economia, nella politica, nella cura dell’ambiente e nella distribuzione delle opportunità.
Per questo sostengo che il bene comune, letto francescanamente, non sia un bene impersonale posto sopra le persone, ma il bene delle relazioni e delle condizioni che permettono a ciascuno di essere persona insieme agli altri; non chiede di annullare l’individuo nella collettività, ma di riconoscere che nessun individuo può realizzarsi distruggendo ciò che rende possibile la vita altrui.
Il bene comune che io ricavo da Francesco
Quando provo a raccogliere in una sintesi ciò che ricavo dagli Scritti di Francesco, non lo trasformo in un elenco di formule attribuitegli retrospettivamente, ma individuo alcuni criteri che, a mio giudizio, descrivono la coerenza della sua visione e spiegano perché essa possa ancora parlare al tema contemporaneo del bene comune.
La restituzione e la non appropriazione costituiscono, per me, il primo nucleo di questa coerenza: ciò che è buono non nasce dall’io e non deve terminare nell’io, perciò possedere o utilizzare un bene non significa disporne con un potere morale assoluto. Da qui deriva anche il criterio della necessità, perché il bisogno reale del fratello interpella la disponibilità dei beni e impedisce che l’indifferenza venga scambiata per neutralità; nello stesso orizzonte colloco il lavoro, necessario e dignitoso, ma non chiamato a fare del profitto il criterio ultimo della vita.
Lo stesso principio si estende ai beni immateriali e alle responsabilità: conoscenze, capacità, ministeri e incarichi non sono una proprietà privata dell’io, così come chi governa non possiede la comunità ma risponde del bene di coloro che gli sono affidati. Infine, la fraternità creaturale impedisce di considerare la terra e le altre creature come un deposito illimitato da consumare, perché esse appartengono alla relazione vitale che rende possibile la nostra stessa esistenza. In questa trama di restituzione, responsabilità, necessità, servizio e fraternità riconosco il contributo specificamente francescano a una cultura del bene comune.
Conclusione: il contrario del bene comune è il trattenere
Se dovessi condensare il mio ragionamento in un’unica idea, direi che nel pensiero di Francesco il contrario del bene comune non è semplicemente la proprietà privata, ma l’appropriazione, cioè la pretesa di trasformare ciò che ho ricevuto in qualcosa di assolutamente mio e sottratto a ogni relazione e responsabilità.
Questa appropriazione prende forma quando considero denaro, terra, sapere, autorità, talento o perfino virtù come realtà che vengono da me, servono anzitutto me e non possono essere interrogate alla luce del rapporto con gli altri; è proprio questa chiusura dell’io che la logica francescana mette radicalmente in discussione.
Francesco spezza questa logica riconducendo il bene a Dio, la disponibilità dei beni alla necessità del fratello, il lavoro alla fraternità, il sapere alla restituzione, il ministero al servizio e il rapporto con la terra a una dipendenza originaria che precede ogni pretesa di possesso.
Per questo considero san Francesco non il teorico medievale del «bene comune» nel significato tecnico che attribuiamo oggi a questa espressione, ma uno dei suoi più radicali educatori, capace di porre domande che precedono le nostre costruzioni istituzionali e ne verificano il fondamento umano e morale.
La sua domanda, così come io la ricavo dagli Scritti, non è soltanto quanto debba cedere perché anche gli altri abbiano qualcosa, ma con quale diritto io possa considerare esclusivamente mio ciò che ho ricevuto come bene e fino a che punto il possesso possa essere separato dalla responsabilità verso gli altri.
Promuovere il bene comune in senso francescano, secondo il mio punto di vista, non significa quindi demonizzare il possesso né idealizzare la miseria, ma costruire una società nella quale il possesso non interrompa la destinazione del bene, il profitto non soffochi la fraternità, il potere non dimentichi il servizio, il sapere non diventi privilegio, la necessità non venga abbandonata e la terra non sia ridotta a merce.
| Il bene è veramente custodito quando non viene trattenuto come proprietà assoluta, ma ricevuto con gratitudine, usato con sobrietà e restituito attraverso il servizio. |

