
di Oliviero Casale
In questi giorni sono tornato a Suio dopo molto tempo, con la curiosità di ritrovare quel luogo che avevo nella memoria: un piccolo scrigno termale incastonato tra il fiume Garigliano e le colline, dove l’acqua calda e sulfurea sgorga da secoli e dove, un tempo, si respirava un’atmosfera di vitalità e di accoglienza. Immaginavo di rivedere gli stabilimenti in attività, i visitatori che arrivano per le cure e per il relax, i ristoranti pieni di famiglie e turisti. Invece, la realtà che ho trovato è stata ben diversa e, devo ammetterlo, piuttosto amara.

Molte attività hanno abbassato la serranda per sempre. Lungo la strada, dove un tempo c’era un susseguirsi di insegne e vetrine, oggi si susseguono cancelli chiusi, strutture in abbandono e cartelli “Vendesi” che parlano da soli. Gli stabilimenti termali, un tempo cuore pulsante dell’economia locale, in molti casi sono vuoti, silenziosi, avvolti da erbacce e polvere. È come se un’intera stagione fosse finita all’improvviso, lasciando dietro di sé un’eco di quello che è stato.
In momenti così, si tende a pensare che la sfortuna imprenditoriale sia una vicenda privata, che riguardi solo chi ha perso l’attività. Ma la verità è un’altra: quando cade un tassello, l’onda d’urto arriva a tutti. Il fallimento o la chiusura di un’impresa non è solo una perdita per l’imprenditore, è un colpo all’intero tessuto sociale ed economico di un territorio. Meno posti di lavoro, meno flussi turistici, meno entrate per le altre attività. È una spirale che, se non si interviene, porta a un lento e inesorabile impoverimento.
A questa situazione si aggiunge un paradosso che mi lascia perplesso. Il “Contratto di Fiume Garigliano” esiste, è attivo, e in teoria dovrebbe essere uno strumento formidabile per coordinare lo sviluppo sostenibile del bacino, valorizzando le sue risorse naturali e culturali. Eppure, sembra essere in una sorta di limbo. I documenti ci sono, gli intenti pure, ma l’adesione effettiva e convinta da parte di tutti i comuni — sia della provincia di Latina che di quella di Caserta — ancora manca. È un’assenza pesante, perché un contratto di fiume non è una cornice decorativa: è un patto operativo, che funziona solo se è condiviso e partecipato.
Da soli non si vince. Questa non è una frase fatta, è la pura verità che ho visto scritta nei luoghi vuoti di Suio. Senza una strategia comune, senza una rete di amministrazioni, operatori e cittadini che si muovano nella stessa direzione, il rischio è che ogni iniziativa resti isolata e finisca presto per spegnersi.
E questa condizione di abbandono e mancanza di visione è ben visibile anche in un altro simbolo del territorio: la diga sul fiume Garigliano. Un’opera che un tempo rappresentava non solo una struttura funzionale, ma anche l’emblema del collegamento tra due province e due comunità che, pur separate dai confini amministrativi, condividono storia, risorse e identità. Oggi, però, la diga appare in uno stato di semi abbandono, con la viabilità ridotta e un’impressione generale di trascuratezza. È un segnale chiaro di come anche le infrastrutture, se non curate, finiscano per diventare il riflesso di un territorio che perde coesione. Eppure, proprio quella diga potrebbe e dovrebbe essere mantenuta e valorizzata in modo diverso, come simbolo di unione e come cerniera fisica e ideale tra comunità che hanno bisogno di lavorare insieme per il proprio futuro.
La cosa ancora più pazzesca è l’assoluta mancanza di attività e stabilimenti sul versante della provincia di Caserta, dove sarebbe presente la stessa acqua termale che per decenni è stata motivo di vanto e di economia per Suio Terme. Un patrimonio naturale che, invece di essere sfruttato in maniera coordinata e intelligente, resta invisibile, lasciando che un’opportunità di sviluppo condiviso si disperda. È l’ennesima dimostrazione di quanto la mancanza di una visione comune e di una gestione integrata impedisca a un territorio di esprimere le sue potenzialità.
Eppure, questo territorio occupa una posizione strategica unica. È al centro di una rete di comuni che, lato provincia di Latina, comprende Castelforte, San Cosma e Minturno, e lato provincia di Caserta, include Rocca d’Evandro, Galluccio, Roccamonfina, Sessa Aurunca e Cellole. Una posizione che si arricchisce ulteriormente per la vicinanza a comprensori importanti come quelli di Cassino e di Caserta, potenzialmente capaci di alimentare un flusso turistico costante e di qualità. Una centralità geografica che, se fosse sfruttata con intelligenza e collaborazione, potrebbe trasformare quest’area in un polo di benessere, cultura e natura a cavallo di due province.
Solo con un impegno congiunto, con la consapevolezza che le sorti di ciascuno sono intrecciate a quelle degli altri, si può sperare di invertire questa rotta. Le acque di Suio, le sponde del Garigliano, la diga e il versante casertano potrebbero tornare a raccontare una storia di rinascita, se si avrà il coraggio di farle diventare il fulcro di una nuova visione territoriale condivisa.


